A proposito di rapporti Stato/Mafia: chi telefonò, dall’interno di Telespazio (all’epoca IRI/STET), al boss Gaetano Scotto?

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Quando si sente parlare di trattativa Stato-Mafia, la mente degli addetti ai lavori, se ne va, alla questione Ciancimino ed altri. Oltre a questi episodi in via di chiarimento, a me personalmente, il binomio evoca altri intrecci tra le istituzioni e la criminalità.  Intrecci che non sono ipotizzati, senza reale fondamento, da maliziosi giornalisti in cerca di scoop o da toghe rosse, verdi o gialle ma, certificati, in modo incontrovertibile, da quel tipo di “prestazione obbligatoria” (i tabulati emessi in automatico) che ogni telefonata fatta (anche senza risposta) genera. Una telefonata, al di là dei contenuti, non può “lasciare traccia elettronica” se qualcuno non la ha effettuata. Punto. Chi rimuove questo dato certo o è cretino o è in malafede. Terza ipotesi non è data.

Pagine 938-939, della Bibbia denominata “Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“:

Raccontando persino ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: e cioè che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero p0tuto spiarli dal castello Utveggio. E allora, adesso, forse, il vicequestore non è più solo. Forse le sue tesi non sembrano più così ardite. Crede che si arriverà a qualcosa di concreto sulle stragi? 

Guardi, io ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D’Amelio. Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice. 

Anche al Copasir, probabilmente, ne saranno lieti. Ansa, 31 luglio 2009: 

Roma – Il Comitato di controllo sull’attività dei servizi segreti (Copasir) si occuperà delle novità che stanno emergendo dall’inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via d’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino. Lo ha annunciato il presidente del Copasir Francesco Rutelli sottolineando di aver già incontrato il presidente della Commissione antimafia Giuseppe Pisanu per coordinare i lavori. «Ho parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari» ha spiegato Rutelli «e ho concordato che una volta completata l’analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei servizi segreti, saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir». «Abbiamo rivolto ripetutamente l’invito al presidente del Consiglio, ma non ha trovato il tempo di venire al Copasir: e, invece, credo che sia necessario che venga perché lo prevede la legge ed è lui il responsabile della politica di intelligence». Lo ha detto il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), Francesco Rutelli, a margine della presentazione della relazione al Parlamento sull’attività dell’organismo. «Abbiamo già rivolto la richiesta» ha ribadito Rutelli «e ora la reiteriamo anche formalmente con la relazione consegnata al Parlamento». 

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A loro, del Copasir, e soprattutto ai magistrati di Caltanissetta toccherà tirare le conclusioni su una storia che ha lasciato tracce ovunque senza che nessuno le cogliesse. Una storia sulla quale si è fatta almeno un po’ di luce sul mafioso di cui si è saputo meno, una specie di fantasma che appariva ogni tanto in qualche parte d’Italia e che per essere uno di cui nessuno sapeva nulla conosceva diverse persone: nella guardia di finanza, nel mondo della sanità, in quello della politica dell’epoca e del jet set futuro. 

Quel Gaetano Scotto che rimase a lungo latitante e che aveva forse ambizioni da manager e che chiamava la più avveniristica scuola dell’epoca, il Cerisdi di Palermo, e che aveva probabilmente un altro amico di grande cultura. Uno che lo chiamò almeno il 13 e il 19 dicembre 1991 dal numero di un’enorme ditta che quell’anno fece registrare un incremento di fatturato del 39%, salito a duecentoquaranta miliardi. Un’azienda che il ministro Oscar Mammì voleva portare alle partecipazioni statali nell’ambito della maxi rivoluzione che stava per applicare alle telecomunicazioni e che proprio quell’anno si era resa preziosa pure nella guerra del Golfo per le sue trasmissioni via satellite. Perché non si potrà probabilmente mai sapere perché un’azienda con sede a Roma specializzata in trasmissioni satellitari fosse in rapporti con un boss mafioso dell’Acquasanta. Ma nemmeno fosse un thriller, nella più singolare delle coincidenze, era proprio l’azienda a cercare Gaetano Scotto e non il contrario. 

Si trattava della più avanzata azienda del gruppo Iri-Stet: Telespazio.

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31 luglio 2009: siamo ancora vicini nel tempo e, prima che l’oblio abbia il sopravvento sulla memoria, è opportuno che qualcuno (ragazzi del M5S, che fate?) faccia le domande giuste al responsabile della politica dell’intelligence nel nostro Paese che, lo ripetiamo, è il presidente del Consiglio (Renzi) prima di sentirci dire, in assoluta casualità (?) che oltre all’Eni, anche altri mondi non devono essere disturbati perché danno lavoro a migliaia di persone e sono, loro stessi, i servizi segreti italiani. Così, apprenderemo che, oltre all’Eni, anche altre realtà imprenditoriali fanno intelligence al posto delle istituzionali AISE/AISI, di per se già forti di circa 4500 dipendenti, “statali”. Persone pagate, fino a prova contraria, perché loro “analizzino” e “leggano nella realtà ciò che c’è e non si vede”. E non chiunque altro come pare che accada a detta del Capo del Governo. A meno che non siano persone appositamente distaccate presso queste realtà imprenditoriali, proprio per motivi di sicurezza. Basta dirlo. Senza dire altro, per motivi di sicurezza. Anche se, nel Paese dove si ricorre al tribunale del Lavoro o al TAR, per veder riconosciuti i propri diritti professionali mentre si svolge l’attività di “agente segreto” (vedi il caso Saint Just/Silvio Berlusconi) non mi sembra che possa essere un Paese dove si tiene, nel dovuto conto, la cultura della riservatezza e della compartimentazione. Torniamo alle telefonate che non possono “farsi da sole”. Qualcuno dovrà pur dire/spiegare un giorno chi e perché, dall’interno di Telespazio (IRI-Stet, cioè lo “Stato”), chiamava il boss della mafia della Arenella, Gaetano Scotto, personaggio ancora oggi sospettato di essere uno dei registi dello stragismo che colpì Falcone e Borsellino. Ecco che torniamo all’amica tecnologia e alle prestazioni obbligatorie: qualcuno telefonò da dentro e non da fuori; qualcuno telefonò da un’utenza Telespazio e non, viceversa. Vi sembra poco? Cominciate a capire il senso profondo della sottotitolazione del libro dedicato all’attività investigativa di Gioacchino Genchi, “Storia di un uomo in balia dello Stato”?

Il “battitore di nocche sul tavolo” (Renzi Matteo alias Bettino Craxi, il decisionista) ci può, cortesemente, dimostrare che è pienamente consapevole di essere il Capo dei Servizi Segreti di questo Paese e che, se lo volesse, potrebbe dare un fattivo contributo a “fare luce su…” qualunque oscuro episodio?

Tanto, è cosa certa, non sono cose che lo riguardano, personalmente.

Oreste Grani/Leo Rugens