L’Etica e la Meritocrazia. Prime risposte a chi chiede al web: “requisiti per lavorare nell’intelligence” e “quanto si guadagna nei Servizi Segreti?”

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“Requisiti per lavorare nell’intelligence” digitano, anche ieri, anonimi cybernauti. Da anni, dissemino le fonti aperte (in particolare, da quando esiste Leo Rugens, lascio – quotidianamente – indizi nell’amica rete) di riferimenti alle cause dell’impoverimento del nostro Paese ed, in particolare, a quella che ritengo sia la principale e cioè la scarsa (se non totalmente assente) cultura del merito.

L’assenza di questa cultura in presenza, viceversa, di una vastissima diffusione della corruzione e del potere della criminalità organizzata lei sì orientata a valorizzare i suoi accoliti secondo criteri di merito (il più feroce, il più fedele, il più scaltro nel trovare soluzioni utili ai fini criminali dell’organizzazione), rende il Paese vulnerabile e non “intelligente” nelle aziende, nei sistemi educativi, nella pubblica amministrazione ed in particolare nelle organizzazioni militari. Un paese che stagna/stalla, da oltre venti anni, in queste condizioni è indispensabile, per fargli ripartire ” vita e  speranza”, valutare e valorizzare il talento (poi verremo, conseguentemente e implicitamente, ai “requisiti” di cui i nostri curiosi di rete chiedono) e diffondere/imporre un vero e proprio culto per  il “merito”.

Nel post che state leggendo, per quanto mi preparo a scrivere, correrò il solito rischio di farmi attribuire legami e subalternità con il mondo ebraico e con lo stato di Israele in particolare. Me ne frego perché so che, a differenza di altri, ho giurato fedeltà solo “al tricolore”. Ad ognuno, se vuole continuare a criticarmi, il piacere e la responsabilità di appiattirsi su stereotipi e luoghi comuni. Lo stereotipo, ad esempio, è nemico dell’intelligence e di un “servizio segreto” efficiente.

Quest’ultima premessa prima di inoltrarmi, grazie al “rispettoso saccheggio” dell’opera intellettuale di Roger Abravanel dedicata, da lui sì con lungimiranza e perspicacia,  alla “meritocrazia”.

Le considerazioni che seguono sono un ulteriore contributo al tema posto dai cittadini (segnalo a chi di dovere che sono ormai migliaia le richieste telematiche che Leo Rugens intercetta) sui requisiti necessari per lavorare per l’intelligence.

L’adattamento delle argomentazioni di Abravanel al tema posto (“come si entra nell’Intelligence?” e “quali requisiti si devono avere per lavorare nei servizi segreti?) dai cittadini curiosi che arrivano a questo blog (Leo Rugens/Oreste Grani), sono, ovviamente, totalmente mie e di cui, come al solito, mi assumo tutta la responsabilità: Abravanel scrive di altro (la Meritocrazia) ma a me piacciono i suoi ragionamenti e ne estendo il valore e il significato recondito al campo della Strategia di Sicurezza Nazionale, necessaria all’Italia.

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Dalla sua nascita, verso la metà del secolo scorso – dice appunto Abravanel – Israele è stato costantemente in guerra, accerchiato da Paesi nemici che dichiarano di volerlo annientare. 

La superiorità nella tecnologia e nella leadership delle sue forze armate ha permesso a Israele di resistere sino a oggi. Contemporaneamente la difesa israeliana è diventata una vera fabbrica di talenti anche per la società civile, ed è alla base del miracolo economico del Paese.  Il servizio militare in Israele è obbligatorio per tutti i giovani di diciotto anni, e dura tre anni per i maschi e diciotto mesi per le donne. A diciassette anni tutte le reclute devono effettuare un test standard che le seleziona in base a intelligenza, condizioni fisiche e potenziale di leadership; vengono poi assegnate alle varie unità delle forze armate (fanteria, divisioni corazzate, marina, aeronautica, supporto, altre), sulla base dei risultati dei test, delle loro preferenze e delle esigenze delle singole unità. Quelli più dotati sono canalizzati «attivamente», dove le forze armate possono valorizzarli maggiormente e dove ci sono le maggiori necessità. Ad alcuni giovani molto selezionati viene offerta la possibilità di laurearsi durante il servizio militare nelle migliori università a spese dello Stato, per essere successivamente immessi nelle varie unità delle forze annate. Questo programma ha un duplice effetto positivo: aumenta il livello dei laureati delle forze armate e offre ai giovani ottime opportunità nel mondo del lavoro una volta terminato il servizio militare. 

Nell’ambito di tale gruppo selezionato (non di raccomandati!) di giovani particolarmente dotati esiste un programma speciale di «eccellenza accelerata», il Talpiot, che in ebraico antico significa «costruire qualcosa di forte, impressionante». Talpiot seleziona ogni anno cinquanta – superdotati (non di raccomandati!) – tra 5000 giovani reclute già preselezionatissime. Lo fa con un’impressionante serie di test di matematica, dinamica di gruppo, condizioni fisiche e leadership e li avvia a un programma accademico accelerato che prevede una laurea alla Hebrew University in fisica e matematica, dove seguono con gli altri studenti i corsi di laurea tradizionali ma «rinforzati» con il 40 per cento in più di materie. Al termine del programma, entrano nelle unità di élite della difesa per farsi una esperienza «sul campo» e rafforzarsi fisicamente e psicologicamente. Successivamente vengono assegnati ai programmi di ricerca e sviluppo della difesa, dove passano il resto dei nove anni complessivi del loro servizio militare. Non sorprende nessuno che al termine della ferma le imprese high tech israeliane facciano la coda per assumerli. Si stima che un quarto delle imprese israeliane quotate al Nasdaq siano state create da laureati del programma Talpiot.

Oltre al Talpiot, vi sono altri programmi speciali. La segretissima “Unità 8200” – di cui si sa pochissimo – è un’unità di intelligence con il compito di decifrare e analizzare le trasmissioni nemiche, grazie a tecnologie sviluppate totalmente in house. I suoi giovani sono scelti (non raccomandati!) in base alla propensione alla matematica e all’informatica dopo processi di selezione molto severi. La selezione, però, è anche in questo caso eccellente.Merito, ancora merito e niente “segnalazioni” di chicchesia. I membri dell’unità, quando terminano il servizio militare, diventano spesso venture capitalist di successo. L’aeronautica israeliana assorbe ogni anno giovani reclute in perfette condizioni fisiche, intelligenti e ambiziose, per farne i piloti di quella che è considerata una delle migliori aviazioni del mondo. La combinazione di capacità di auto coordinamento, istinto e intelligenza è molto rara, per cui l’aeronautica ha il «diritto di prelazione» sui giovani che seleziona. E se vieni scelto, devi andare. 

Il training che riceve un pilota ne fa un leader meritocratico naturale. Ogni pilota viene valutato alla fine di ogni simulazione di battaglia aerea: non ci sono dubbi su chi è più bravo, è quello che abbatte l’aereo nemico. Ogni pilota conosce a fondo i propri punti di forza e di debolezza. La pratica ossessiva del mission debrief (l’analisi della missione) permette una trasparenza giornaliera su chi ha fatto bene e chi ha fatto male (merito e ancora merito) e lo sviluppo della consapevolezza di sé e del miglioramento continuo. L’assenza di gerarchia tipica di un combattimento aereo in formazione, in cui chi vince è lo stormo e non il singolo. E infatti in cuffia capita di sentire un giovane pilota che sgrida un generale  (ve lo immaginate in Italia?), crea responsabilità e spirito di squadra. Tutto ciò fa si che i piloti, quando terminano il servizio militare, diventino leader della consulenza di banche di affari e del venture capital; oltre che dei fondi private equity che investono in start up high tech. 

La fabbrica di eccellenza della difesa israeliana non assolve solo alla missione di proteggere il Paese, ma è stata un ingrediente essenziale dello sviluppo economico: negli ultimi quindici anni, grazie all’high tech ha trasformato Israele da «terra di arance e miele» a un «Silicon Wadi» che ha prodotto quasi cento società quotate al Nasdaq, e gli investimenti del venture capital israeliano sono stati in valore assoluto superiori a quelli nel Regno Unito (il più grande mercato del venture capital d’Europa) e dieci volte quello USA in rapporto al PIL. I leader di questa straordinaria e veloce trasformazione (Silicon Valley ha avuto bisogno di cinquant’anni per svilupparsi) sono in gran parte imprenditori selezionati e istruiti dalle forze armate israeliane. 

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Queste indicazioni vanno trattate con le opportune  differenze e necessità di adattamento ma, certamente, non se ne può più di venire a sapere dalla pubblicistica (giornali e libri), mai smentita, che ad un agente segreto (!), secondo una regola non scritta non va mai chiesto come abbia fatto a entrare nei servizi perché tanto la risposta la sanno tutti: per percorsi “raccomandativi”. Proprio come si fa in Israele per essere scelti nel Mossad, nello Shin Bet, nell’Unità 8200 o nell’Aman!

Come caso (virtuoso e raro) di inutile tentativo di raddrizzare la situazione cito una circolare riservata, firmata dal generale Giorgio Piccirillo, all’epoca (eravamo nel 2010) direttore dell’AISI, con cui ricordava ai suoi agenti che sarebbe stato il caso di mantenere “segreta” la propria attività, ma soprattutto chiedeva di smetterla con le “raccomandazioni”. Come in Israele!

Niente più spintarelle per entrare nei servizi segreti o, peggio, per scalare posizioni. La circolare venne inviata a tutti i dirigenti delle divisioni del servizio e ai capi centro delle stazioni dislocate su tutto il territorio nazionale. Nella circolare,  si intendeva richiamare l’attenzione sulle implicazioni – sotto il profilo della riservatezza – delle segnalazioni che pervenivano da fonti esterne al “servizio” (capite – spero – la gravità di una situazione “groviera” di questo tipo?), in ordine a determinazioni di favore e al programmato svolgimento degli scrutini di avanzamento di carriera. Come a Tel Aviv, come nel Mossad, come nello Shin Bet!

Chiunque di voi che continuate a chiedere al web “quanto si guadagna nei Servizi Segreti” e “quali requisiti si debbano avere per essere scelti nell’Intelligence”, spero che capiate che tale forma di interessamento (con implicita “raccomandazione”), sono l’opposto di una qualunque compartimentazione e che, anzi, comportano il disvelamento non solo dello stato di appartenenza agli organismi d’informazione, ma anche la possibile fuga di notizie relative all’ordinamento interno afferenti il beneficio invocato. Scusate il burocratese utilizzato ma penso che a tutti sia chiaro il grado di inaffidabilità che una situazione “alla Totò e Peppino, in viaggio a Pechino” (non credo che questo film sia mai stato girato) crea nei rapporti complessi che girano intorno alla sicurezza di un paese. Tenete conto che anche il prefetto Franco Gabrielli e il generale Mario Mori, a suo tempo, avevano inviato circolari simili. Niente da fare: in troppi, in Italia, ancora  ritengono che i “servizi”, non solo debbano essere uno stipendificio dove si guadagna un sacco di soldi e si può fare il fico con le donne disvelando la propria attività, ma,  soprattutto,  se si conosce un politico “forte” si può, non solo entrare all’AISE/AISI ma, farci carriera.  Come al solito, aspetto –  a piè fermo – smentite.,

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In ultimo (per oggi): tenete conto che ho avuto la possibilità, nella mia vita professionale, di confrontarmi su queste stesse problematiche (in particolare modo sul tema dell’Intelligence culturale), durante un seminario/incontro da me organizzato appositamente a Roma, durato tre giorni, con esponenti di primissimo piano dell’intelligence israeliano, nel quale la tesi della necessità di una vera e propria “rivoluzione culturale” nel mondo dell’intelligence non solo italiana (rivoluzione denominata “Preferisco di no ovvero come formarsi all’aristocratica arte del ritirarsi“) fu valutata dai tecnici più che positivamente ma, con una punta di senso critico (quasi una sfumatura di tipo offensivo per gli Italiani), addirittura eccessivamente “evoluta” per essere accolta e scelta nel nostro Paese. Avevano ragione i miei critici di quel momento, tante è vero che, poco tempo dopo, sono stato fermato (nei modi noti, ad alcuni di voi), con una assoluta brutalità, nel mio tentativo di dimostrare che invece l’Italia poteva farcela a dotarsi di un luogo (una scuola ) “intelligente” per rifondare la propria Strategia di Sicurezza. Per provare, così facendo, a ritrovare una sua qualche sovranità. Per ora, come  ho detto, hanno avuto ragione i signori israeliani, venuti ospiti, ad ascoltare la mia teoria (gli feci anche omaggio, su loro richiesta, dei materiali didattici, senza timori e gelosie d’autore, inviandoli, per via telematica, ai loro indirizzi) sul fatto che l’Italia e gli Italiani “non erano pronti al grande cambiamento da me proposto”. Per ora! Ma come sanno gli amici ebrei … se Dio vuole … tutto è possibile. Aggiungo io: la speranza è l’ultima a morire nella terra che ha saputo dare i natali a Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti e a Manfredi Talamo.

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Oreste Grani/Leo Rugens