Il lettore “sangria” ci ritiene incapaci di distinguere un carro armato da un sottomarino: lasciamo a lui tale competenza e ascriviamo a noi altra capacità

aerei-di-carta

Ad attenzione si risponde con altrettanta doverosa attenzione: il lettore “sangria” ci fa pervenire un lungo commento che troverete in coda al post. Lo apprezziamo e diciamo, a nostra volta, quello che pensiamo delle “armi” e delle scelte che il paese, ogni volta, sembra saper fare. Alla fine, spinta e manipolata da questo e da quello, la Repubblica non sa mai fare quella giusta.

Gentile “sangria” lei è, per sua dichiarazione, un addetto ai lavori che si guadagna da vivere immettendo sul mercato (libero? protetto?) della guerra/e, “macchine volanti” sofisticate. O altre “diavolerie” similari. Non c’è ironia, ne tantomeno giudizio etico. Se ha letto qualche altra volta Leo Rugens, saprà che io mi vanto di possedere “una macchina del tempo” (in realtà anche il mio marchingegno è una macchina volante come quelle di cui lei si intende), capace di trasportarmi, avanti e indietro, a mio piacimento, per provare così a ricordare fatti, persone e circostanze. De visu, senza dover ricorrere a fonti altre se non le mie orecchie e i mie occhi, cerco, da più di mezzo secolo, di farmi un idea degli avvenimenti complessi. A questa categoria mentale (avvenimenti complessi) ritengo appartenga la guerra e la decisione di sopprimere i “nemici” con strumenti che “ti vedono prima, ti ingaggiano prima e ti riversano il carico bellico prima”. Sono sue espressioni letterarie che indubbiamente rendono l’idea di cosa sappiano fare gli “F35” di turno. Ritengo che “i prima” che lei utilizza per descrivere le peculiarità degli F35, si riferiscano a quando neanche “te lo immagini che qualcuno ti stia per spegnere la luce per sempre”. Questa espressione, invece, è mia. Con la macchina del tempo, ad esempio, tanto per ribadirmi che nulla c’è di nuovo sotto il sole, vado a tempi caratterizzati da questioni attinenti a quali vantaggi comportasse, per il nostro Paese, acquistare  i carri Leopard o gli M60. Ricordo dibattiti, velate minacce tra ambienti “militari” legati a questo a quel “generale”, a questo o a quel “costruttore”, a quel o questo paese. Alla fine, tanti o pochi, alcuni di quei pezzi di ferro si è deciso di acquistarli, spendendo i soldi della comunità. Non ricordo un solo istante della storia della Repubblica che, successivamente, abbia avuto un qualche beneficio da quel dibattito e da quegli acquisti. Forse, gli unici che ci hanno guadagnato, sono stati i produttori e le famiglie degli operai che lavoravano all’indotto di quegli acquisti. Alla luce di quanto è avvenuto e di che uso è stato fatto di quei carri (neanche un “piccolo” colpo di stato!), avrei preferito che con quei soldi si fossero costruite (come insegnava Giuseppe Mazzini), ad esempio, più scuole e che gli insegnanti, reclutati, selezionati, formati secondo criteri di eccellenza, fossero stati pagati con retribuzioni all’altezza del compito strategico che gli veniva affidato. Oggi, invece di non so quale “discusso” sistema d’arma (ogni volta c’è qualcuno che pensa che con quella “nuova tecnologia”, si uccideranno meglio gli altri esseri umani), avremmo potuto avere l’amica cultura, diffusa e radicata nel Paese, come arma strategica. La cultura è inalienabile, incorruttibile dal tempo e dalle scelte del nemicos di turno. Il 24 ottobre 2013 pubblicavamo il post “Kant e la tragedia della scuola italiana“. Cortesemente, lo legga. L’8 gennaio 2014, aggiungevamo altre riflessioni sul tema sotto il titolo “Togliamo 150 euro agli insegnanti, sputiamogli in faccia e ricordiamoci di Mario Pedini“.

Schermata 2014-08-13 a 18.30.43

Di questo cose, ritengo di intendermene e questa materia (l’intelligenza dello Stato) è opportuno che vada sotto la classificazione di “scienza complessa”. Le armi, anche quando furono ideate da un genio quale Leonardo da Vinci, sono sempre state (e sempre saranno), banalmente, “macchine ingegneristicamente complicate” ma mai, “complesse”. Che è categoria dell’intelligenza. Cioè dell’Intelligence culturale. Espressione questa da me usata per primo in Italia per battezzare l’arte di estrarre dalla realtà quello che c’è ma non si vede. E, grazie a questa abilità transdisciplinare, quando ci sia, difendere gli interessi della Nazione. Difenderla, quindi, piuttosto che indurla a spendere milioni di euro inutili, “disarmandola finanziariamente” e, quindi, oggettivamente, tradendola. Ma questa, ovviamente, non è una accusa rivolta a un gentile lettore quale è lei. Al massimo, potrei dirle che, da specialista delle macchine da guerra quale dichiara di essere, potrebbe aver perso la visione d’insieme (tipico errore in cui cadono gli specialisti di “qualcosa”) e, così facendo, mi appare usare, nella sua lettera, il termine “difesa”, in modo improprio. Gli F35 non difendono l’Italia da “niente”, tantomeno da quella criminalità finanziaria internazionale che si muove stimolata e attratta dai soggetti (stati) che, come giocatori al Casinò o alle slot, si indebitano, con acquisti dissennati o futili sogni di grandezza. Scuole, scuole e ancora scuole, chiedeva Giuseppe Mazzini, per l’Italia. Oggi, più che mai, il suo insegnamento, la sua accorata richiesta di allora, risulta ancora attuale se non, preveggente. Senza malanimo, caro “sangria”.

Cordiali saluti.

Oreste Grani ovvero Leo Rugens

 

F35 SI, F35 NO. L’IMPORTANTE È RAGIONARNE SERIAMENTE

8 luglio 2013
Un “dato aperto”, in tempi di Snowden, è il primo, importante passo verso la trasparenza e la partecipazione attiva dei cittadini utenti della rete. Il web ha bisogno di informazioni qualitative e alti livelli di consapevolezza di chi vi accede.

Torno su F35 e aggiungo a quanto Leo Rugens ha saputo dire (I COSTOSISSIMI F35 LI HA ORDINATI MASSIMO D’ALEMA, Disdire l’acquisto degli F35 come ha annunciato il M5S e tutelare l’interesse nazionale in politica estera con scelte strategiche, Lockheed F35: Il lupo perde il pelo ma non il vizio, Quei temerari sulle macchine volanti, ovvero l’obbligo di un acquisto, Perché Giuseppe Grillo parla con i giornalisti stranieri e non con i pennivendoli nostrani. Prove di politica estera), uno stralcio di conversazione web straordinario per qualità e rigore morale dei dialoganti. Antonio De Martini e il generale Alberto Zignani, non sono giovanissimi ma sono entrambi prova che il problema del web è prioritariamente quello dei contenuti e dell’affidabilità delle fonti. È stato un vero piacere leggerli.

Oreste Grani

UN INTERVENTO DEL GENERALE ALBERTO ZIGNANI SUGLI F 35 IN CUI SI CHIARISCONO ALCUNI ASPETTI CHIAVE.

http://corrieredellacollera.com

“Caro Antonio, mi limito a fare un breve commento relativo agli F35.
Io sono stato contrario a quel programma fin dall’inizio, ma chi avrebbe dovuto non mi ha voluto ascoltare. Ora però è troppo tardi per uscirne. Perderemmo troppi soldi già spesi, vanificheremmo investimenti già fatti, annulleremmo posti di lavoro creati, rinunceremmo a programmi di ricerca già avviati. Senza alcuna contropartita.

I programmi relativi agli armamenti più complessi hanno una durata di 15-20 anni, dal loro avvio all’entrata in attività del sistema d’arma. Bisogna avere la capacità di saper valutare in prospettiva la “convenienza” (militare, economica, industriale) di una cooperazione internazionale prima di entrarvi. Pentirsi e uscirne a oltre la metà del suo percorso, secondo me, è – dal punto di vista economico – a dir poco, sconsiderato. Specialmente, in tempi di crisi economica come quelli che stiamo vivendo.”

Ho ricevuto questo pacato commento ( di cui lo ringrazio) da Alberto Zignani che è stato Segretario Generale della Difesa, nonché comandante generale della Guardia di Finanza.

L’ho conosciuto quando era, generale di brigata, a capo della pianificazione finanziaria della Difesa, nel travagliato periodo della prima guerra del golfo (1991).

Il testo originale del suo intervento può essere letto anche nel post precedente, ma gli dedico un post ”centrale” perché merita tutta l’attenzione e il rispetto dovuto a una persona per bene, a un esperto tecnico ed a un uomo che non ha esitato a dire tutto quel che doveva anche alla stampa (e a viso aperto, non nelle osterie fuori porta) infischiandosene delle conseguenze, denunziando i continui contrordini politici, le cancellazioni di programmi costati 500 miliardi di lire a volta ecc.

Mi risuonano ancora nelle orecchie le sue parole quando accettò la proposta di tenere una conferenza stampa per denunziare i continui rifacimenti di programmi volti più a coprire buchi di produttività industriale che necessità della Difesa: ”mio padre ci ha lasciato la pelle per l’Italia, io posso benissimo rischiare i miei galloni”. (fu decorato di medaglia d’oro al VM alla memoria ndr).

Le urla del ministro Rognoni risuonarono a lungo nei corridoi della Difesa, ma non osò intervenire disciplinarmente e l’incidente non costò i galloni di nessuno: Zignani fu ugualmente promosso e l’ottimo ministro Beniamino Andreatta gli affidò la successione di Franco Angioni alla segreteria generale.

Nel suo intervento vi sono degli elementi importanti di precisazione:

A) Egli ci dice di essere stato contrario alla scelta di acquisto degli F35 fin dall’inizio. Dunque, la vulgata che il parere dei tecnici sia stato favorevole all’F35 è un’altra bugia – se fosse stato un Presidente a dirla sarebbe una mera imprecisione degli uffici – assieme alla valutazione dei costi ” “Perderemmo troppi soldi già spesi,vanificheremmo investimenti già fatti, annulleremmo posti di lavoro creati, rinunceremmo a programmi di ricerca già avviati. Senza alcuna contropartita”. Quanto è stato speso e come è stato spesato? Il ministro Mauro che sembra volersi distinguere, potrebbe darci una franca risposta.

B) le convenienze indicate sono di tre tipi:” militare, economica, industriale”. Vediamoli.
Militarmente, penso potrebbero essere certamente utili alla Marina che ha gli Harrier che hanno quasi la mia età. Per due “portaerei”, diciamo 40 pezzi riserve comprese.
Industrialmente: Impegni presi venti anni fa devono avere clausole di salvaguardia e dopo le tempeste finanziarie avvenute dal 2008 in poi, credo valgano almeno una rinegoziazione delle condizioni. È un caso di forza maggiore. O no?

Venti anni fa, la guerra fredda era finita da troppo poco tempo per prendere in considerazione il prodotto russo SU 35, le cui prestazioni – per ammissione USA – sono superiori.
Oggi, non possiamo far finta che la Russia non abbia partecipato al G7 di Pratica di mare ed al vertice NATO di Lisbona, ha aiutato – è vero – la Serbia, ma senza interferire nell’azione militare NATO sia nei Balcani che in Libia; sta aiutando logisticamente e politicamente la NATO impegnata in Afganistan.

Insomma la Russia si è distanziata dall’alleanza atlantica meno (o quanto) della Germania per la Libia e della Francia che è restata quaranta e più anni fuori del dispositivo militare alleato.
Se si dice che la guerra fredda è finita, perché non tenerne conto a livello industriale?

Sono certo che i russi, per entrare nel mercato di Lockheed sarebbero disposti ad accollarsi tutte le penali e le spese di riadattamento strutturale e formativo e ad offrire accordi industriali molto soddisfacenti. Hanno fatto sondaggi? Dobbiamo chiederlo alla NSA?

Il governo – o almeno Finmeccanica – potrebbe usare questa carta per negoziare nuove quantità e prezzi oppure una maggiore fetta industriale. Lo ha fatto l’Olanda (che poi ha cancellato l’ordine), possiamo farlo anche noi.
Se non si vuole usare l’SU 35 come spauracchio negoziale, si può usare l’Eurofighter: anch’esso ha un costo del 50% inferiore al costo conosciuto dell’F35.

C) Unico, misero segnale di vita vegetale in materia, un articolo di Marco Panara su ” La Repubblica” di ier l’altro, che dopo essere passato accanto ai problemi reali, propone di avere in cambio la fornitura dell’elicottero presidenziale americano: uno spot pubblicitario ridicolo e già visto in confronto al contratto di cui si discute.
È come se a fronte del danno di un incidente d’auto, ci offrissero un bacio perugina, mentre siamo anche a dieta.

D) la Lockheed è già stata colta in flagranza di reato per aver dato tangenti a politici italiani (e non ne ha fatto il nome) per forniture della Difesa. Perché non la cancellano dall’albo dei fornitori (a meno che non dica chi ha incassato e quanto)? Il nome Boeing o Dassault non piace?

E) sono d’accordo sul fatto che è da sconsiderati rinunziare a un programma e ad una integrazione industriale in cambio di nulla. Anche gli aggiornamenti e i cambi di accordi industriali vanno rinegoziati per tempo a pena di sconsideratezza. Come è da sconsiderati affermare l’impotenza del Parlamento vis a vis del Consiglio supremo di Difesa. Anzi, è peggio.

Penso che ci siamo confrontati in maniera civile scambiandoci informazioni e commenti che la Corte dei conti dovrebbe dare ai cittadini e non lo fa, perché impegnata a fare le pulci a deputati regionali napoletani per l’acquisto di qualche pacchetto di sigarette che hanno avuto il civismo di non acquistare dai contrabbandieri.
Con stima e rispetto,
Antonio

 

 

Sangria

 

Interessante la tua disamina, ma a mio avviso ci sono molte imprecisioni che denotano il tuo approccio da estraneo alla materia, situazione che caratterizza gran parte di chi esprime opinioni sul programma. Pare che ultimamente gli italiani siano diventati tutti esperti di aeronautica e difesa quando fino a ieri non sapevano distinguere un carro armato da un sottomarino.
Mi permetto, ma solo per dovere di precisione, di fare alcune piccole considerazioni circa il tuo peraltro ottimo articolo
– Parli di cancellazione dall’albo dei fornitori della Difesa.. Beh, purtroppo è dal 2001 che non è necessario essere iscritti all’albo e probabilmente sono stato io l’ultimo ad effettuare l’iscrizione di una ditta. Va altresì fatto notare che né Boeing né Dassault offrono un caccia STOVL né un aereo CAS per sostituire l’AMX né un bombardiere moderno mentre l’F35 garantisce tutto questo…
– L’SU35 non è strategicamente acquistabile per una serie di questioni di opportunità geopolitica. Che piaccia o no abbiamo scelto con quale alleanza stare ed è la NATO. l’acquisto di materiale bellico da una nazione non alleata e neanche neutrale pone delle questioni di ordine geopolitico e geostrategico non indifferente, sopratutto quando si parla di caccia. Inoltre l’Su35 è un caccia di generazione analoga al typhoon e quindi non sarebbe giustificata la sua acquisizione. La superiorità dell’SU35 (ma anche del typhoon, te lo dico io) in termini di prestazioni è comprovata, ma l’F35 non deve essere un caccia supermega maneggevole, non è progettato per quello, anzi… La dottrina di impiego è rivoluzionaria rispetto a quella attuale e le prestazioni diventano secondarie rispetto alle capacità di sensori e armi. Dato che l’F35 ti vede prima, ti ingaggia prima e di riversa il carico bellico prima non deve preoccuparsi, ad esempio, di virare più stretto del nemico semplicemente perché non è necessario. Inoltre diversamente dagli aerei attuali invece di operare in formazione con una coppia di velivoli a distanza ravvicinata, gli f35 opereranno a miglia di distanza l’uno dall’altro ma coprendosi comunque le spalle… e’ un concetto nuovo
Quanto al typhoon è un caccia da superiorità aerea, la versione strike, opzionata dal regno unito, costa 126 milioni di euro al pezzo, quanto un F35 ai prezzi attuali, non mi sembra così conveniente. Se poi vogliamo parlare di Rafale… costa 120 milioni di euro, è della stessa generazione del Typhoon e i francesi non cedono nessun know how, mooooolto peggio degli americani

Circa le questioni industriali, potremmo discutere degli altri programmi di Difesa sin qui siglati… Come mai negli anni passati quando gli offset industriali erano ZERO nessuno ha fiatato?

Perché per programmi per i quali durante lo sviluppo sono MORTE persone (per esempio l’EH101 o l’AMX) nessuno ha avanzato dubbi sul programma?

PErché l’NH90, un elicottero che costa 40 milioni di euro (!!!!) non è mai stato oggetto di critiche, forse perché ci è stato imposto obtorto collo da Parigi e Berlino?

Quindi ben vengano le critiche ma la cosa che mi irrita un pochino è che arrivino a comando, quando qualche solone della politica, per propaganda, punta il dito alla palese ricerca di un capro espiatorio su cui abbattere il disdegno dell’opinione pubblica