A Terni suona “la sirena”. A Terni suona “la sveglia”. A Terni si accende “la lotta”. Forse, in molti, hanno fatto male i calcoli. Soprattutto quelli che, anche lì, vogliono licenziare centinaia di lavoratori

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Sono 130 anni (spero di non sbagliarmi, altrimenti lo storico e amico Pompeo De Angelis mi bacchetta) che a Terni si fa acciaio. Ma, come dice appunto De Angelis ,”Terni c’era prima dell’Acciaieria”, insistendo nel dire che esisteva un’altra realtà civile dalle “radici plurime”. Radici che affondano in una epoca plurisecolare, per cui l’identità della città è complessa e comprende la fruttuosa radice della solidarietà cattolica a partire dalla Confraternita di San Nicastro e dai Monti di Pietà di Barnaba Manassei, la salda “storia” ghibellina matrice del carattere orgoglioso e indipendente dei ternani e la radice trascurata dell’imprenditoria preindustriale che la “fabbrica totale degli acciai” tagliò fino a trasformare Terni in un agglomerato monolitico, assistito dallo Stato, mentre la cittadinanza inneggiava al Fascismo. Cittadinanza strana quindi e pronta a non farsi trattare come sembra che qualcuno, in queste ore, ritenga di poter fare. Sarà difficile mandare a casa centinaia di ternani, senza neanche il “benservito”. Terni è stata una città-testimone della Seconda guerra mondiale, sia perché è stata sede di una delle principali industrie belliche del Paese, sia perché aveva espresso una forte fiducia nella politica industriale di Mussolini (non di Matteo Renzi!), sia perché fu distrutta completamente dai bombardamenti aerei, sia perché si ribello alla Repubblica Sociale Italiana (non a Matteo Renzi!) dando vita alla Resistenza armata, sia perché subì sul suo territorio la ritirata di Kesserling (non di Matteo Renzi!) e l’avanzata fortemente contrastata delle armate alleate. La guerra (cosa seria nella sua tragicità come dice sempre la redazione di questo blog) operò la frattura definitiva fra il fascismo e Terni, la città amata da Mussolini. Così, quindi, come si può definire Terni città francescana, città ghibellina, città delle fabbriche e della classe operaia, possiamo aggiungere che, tra il 1943 e il 1944, Terni si è guadagnata dolorosamente l’identità di città antifascista. Tutta questa premessa, frutto – tra l’altro – di un voluto saccheggio di considerazioni che appartengono all’introduzione della sesta parte della Storia di Terni scritta appunto da Pompeo De Angelis, per dire che non sarà facile mandare a casa i ternani. Anzi la ThyssenKrupp (azienda tedesca) e con lei i complici acquiescenti mimetizzati nei sindacati e nel governo di Matteo Renzi, potrebbero trovare a Terni, prima un tappeto di bucce di banane e poi le “barricate”. Gli Italiani, a loro volta, potrebbero trovare, nei ternani, un esempio di comportamento combattivo come forse le autorità locali e nazionali non ipotizzavano. Vediamo domani.

Leo Rugens