PPP Polonio Prodi Putin

Distintivo del Федеральная служба безопасности Российской Федерации (FSB)

Distintivo del Федеральная служба безопасности Российской Федерации (FSB)

Il libro di Alan S. Cowell, Londongrad, Piemme, 2008-2013, traduzione di Annalisa Carena dell’originale The Terminal Spy, ricostruisce le vicende che hanno portato alla morte Aleksandr Litvinenko, avvelenato con il Polonio 210 il 1° novembre 2006 a Londra.

Litvinenko, fuggito dalla Russia nell’ottobre del 2000, fu un agente del KGB poi FSB, divenuto acerrimo nemico di Vladimir Putin e per questo imprigionato per oltre un anno. Stretto collaboratore dell’oligarca russo di origine ebraica Boris Berezovskij – apparentemente suicidatosi nel 2013 –, al quale aveva salvato la vita da un complotto mentre tesseva la sua trama politica a Mosca, visse a Londra per sei anni, dedicando tutti i propri sforzi nel mettere in guardia l’Occidente dal pericolo rappresentato dal potere concentrato nelle mani del suo ex capo nell’FSB e come lui ex agente KGB Vladimir Putin.

Litvinenko fu, secondo quanto da lui testimoniato, un agente addestrato al controspionaggio e operativo durante la guerra in Cecenia, esperienza che lo segnò al punto da spingerlo a fraternizzare a Londra con il leader ceceno in esilio Achmed Zakaev, che lo convertì all’Islam in punto di morte.

Aleksandr Litvinenko nel letto di morte

Aleksandr Litvinenko nel letto di morte

Litvinenko assunse un ruolo non secondario anche nelle vicende italiane, grazie alla frequentazione di un avvocato napoletano, Mario Scaramella, consulente della commissione Mitrokhin e collaboratore del deputato Paolo Guzzanti. Scaramella fu addirittura sospettato di essere l’esecutore dell’avvelenamento dell’agente russo avendolo incontrato a pranzo, a tu per tu, proprio il 1° novembre, senza contare che un altro contatto di Scaramella, Igor Ponomarëv, morì a 41 anni per un attacco cardiaco, alla vigilia di un incontro con l’italiano due giorni prima, il 30 novembre 2006.

Due parole ancora su Scaramella, definito da Oleg Gordievskij a mental case, per ribadire che descrivere un interlocutore di agenti di altissimo livello e di organismi internazionali quali la NATO come un mentecatto o un truffatore o un millantatore di credito appare un metodo spicciolo e sbrigativo per liquidare una intelligenza almeno sufficiente a prendersi gioco di professionisti di primo piano. Dopotutto un conto è produrre dossier farlocchi sui traffici d’uranio, un altro trovarsi a un millimetro dai protagonisti del Grande gioco tra Mosca e Londra.

Detto per inciso, i legami tra i protagonisti russi e l’Italia appare molto più profondo e non direttamente legato alla vita di Litvinenko, bensì a quella del suo “tetto”, l’oligarca Berezovskij.

Figura internazionale, complessa e poco amata – George Soros con il quale fece affari lo definì “genio del male” – dovette le sue fortune al dissolvimento dell’Unione Sovietica e al sostegno offerto a Eltsin per la rielezione al secondo mandato, mentre il suo grande errore fu puntare su Vladimir Putin, sottovalutandone la “statura”.

Boris Abramovic Berezovskij nacque il 23 gennaio 1946… «Mio padre era ebreo, mia madre semi-ebrea – italiana, ucraina, russa, polacca – tante radici…»” (Londongrad, pp.58-59). Come tanti ebrei russi i genitori non erano dissidenti o contrari allo stato sovietico, per quanto avvertissero un inequivocabile antisemitismo nella popolazione e nella politica russa. Il giovane Boris, incline alla matematica, studiò presso il dipartimento di tecnologia informatica dell’Istituto di ingegneria forestale di Mosca e nel 1967 passò al dipartimento di meccanica e matematica dell’università statale di Mosca quindi alla prestigiosa accademia delle scienze e finì per specializzarsi in sistemi informatici e di automazione per le imprese statali, compresa l’industria dell’auto (il settore da cui deriveranno le sue fortune). Poi venne Gorbaciov e, nella crisi economica montante e nel vuoto di potere che ne seguì, molti, tra cui Berezovskij, colsero l’occasione per mostrare al mondo una forma inedita di accumulazione del capitale: il “capitalismo ladrone”. I metodi utilizzati furono la corruzione, la violenza armata, la truffa, la connivenza della politica ma “La pietra angolare dell’impero di Berezovskij era una società chiamata LogoVAZ, creata nel maggio 1989… Tecnicamente si trattava di una joint-venture con la ditta torinese Logo System, specializzata in automazione industriale, che aveva lavorato a lungo con AutoVAZ… Secondo le leggi sovietiche, l’impresa congiunta godeva di agevolazioni fiscali e poteva parcheggiare una parte dei profitti su conti bancari all’estero”. Dopo una fruttuosa compravendita di Mercedes, Boris e soci acquistarono “886 nuove Fiat dell’Italia” e da lì non si fermarono più nella loro scalata al potere. Nasceva così una classe di indefinibili capitalisti, meglio noti come “oligarchi”. Fedeli al significato del proprio nome, esercitarono un potere indiscusso anche grazie all’appoggio dell’onnipotente apparato di intelligence sovietico e, a caduta, sfruttando i suoi legami con la malavita organizzata nonché sfruttando appieno gli strumenti finanziari che entusiasti banchieri londinesi o viennesi o ciprioti misero a loro disposizione.

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Torniamo per un istante a Torino, a quel 1989, e chiediamoci se non sia un ottimo argomenti di tesi studiare i rapporti tra la (ex) capitale d’Italia e Mosca (e Washington), intervistando banchieri, manager, industriali, avvocati, commercialisti, comunisti, sindacalisti, esoteristi, giornalisti obesi ed ex brigatisti, ricorstruendone legami e passioni calcistiche, cercando così di dare un senso a un luogo di strani incroci internazionali durati tutto, e oltre, l’arco della Guerra fredda.

Non ce ne voglia il lettore se, abusando della sua pazienza e dando discontinuità al discorso, facciamo un salto mortale triplo e ci spostiamo in quel di Bologna, ma qualche considerazione va dedicata anche a un suo illustre cittadino, il Prodi Romano. “Che minchia centra?” direbbe il grande Gian Maria Volontè, ma come i più attenti lettori ricorderanno centra eccome, giacché il povero Litvinenko dedicò al Bolognese un pensiero inequivocabile, e mal glie ne incolse al “caso mentale” Scaramella che lo raccolse: “Trofimov non disse esattamente che Prodi era un agente del Kgb perché il Kgb evita di usare quella parola. Disse che Prodi era un ‘nostro uomo’, un uomo del Kgb e che Prodi con il Kgb portava avanti in Italia qualche operazione segreta, sporca” (fonte Corriere della Sera, 23.1. 07).

Queste parole furono pronunciate da Litvinenko e registrate in un video da Scaramella; del resto il russo aveva già ribadito il concetto dichiarando che Trofimov, un generale suo superiore, morto ammazzato con la moglie a Mosca nel 2005, gli aveva sconsigliato di rifugiarsi in Italia, giacché il Paese pullulava di agenti del KGB, annoverando tra essi l’allora Presidente della Commissione Europea Prodi. Se Mukhtar Ablyazov avesse tenuto conto del suggerimento forse non si sarebbe visto “rapire” la dolce consorte e la figlioletta.

Sulle dichiarazioni di Litvinenko si erano già esercitati gli informatissi Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini, i quali, per confutare la grave affermazione dell’agente Litvinenko, avevano intervistato il 7.12.06 un altro pezzo da Novanta dell’intelligence sovietica, il disertore e collaboratore di Critstopher Andrew, Oleg Gordievskij.

Se avrete pazienza di leggerla, e ve lo consigliamo, riportiamo l’intervista in fondo al post, permettendoci alcune considerazioni.

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Maria Skłodowska Curie

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Maria Skłodowska Curie

Maria Skłodowska Curie con il marito Pierre

Maria Skłodowska Curie con il marito Pierre

Torniamo al Polonio210, la cui scoperta si deve alla grande scienziata polacca Maria Skłodowska Curie; Cowell sottolinea che l’esotico e, una volta liberato, ingovernabile atomo è prodotto per il 97% in Russia, in una quantità di circa 8 g all’anno (secondo alcuni mezzo grammo in tutto) e viene totalmente esportato per scopi industriali negli USA e in GB. Per ottenerne la versione che avvelenò Litvinenko, i fisici sostengono che siano necessari laboratori sofisticati e una conoscenza approfondita della materia; in altre parole non lo si può produrre fuori controllo, tantomeno utilizzare come arma senza un permesso firmato dal responsabile più alto in grado, in tal caso dal direttore dell’FSB o dal Presidente russo in persona. Viene da chiedersi, quindi, se uno sfoggio tale di potenza, posto che le cose non siano andate storte e che non fosse nelle intenzioni dell’assassino e dei suo mandanti far scoprire la sostanza, fosse proprio necessario per eliminare un uomo che millantava o mentiva.

Ma, il punto è un altro, e riguarda la familiarità con la quale Prodi e Putin si abbracciano, scherzano e ridono, dimostrando – il nostro aspirante Presidente della Repubblica – una certa, come dire, insensibilità, nei confronti di quanti hanno patito a causa del piccolo Zar, fossero le donne e i bambini ceceni massacrati, i familiari di decine di giornalisti russi uccisi e quanti, nostri concittadini, hanno appreso sgomenti che Silvio Berlusconi si intratteneva con escort e affini nel “lettone di Putin”.

Tornando a Scaramella, il “caso psichiatrico”, ci chiediamo se Guzzanti sia così scemo da non essersi accorto di quanto il napoletano fosse inaffidabile, mentre da un maestro del doppiogioco qual è Gordievskij, non ci soprenderebbe che due delle sue vittime siano state proprio gli ottimi D’Avanzo e Bonini. Del resto, come diceva Graham Greene, il problema degli agenti doppi è che non sai mai qual è la parte grassa.

La redazione

PS: Che Londra non sia un posto sicuro per esuli e oppositori di Putin e Nazarbayev, lo testimonia anche la fuga di Ablyazov, svegliato nel cuore della notte da agenti di Scotland Yard che lo informavano dell’arrivo di un commando di ceceni determinati a ucciderlo.

Piccolo-chimico-atomico

L’ex spia del Kgb su Scaramella “Un bugiardo, voleva rovinare Prodi”

Parla il colonnello Gordievskij, la “fonte” del faccendiere
”Aveva una sola ossessione: trovare prove contro uomini della sinistra”

di CARLO BONINI e GIUSEPPE D’AVANZO

DUE SQUILLI di telefono. Una voce decisa. “Sono Oleg Gordievskij”. Il colonnello Oleg Gordievskij, pochi giorni prima di fuggire dall’Unione Sovietica nel 1985, era stato nominato residente del Kgb a Londra. Aveva cominciato nel 1974 a lavorare per il Sis, il servizio informazioni segreto britannico (chiamato anche Mi6) come agente infiltrato nel Kgb: un agente doppio, dunque, in grado di raccontare di talpe e doppiogiochisti nel “grande gioco” dello spionaggio ai tempi della Guerra Fredda. Per la sua credibilità e per le sue conoscenze, Gordievskij è un nome che ritorna spesso – oggi in Italia – nelle presunte “esplosive rivelazioni” di Paolo Guzzanti e Mario Scaramella. Sarebbe Gordievskij, il desiderato, ambitissimo, attendibile testimone della commissione Mitrokhin capace di “incastrare” Romano Prodi come “uomo del Kgb”.

Signor Gordievskij, vorremmo farle alcune domande su Mario Scaramella.

“Possiamo anche chiudere subito la conversazione, visto che immagino le domande. Mario Scaramella è un lurido bugiardo. Quel che ha riferito delle nostre conversazioni e del nostro rapporto è falso dalla prima all’ultima parola. Non ho mai detto che Prodi è stato un agente del Kgb, né ho mai sostenuto che sia stato “coltivato” dall’intelligence sovietica. Fatevelo dire, soltanto in Italia può essere dato credito a un caso psichiatrico come Scaramella. Devo dire altro?”.

Se non le dispiace, vorremmo avere da lei qualche dettaglio più preciso. E cominceremmo dall’inizio di questa storia. Quando e come ha conosciuto Mario Scaramella?

“Purtroppo mi sono imbattuto in questo stupido bugiardo circa tre anni fa. Ricevetti una e-mail dal senatore Paolo Guzzanti, che conosco da tempo. Mi chiese di ricevere in Inghilterra questo suo consulente, in cui riponeva massima fiducia, sollecitandomi a collaborare con lui e con le sue indagini sul dossier Mitrokhin. Così iniziò il mio tormento”.

Perché “tormento”?

“Scaramella cominciò ad alluvionarmi con e-mail prolisse, logicamente sconnesse, zeppe di richieste incomprensibili, basate su informazioni altrettanto incomprensibili e, soprattutto, di misteriosa provenienza. La conoscenza diretta e personale di questo spostato non migliorò la situazione. Io mi illudevo che l’interesse di Guzzanti e di Scaramella fosse legato ai tentativi di penetrazione del Kgb nella sinistra italiana negli anni ’70-’80. Come del resto era avvenuto in Francia e in Germania. Dunque, pensavo che la vostra commissione Mitrokhin volesse approfondire il lavoro svolto da un centinaio di agenti del servizio segreto sovietico in Italia. Le cose purtroppo non stavano così”.

E come stavano?

“Scaramella, sostenuto da Guzzanti, cominciò a ossessionarmi chiedendomi di consegnargli le parti non diffuse dell’archivio Mitrokhin. La richiesta in sé era un non senso. Ma, siccome sono una persona educata, gli spiegai come stavano le cose. Gli dissi che ero un semplice cittadino e non avevo la disponibilità materiale dell’archivio Mitrokhin. Gli dissi che certe domande andavano fatte eventualmente alle autorità inglesi. Una persona normale, se si sente dare una risposta del genere, che fa? La smette. Al contrario, ottenni l’effetto opposto come se la mia indisponibilità eccitasse Scaramella. Mi torturava, lasciandomi capire – tra l’altro – che non gli importava poi molto degli argomenti su cui avrei potuto essergli davvero d’aiuto”.

Che cosa voleva allora Scaramella?

“Voleva la testa di Prodi. Ma non fui io a dargliela. Fu Aleksandr Litvinenko. Ricordo ancora perfettamente cosa accadde”.

Che cosa ricorda?

“Ricordo il bar di un elegante hotel di Regent Street, un magnifico calice di vino rosso e Aleksandr che, alla mia presenza, racconta a Scaramella una confidenza ricevuta, a suo dire, a Mosca, e prima di fuggire a Londra, da quello che allora era il suo vicedirettore al Fsb, Anatolij Trofimov. Ricordo ancora le parole di Aleksandr. Disse: ‘Quando confidai a Trofimov la mia idea di lasciare Mosca e riparare in Italia, il generale mi mise in guardia. Mi disse: stai attento, perché in Italia ci sono molti ex uomini del Kgb. Persino Prodi è un nostro uomo’”.

Scaramella sostiene che l’espressione “Prodi è un nostro uomo” sia sua. Di più: Scaramella sostiene che lei si sia spinto ad indicare il dipartimento del Kgb (il V, quello responsabile per le “misure attive”) che avrebbe “coltivato” l’attuale premier italiano.

“E’ un’immonda bugia. Quella frase, come stavo dicendo, fu pronunciata da Aleksandr Litvinenko. Io rimasi in silenzio e lo fissai a lungo. Evitai di dire in sua presenza quello che pensavo e che dissi e continuai a ripetere sia a Scaramella che a Guzzanti. Io non solo non avevo alcuna informazione su un qualsivoglia rapporto, di qualsivoglia genere, tra Prodi e il Kgb. Ma ero anche convinto che Aleksandr stesse mentendo due volte. Perché non solo riferiva una circostanza non vera, ma per giunta la attribuiva a una fonte, Trofimov, che non avrebbe potuto smentirla perché era stato ucciso. Insomma, ero convinto ieri e lo sono ancora di più oggi che Aleksandr, per ragioni legate alle continue difficoltà economiche, avesse alla fine deciso di dire a Scaramella quel che Scaramella voleva sentirsi dire. Forse perché da questo immaginava di trarre qualche vantaggio in futuro. Del resto, Aleksandr screditò Prodi non solo con Scaramella, ma anche con alcuni deputati europei inglesi che avevano lo stesso interesse. Questa è una cosa che so per certa, perché quei deputati europei inglesi mi avvicinarono per tentare, inutilmente, di farmi confermare le confidenze di Litvinenko”.

Scaramella la sollecitò anche su altri uomini politici della sinistra italiana?

“Sì. Non me ne chiedete però i nomi. Non glieli lasciai neppure pronunciare”.

Signor Gordievskij, come è possibile che, con il pessimo giudizio che lei aveva di Scaramella, i vostri rapporti non si siano interrotti subito?

“Io provai quasi subito a troncare, non appena mi fu assolutamente chiaro che prima mi liberavo di questo buffone e meglio sarebbe stato. Lo feci una prima volta rivolgendomi a Guzzanti. Gli mandai una mail dandogli conto delle insopportabili pressioni cui mi sottoponeva il suo consulente. Ricordo perfettamente che gli scrissi: “Scaramella is a mental case”, Scaramella è un caso psichiatrico”.

E Guzzanti che cosa le rispose?

“Rispose, con quel suo modo bonario, che non dovevo preoccuparmi. Che stavo esagerando, che Scaramella era semplicemente una persona un po’ sopra le righe, ma che questo non doveva preoccuparmi”.

Così continuaste a vedervi.

“Cercai di evitarlo. E quando capii che Guzzanti non me lo avrebbe tolto dai piedi e le pressioni su Prodi si fecero ancor più intollerabili, decisi di rivolgermi formalmente al controspionaggio inglese, l’Mi6. Raccontai cosa stava accadendo. Spiegai chi era questo buffone di Scaramella e che cosa pretendeva di farmi dire. L’Mi6 diede immediatamente corso alla mia denuncia, informandone il Foreign Office e il Sismi, cui venne chiesto che le attività di disturbo di Scaramella cessassero immediatamente. Ancora una volta, da persona abituata ad avere a che fare con persone serie, immaginavo di averci messo un punto a questa storia. Mi sbagliavo. Non molto tempo dopo i miei colloqui con l’Mi6, incontrai il mio amico Vladimir Bukovskij. Come sapete anche lui ha rapporti con Guzzanti per la “Mitrokhin” ed è stato contattato nel tempo da Scaramella. Bene, sapete che cosa mi viene a dire Vladimir? ‘Ho saputo da Guzzanti e Scaramella che ti sei lamentato con l’Mi6. I due sono molto preoccupati che tu trasformi questa storia in un caso diplomatico’. Andai su tutte le furie. I miei colloqui con l’Mi6 erano avvenuti nella più assoluta discrezione. Guzzanti e Scaramella non solo non avrebbero dovuto esserne a conoscenza, ma, soprattutto, non avrebbero mai dovuto parlarne. Vladimir Bukovskij provò a tranquillizzarmi, ma non ci riuscì. Abbiamo caratteri diversi. Lui ha un temperamento molto tollerante, al contrario del sottoscritto. E non ha mai reagito”.

Perché avrebbe dovuto reagire? Anche lui è stato messo sotto pressione da Scaramella?

“Certo che è stato messo sotto pressione. Fu lui stesso a dirmelo. Ma, evidentemente, persino uno come Scaramella dovette presto capire che non avrebbe potuto in nessun modo accreditare le sue fandonie attraverso Vladimir. Anche perché lui, davvero, se non altro per età e per conoscenze, non avrebbe mai potuto verosimilmente essere indicato come riscontro di certe menzogne”.

Quando ha incontrato l’ultima volta Scaramella?

“Non voglio essere impreciso. Ma forse non sbaglio se vi dico quasi due anni fa. Era venuto in Inghilterra per una conferenza sull’inquinamento da radioattività del Mediterraneo. Dopo la conferenza, insistette per restare con me a cena e ricordo che lo portai in un piccolo ristorante cinese, molto economico e molto buono. Come al solito mi assillò, ma ebbi gioco facile mettendomi a parlare di cibo cinese. Per fortuna non dovrò più vedere la sua faccia. Soprattutto, spero di non dover più dover dar conto di lui. Un uomo del genere va soltanto dimenticato”.

Dimenticato? Lei sa che cosa sta succedendo in Italia?

“Eccome se non lo so. So che è sotto inchiesta e so che rilascia tre interviste al giorno. Bene, io penso che questo spettacolo sia indegno dell’intelligenza umana. Anzi, penso che sia un’offesa all’intelligenza. Ma come si può ancora stare a sentire un megalomane che è stato capace di mentire persino sul suo stato di salute? Che è arrivato a dire che nel suo corpo c’era una dose di polonio cinque volte superiore a quella letale, salvo uscire oggi (ieri, ndr) con le sue gambe dall’ospedale? Lo dico un’ultima volta. Credetemi: Scaramella is a mental case. Non va messo sotto inchiesta, non va buttato in un carcere: va consegnato alle cure di un efficiente staff medico che si prenda cura della sua psiche e, in silenzio e per il suo equilibrio, lo faccia dimenticare”.

(La Repubblica, 7 dicembre 2006)