Ignazio Moncada, l’uomo venuto da Modica

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Alcuni giorni addietro ci siamo permessi di immettere nella rete un ragionamento (È ora di sapere i nomi degli italiani che se la fanno con gli stati canaglia…) sulle responsabilità etico/politico/morali (ma queste categorie non stanno insieme, direte voi) implicite nelle relazioni d’affari. Pensieri ingenui, quasi di nessun conto ma che, viceversa, non sottovaluterei negli attuali frangenti internazionali. Quello che oggi può sembrare “candore” senza senso, potremmo scoprire che è in realtà il prodromo di una politica “di sicurezza”, epurativa, pre bellica che per semplicità chiamerò: metodo Alì La Pointe (il protagonista dell’indimenticabile capolavoro cinematografico “La Battaglia d’Algeri”). La campagna che precede qualunque “battaglia”, prevede, infatti, l’eliminazione preventiva degli agenti al soldo del nemico. Si tengono, deliberatamente, in vita solo alcuni double cross con la funzione di disinformare e intossicare il nemico. Ritengo sia arrivato il tempo di rigorose epurazioni nei confronti di figure che da sempre vivono di doppiogiochismo se non, addirittura, al soldo di interessi divergenti da quelli dichiarati della Nazione. Nel 17 luglio 2007, la Repubblica, giornale controllato dal noto piemontese Carlo De Benedetti, avvertiva, sia pur presentando la cosa nella forma di notizia promozionale, che a Torino agiva indisturbato (anzi, protetto), da decenni, tal Ignazio “Moncada un pontiere tra 007 e grandi affari”. Articolo importante, a firma doppia (Ettore Boffano e Paolo Griseri), con riferimenti a complessità che oggi vanno ri-lette, cogliendo, opportunamente e alla luce degli avvenimenti geo politici in corso, quello che nella realtà c’è ma non si vede. A vantaggio di chi lavora Ignazio Moncada?

Moncada, un pontiere tra 007 e grandi affari

Il signor Fata, un pontiere tra servizi segreti e business

Quelli che negli eserciti, come nella vita di tutti i giorni, tentano di scavalcare i fiumi e sorpassare i baratri, di interrompere fratture, contrasti, divisioni. Nel suo caso, di far dialogare la politica e l’economia: o, meglio ancora, di far parlarli affari. Poi, tante altre cose ancora: agente segreto all’inizio della sua carriera (ma ha mai smesso sul serio?), brasseur d’affaires, manager industriale, consulente di banchieri internazionali e, soprattutto, “amico”.  Amico di Giuliano Amato, di Gianni De Michelis e, con loro, degli enfant prodige del Garofano subalpino: Giusi La Ganga, Beppe Garesio, Franco Tigani, Elda Tessore. Un pontiere “sopravvissuto”, però, alla Prima Repubblica e capace di trovare nuovi amici su entrambe le sponde dell’ Italia e della Torino “bipolari”. I nomi si sprecano di nuovo, chi lo conosce bene a volte parla di rapporti intensi, a volte di “millanterie”, ma i personaggi sono tutti eccellenti: il “risorto” Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Silvio Berlusconi. Infine, un contatto recente, ma importante per Torino e le sue trame bancarie: consulente di Emilio Botin, il patron del Banco Santander sconfitto dall’ accordo San Paolo-Intesa. Ma chi è davvero Ignazio Moncada, nato a Modica [paese noto anche per la migliore cioccolata del mondo ndr.] (Ragusa) il 18 febbraio 1949 e approdato a Torino dopo un breve parentesi romana? Tutto comincia proprio nella Capitale, all’inizio degli Anni 70, quando il generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio D del Sid (il controspionaggio militare), mette su una squadra di giovani funzionari e informatori col compito di controllare la sicurezza nazionale e della Nato nelle aziende che hanno rapporti con l’ Est comunista e con l’Urss. Una delle città italiane più calde, da questo punto di vista, è Torino dove con il blocco comunista lavorano la Fiat e anche la Fata, la società fondata a Pianezza da Gaetano De Rosa. E proprio sotto la Mole, all’inizio degli Anni 80, arriva Moncada: forse ancora agente segreto, forse già consulente, di sicuro nell’ orbita del Garofano, forte dell’ amicizia con Amato. Nel gossip della politica cittadina, è accostato spesso a La Ganga (craxiano di ferro) e, in subordine, a Garesio (più vicino a De Michelis). Nel frattempo, si infittiscono i suoi rapporti con De Rosa e la Fata. E proprio in riferimento all’ azienda di Pianezza, le cronache giudiziarie cittadine scoprono per la prima volta il suo nome. Nel processo per lo “scandalo delle tangenti” del 1983, il faccendiere Adriano Zampini racconta così riguardo all’ affare del magazzino centralizzato del Comune: «Andammo alla Fata con Enzo Biffi Gentili, ma ci sentimmo dire: di questa cosa sono già venuti a parlarci La Ganga e Moncada». Parole che, però, non rivestono rilievo penale (fare il “pontiere” non è sempre un reato) e che il giudice istruttore Mario Griffey liquida nel suo rinvio a giudizio: «Del Moncada non mette conto parlare…». Sono anni intensi, di affari e di politica: il suo impegno e le sue consulenze spuntano anche nelle trattative di Acqua Marcia per acquisire la commessa dello stadio Delle Alpi per i Mondiali del 1990. Intanto Moncada sta costruendo la propria carriera di manager nella Fata, una società che si occupa di macchinari per fonderie e impianti per la lavorazione dell’ alluminio e che guarda ai mercati dell’ Est, ma anche al Medio Oriente e all’ America Latina: le terre di conquista di quella cooperazione allo sviluppo che ha, in Italia, come forza politica-guida il Psi. Man mano che cala l’ astro di De Rosa, e con lui il buon andamento economico dell’ azienda, cresce invece quello dell’ uomo venuto da Modica. Nel 1988, c’ è il primo ingresso di Finmeccanica in Fata, con il 24 per cento delle quote, poi via a via, a Pianezza, il peso del colosso pubblico si fa sempre più forte. Poco dopo, l’ Italia e Torino subiscono il terremoto di Tangentopoli: cadono teste e padrini, ma Ignazio Moncada non si ferma. Con un unico intoppo, nel 1994, quando il suo nome è accostato a quello di un vecchio amico dei tempi dei servizi segreti, quel Michele Finocchi personaggio chiave dello scandalo del “Sisde deviato”. Finocchi è arrestato dopo una lunga latitanza in Svizzera: si mormora che abbia vissuto a Zurigo grazie agli aiuti, tra gli altri, dell’ antico collega, ma anche quest’ ipotesi finisce nel nulla. Il pontiere si riprende subito e conosce e frequenta la nuova politica, non perde di vista Amato e comincia a dichiararsi amico di D’Alema e a vantare rapporti con i due “nemici”: Berlusconi e Prodi. A Torino vede spesso chi conta: non è innaturale che un manager del suo peso conosca bene i sindaci (compreso Chiamparino) e anche il potentissimo Enrico Salza del San Paolo, ma sempre con la riserva mentale di quel rapporto stretto con Botin. Per lui, sono gli anni dell’ apoteosi: presidente e amministratore delegato di Fata. Sino al 2005, quando la crisi a Pianezza si fa gravissima e Finmeccanica spende quasi 200 milioni di euro per rilevare azienda e debiti. Qualcuno allora immagina il tramonto del “pontiere”, ma il numero uno di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, pretende che gli venga lasciata almeno la presidenza, sia pure con pochissime deleghe internazionali. Sono gli stessi tempi del suo incarico anomalo in “Lumiq Studios” e in altre società legate in qualche modo ai progetti della nuova politica subalpina. Come “Musinet”, l’azienda collegata all’ autostrada del Frejus che si occupa di collegamenti internazionali con fibre ottiche: lì Moncada è vicepresidente. Agli “amici” e alle “amiche”, che gli chiedevano perché, il pontiere dava poi sempre la stessa risposta: «Io non volevo, ma me lo hanno chiesto…». E adesso, come mai gli era accaduto in tutta la sua carriera, il suo nome occupa le pagine dei giornali e anche le curiosità della procura della Repubblica di Torino che si prepara a convocarlo per la vicenda di “Lumiq Studios”. Con tutti i politici subalpini, della Prima e della Seconda Repubblica, pronti a interrogarsi: Ignazio Moncada, davanti al pm, farà il “pontiere” oppure l’amico?

ETTORE BOFFANO E PAOLO GRISERI 17 luglio 2007

Facendo un salto indietro, al 12 febbraio 2003, troviamo un altro articolo illuminante e preveggente: “Una FATA dalla Siberia (minchia!) all’Iran (super minchia)” a firma del solo Paolo Griseri. Ovviamente, le espressioni scurrili sono un nostro gentile omaggio al siculo torinese Ignazio Moncada. 

Una Fata dalla Siberia all’Iran

Hanno venduto celle frigorifere ai siberiani. E non la considerano una stranezza: «Siamo degli organizzatori, la nostra specialità è sempre stata quella di mettere insieme sistemi complessi. Se serve il frigorifero, procuriamo anche quello». Ignazio Moncada, 53 anni, è il presidente della Fata, società con sede a Pianezza che realizza il 95 per cento del fatturato all’ estero. Fondata nel 1936, occupa oggi un migliaio di dipendenti. Ha fatto fortuna negli anni ’70 e ’80 producendo sistemi per l’automazione di processo. Ha realizzato gli stabilimenti Fiat a Togliattigrad, con i paesi dell’Est ha lavorato ben prima della caduta del Muro. «Per decenni – spiega Moncada – la nostra specializzazione è stata l’ hard, il prodotto di metallo, che si tocca. Abbiamo realizzato linee di montaggio, fonderie, sistemi per la logistica e l’ industria agroalimentare». Poi, almeno una parte della attività tradizionali hanno dovuto essere riconvertite. Alle fine degli anni ’80 la crisi dell’automazione industriale spinta ha avuto contraccolpi sul fatturato del gruppo. E anche la caduta del Muro ha fatto sentire i suoi effetti. Lo scorso anno è stato deciso un nuovo taglio agli organici degli impiegati. E hanno perso il posto una decina di interpreti russe, lascito dell’ epoca d’oro in cui l’Unione Sovietica era uno dei principali committenti della società. Ora la Fata ha deciso di provare a cambiare pelle. In due direzioni: accentuando la sua presenza nei paesi «difficili», dall’Iran ai Balcani. E tentando di aumentare il fatturato in Italia. «Per quel che riguarda la presenza italiana – spiega Moncada – abbiamo deciso di puntare su produzioni innovative. Di passare dal materiale all’ immateriale, dall’ alluminio all’ organizzazione». Così è nata l’idea di rilevare il più grande pacchetto azionario del Multimedia park di Torino, la nuova cittadella del cinema e degli effetti speciali che sta sorgendo nell’ area ex Fert. Capannoni e studi che necessitano di personale, di logistica, in una parola di essere organizzati per funzionare. Quando il progetto sarà realizzato, promettono alla Fata, dovrebbe produrre «tra i 300 e i 400 posti di lavoro». L’organizzazione si può vendere ai cineasti ma anche ai militari realizzando una società mista con la Zust Ambrosetti per il trasporto dei pezzi di ricambio dei caccia. O costruendo una joint venture con la Sitaf, la società che gestisce l’autostrada per Bardonecchia, con lo scopo di «fornire infrastrutture e supporti di telecomunicazione per assistere all’ evento olimpico». Fuori dall’ Europa continua invece l’ attività tradizionale. La società di Pianezza ha appena concluso importanti contratti con l’ Iran per un ammontare di oltre 400 milioni di euro. Si tratta di fornire le fonderie per l’alluminio e due linee di montaggio di automobili per un’ azienda francese. Presto la Fata aprirà un ufficio a Teheran. Non sembra il periodo più tranquillo per investire nell’ area: «Finora tutto è andato molto bene – ribatte Moncada – e non abbiamo mai avuto particolari problemi. Per il momento i venti di guerra non hanno avuto effetti sui rapporti con il governo iraniano». Altre importanti commesse stanno per essere ottenute dal governo di Pechino; India e i Balcani, le prossime tappe della strategia aziendale.

PAOLO GRISERI 12 febbraio 2003

Ora, come sappiamo, si potrebbe avvicinare, la Terza Guerra Mondiale e ciò che andava bene qualche anno addietro potrebbe risultare indigesto alle strutture di sicurezza USA/NATO. Ciò che poteva sembrare utile per poter stare con otto piedi in una scarpa, si potrebbe rivelare, da un giorno all’altro,  motivo per cui una persona viene dichiarata “non gradita” . Così è la vita. 

Oreste Grani

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