Come ci si candida ad entrare all’AISI/AISE? “Migliaia di accessi” a questo blog necessitano di risposte e meritano indicazioni.

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Facciamo seguito a quanto ci siamo impegnati a fare rispondendo alla cortese lettera inviataci dal lettore Franco Umani (È TEMPO DI RISPOSTE (LE NOSTRE) AI CITTADINI CHE CHIEDONO COME SI “ENTRA” NEI SERVIZI SEGRETI) e mettiamo mano, aprendo un nuova fase della vita di questo blog, a quella che solitamente viene chiamata la “proposta”. Per qualche post ancora gireremo in tondo al tema centrale della necessità improcrastinabile di una “rivoluzione culturale” nell’ambito dell’Intelligence che ci ostiniamo a chiamare”culturale”, per cui, ancora oggi, ci limiteremo a consigliare la lettura di un libro di cui di seguito riportiamo la pagina conclusiva:

“Era la mattina del 20 luglio del 1992, il giorno dopo la strage di via D’Amelio.

Il commissario capo Gioacchino Genchi non aveva chiuso occhio. Parisi l’aveva convocato in una notte convulsa per trasferire con un blitz una miriade di mafiosi dall’Ucciardone a Pianosa.

Un viavai di rinvii e ripensamenti, perché mancava una legge per farlo, fino a che il ministro Martelli aveva preso carta, penna e timbro, e lo aveva autorizzato. E quella mattina erano già tre ore che brigava.

Incise negli occhi le immagini dei corpi dilaniati degli agenti che si staccavano dalle pareti del palazzo, nel naso l’odore del sangue, nelle orecchie gli strilli di donne e bambini.

Stremato, come tutti i colleghi, guardava il cortile di Pianosa riempirsi di uomini.

Gli elicotteri li sputavano fuori uno ad uno dal portellone centrale, davanti ai mitra spianati e alla polvere che che si alzava a vampate. I poliziotti gridavano, avevano perso cinque dei loro devastati dall’esplosivo. Avevano perso un magistrato che non avrebbero trovato più.

Sudavano odio e rabbia. E i mafiosi, quando erano andati a prenderli, li avevano trovati a bere champagne nelle celle.

E ora erano lì, in fila indiana, spiazzati e spaventati. Incurvati come pecore obbedienti. Senza bottiglie pregiate e isolati dal mondo. Pronti a finire in un buco schifoso e umido il resto dei loro giorni. Ammanettati stretti, le braccia dietro la schiena, i polsi viola, in catene, un sole torrrido che avrebbe ucciso i cavalli, dovevano filare di corsa alle celle. Le pale dei Mangusta fracassavano i timpani. Chi si lamentava, chi perdeva lacrime. Finché uno, piuttosto vecchio e malconcio, cadde per terra, afflosciato dalla stanchezza.

“Dottore, è Michele Greco, u Papa” fece segno un agente, forse all’improvviso impaurito, forse trattenendo un ghigno. Non si sa.

Perché “l’uomo dei telefoni” non lo guardò. Si avvicinò al vecchio. Ordinò di toglierli le manette e lo staccò dal gruppo. Lo trascinò in spalla fino a un muretto, adagiandolo in un angolo, sopra a un rialzo, riparato da un cono d’ombra. E gli diede dell’acqua.

Michele Greco ringraziò. Fece un sorso,poi ne fece ancora. E ancora. Respirò a pieni polmoni. Si riprese. E tentò di stringergli la mano. Ma l’altro stavolta si tirò indietro. 

E quando il boss chiese di sapere almeno come si chiamasse, sostiene Genchi che la risposta probabilmente gli strappò un sorriso amaro.

Io credo invece che gli avesse strappato il rispetto che mai Michele Greco aveva nutrito per i poliziotti, i finanzieri, i carabinieri, i giudici, i politici che che sempre lo avevano ossequiato come don Michele u Papa. Perché fu a quel punto che “l’uomo dei telefoni”, sfiorando la divisa, gliela indicò: “Noi non abbiamo un nome. Siamo lo Stato”.

Edoardo Montolli “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“. Aliberti editore.

Il perché della pubblicazione del brano con cui si conclude, a pag.959, il “testo-Bibbia”, “storia sconvolgente che spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto dell’archivio Genchi” (così si esprime Marco Travaglio nella sua prefazione al libro), vi sarà chiaro man mano che riusciremo ad articolare risposte alle variegate domande che, via internet, ci pervengono rispetto alle modalità con cui ci si può candidare a servire il Paese in un settore tanto delicato.

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etc…etc…etc…

Sono migliaia (a conferma di uno straordinario interesse rispetto al tema) gli accessi a questo blog dei cittadini che legittimamente chiedono chiarimenti.

Come abbiamo sempre detto, non è nostra competenza descrivere il percorso burocratico per cui è possibile candidarsi ad entrare all’AISI/AISE ma, sentiamo il dovere di contribuire a fornire, ai concittadini navigatori, spunti di riflessione perché, volendosi avvicinare “all’ambiente” e alla possibile “missione”, ne colgano la complessità e le implicazioni etico/valoriali. Questo, lo ribadiamo perché, cose sapete o, meglio, dovreste sapere se qualche volta avete letto le nostre considerazioni in materia, riteniamo che gli organismi preposti alla sicurezza dello Stato e a svilupparne l’Intelligenza, necessitino di una profonda trasformazione “culturale” capace di organizzare e garantire, in tempi geopoliticamente tanto “difficili”, la convivenza civile e serena della nostra comunità, contribuendo così ad abbassare i livelli di aggressività, interni ed esterni, che hanno raggiunto indici insostenibili. E, senza “servizi segreti” adeguati culturalmente, questa aspirazione alla pace e alla prosperità, rimarrà una pia illusione.

Per prepararsi all’arte di saper estrarre dalla realtà ciò che c’è ma non si vede e al saper dire di no a chi vi volesse piegare ad interessi estranei e contrari a quelli che l’interesse nazionale impone, consigliamo di cominciare a leggere (più volte) le 959 pagine del volume che abbiamo citato in apertura del post. Non certo per guadagnarci, onestamente, una qualche  percentuale sulle vendite. Ma, necessariamente, per cominciare a vagliare la propria motivazione a servire, anche a costo di pagare i prezzi che l’uomo dei telefoni, ha pagato. O meglio, i nemici dello Stato, hanno ritenuto di fargli pagare.

Oreste Grani/Leo Rugens e la Redazione che, come al solito, continuano a metterci la faccia e, non solo quella.