Torino 1864: si inaugura il metodo “strage di stato”

L'acquario del circo

L’acquario del circo

Tutti ricorderanno che, a poche ore dalla “dichiarazione di guerra” dei sindacati delle forze di polizia del Paese contro il blocco degli stipendi annunciato dal Governo del Presidente più giovane e presuntuoso e vanesio della storia italica, con relativa denuncia dello stato di indigenza di numerosi poliziotti, un carabiniere uccide a un posto di blocco un giovane disarmato. Addio alla giusta protesta e tutti zitti. Non poteva essere altrimenti. E buonanotte alla sicurezza.

Pochi giorni dopo, 21.9.14, lastampa.it pubblica, invece, un articolo nel quale si ricorda che la prima strage impunita del Paese, risale addirittura al 1864, quando, a Torino, i carabinieri spararono sulla folla che protestava per lo spostamento della capitale a Firenze. Tempismo perfetto.

Quale amica della verità, trovo giusto e sacrosanto ricordare qualsiasi cosa, anche un delitto caduto di sicuro in prescrizione, mi domando solo se, con un lieve accenno di paranoia, non ci si trovi di fronte a una forma di “storia ad orologeria”, tanto più che Torino è il luogo di nascita dell’Arma.

Il pezzo ha una chiusa ancora più interessante che riporto prima dell’articolo integrale:

Che cosa s’impara dalla strage di Torino del 1864? Intanto, s’impara che il Risorgimento non è stato quel fenomeno elitario che oggi spesso si vorrebbe accreditare: il popolo degli operai e degli artigiani era protagonista. Ma soprattutto s’impara che certe cose nel nostro paese non cambiano mai: fra tacite complicità, disinformazione, insabbiamenti e assoluzioni i fatti del 1864 ricordano irresistibilmente quelli del G8 di Genova nel 2001. Un progresso c’è stato: allora le forze di polizia affrontavano le manifestazioni col fucile anziché col manganello. Ma quanto a logiche del potere l’Italia del Risorgimento assomigliava anche troppo alla nostra.

Giusto, ben detto, sembra di leggere un comunicato delle decine di associazioni delle vittime di stragi, di assassini politici, di “fatti” quali Ustica ecc. solo che non è così, trattandosi di un quotidiano, La Stampa, che di quel sistema marcio, grazie al suo editore, fa parte da decenni.

Certo non dimentichiamo che tra i più reattivi quotidiani nel dare conto della vicenda Shalabayeva, La Stampa si colloca ai primi posti; ma fu sete di giustizia, opportunismo o altro?

Torino, come ci insegna molto bene il capolavoro di Citto Maselli “Il sospetto” (con un immenso Gian Maria Volontè), è città nodale negli intrighi internazionali (che fine ha fatto, per esempio, la società – Logo System – grazie alla quale è cominciata la fortuna di Berezovkij, quindi la fortuna di Putin?), manovre che passano ben sopra la testa di migliaia di onesti servitori dello Stato, solo colpevoli, forse, di avere indirizzato il fuoco dalla parte sbagliata, colpendo altrettanto onesti cittadini e non i disonesti traditori del Paese.

Cosa ci vuole dire davvero La Stampa in questo articolo? Vuole rafforzare le tesi del Cimitero di Praga di Umberto Eco: “su dieci rivoluzionari tre sono spie, sei sono cretini e uno solo è pericoloso”? Vuole annunciare un cambio di registro, denunciando finalmente anni e anni di un groviglio destra-sinistra che definire bituminoso è ancora poco?

Aspettiamo eventi futuri.

Dionisia

P.S. Con “metodo Strage di Stato” intendo una ricetta tutta che ci rende forse unici al mondo; per conoscerne gli ingredienti e come la si realizza, rimando ai saggi di Stefania Limiti, Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli, indiscussi studiosi della “cucina” italiana.

P.S. al P.S. “abbasso ai giornalai venduti“, slogan di quel lontano 1864, è uno di quei rari momenti in cui la verità brilla e trionfa nonostante tutto e tutti.

Torino, 150 anni fa la prima strage dell’Italia unita

Poche vicende del Risorgimento sono state rimosse, o travisate, come la strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864. Anche chi ne ha sentito parlare, e sono pochi, tende a credere che in città siano scoppiati violenti tumulti per protestare contro il trasferimento della capitale a Firenze.

La vera storia della strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864, come emerge dai lavori delle commissioni d’inchiesta, è piuttosto diversa da una protesta contro Firenze capitale. Oggi la documentazione dell’epoca è liberamente consultabile sul sito http://www.Torino1864.it, una prova tangibile di come la rete possa rappresentare uno straordinario progresso culturale e civile.

La prima cosa che emerge è che i torinesi non protestarono contro il trasferimento della capitale, anche se questo significò per Torino, come già per Napoli e in minor misura per altre città italiane, perdere i ministeri, le ambasciate, la corte, i fiumi di denaro pubblico e la luce dei riflettori, oltre a un decimo degli abitanti. Tutti sapevano che Torino non sarebbe rimasta a lungo capitale, perchè la capitale d’Italia doveva essere Roma; e nelle pubblicazioni di quegli anni si legge già chiaramente la profezia per cui Torino era destinata a cambiare ruolo e a diventare una grande metropoli industriale, «la Lione d’Italia».

Ma Roma non si poteva toccare, perchè lì continuava a regnare il papa-re, sotto la protezione di Napoleone III. La Francia voleva una garanzia, e il governo Minghetti decise che per dare quella garanzia l’Italia avrebbe trasferito la capitale da Torino a Firenze. Firenze – che per inciso era la città del ministro dell’interno, Peruzzi – poteva avere per l’Italia un valore simbolico non inferiore a Roma, e una volta affrontata l’enorme spesa del trasferimento, si fece capire ai francesi, non se ne sarebbe più parlato per un bel pezzo.

E così, nel settembre 1864 il governo Minghetti firmò con la Francia un accordo che avrebbe dovuto restare segreto, e che invece, giacché siamo in Italia, venne subito divulgato. A Torino un pubblico molto politicizzato si convinse che con quell’accordo il governo aveva promesso a Napoleone III di rinunciare per sempre a Roma; e s’indignò. La sera del 20 settembre la città era piena di gente e di comizi improvvisati; il grido era «La capitale a Roma!». L’indomani, 21 settembre, la folla si radunò davanti al municipio, gridando «Roma o Torino», e bruciando la governativa Gazzetta di Torino che si era pronunciata a favore del trasferimento a Firenze. Poi un centinaio di scalmanati, «in buona parte monelli» secondo l’inchiesta parlamentare, si trasferì in piazza San Carlo, dov’era la stamperia del giornale, al grido «Abbasso i giornali venduti!». La polizia uscita in forze dalla Questura, che si trovava allora in piazza San Carlo, «assaltò» – è il termine usato nell’inchiesta del municipio – i manifestanti con le sciabole sguainate, ne arrestò molti e li trascinò via continuando a pestarli a sangue, come riferì esterrefatto un ingegnere inglese che aveva assistito ai fatti.

In serata una folla più numerosa si raccolse in via Nuova, l’attuale via Roma, chiedendo il rilascio degli arrestati, al grido di «Abbasso il Ministero!», «Viva Garibaldi!», e «Morte a Napoleone!» Alla folla si erano mescolati molti agenti in borghese, in gran parte ex sbirri borbonici fatti salire da Napoli, che incitavano alla violenza. Peruzzi fece schierare davanti al ministero dell’Interno in piazza Castello due squadroni di allievi carabinieri, tutti forestieri, giovanissimi e inesperti. Riferisce la relazione del municipio che «gli allievi carabinieri, al dire di diverse persone presenti, avevano un contegno molto provocante (sic), che non lasciava presentire niente di buono». Quando la folla sboccò in piazza, gli allievi carabinieri aprirono il fuoco senza preavviso, continuando a sparare sulla gente che fuggiva: si contarono dodici morti e decine di feriti, compresa gente che era seduta al caffè.

Nella notte il governo in preda al panico, persuaso che la guerra civile fosse imminente e la monarchia in pericolo, fece affluire a Torino 20.000 soldati, mentre chiudeva giornali e diffondeva bollettini menzogneri, accusando la città di aver scatenato la rivoluzione. L’indomani, 22 settembre, Torino era in stato d’assedio «come se si fosse a Varsavia», dicono le cronache, ma la gente era al lavoro. Solo alla sera, colla chiusura di botteghe e officine, piazza San Carlo si riempì di folla; i soldati mantenevano l’ordine senza difficoltà, ma all’improvviso gli allievi carabinieri uscirono dalla Questura e aprirono indiscriminatamente il fuoco. La sparatoria colpì anche le truppe schierate in piazza, che ebbero quattro morti e parecchi feriti, tra cui il colonnello del 17° reggimento. I carabinieri inseguirono la gente che fuggiva sotto i portici, abbattendo dei ragazzi a revolverate; moltissime persone si salvarono correndo verso i soldati, che li lasciarono passare senza sparare.

In totale quelle due serate di repressione voluta dal governo per dare l’esempio lasciarono sul selciato 55 morti e 133 feriti gravi. Il più giovane dei morti era un tipografo di 15 anni, il più anziano un vetraio di 75; gli altri, quasi tutti sotto i trent’anni, erano calzolai e carrettieri, falegnami e muratori, ferrovieri e fornai. Il 28 settembre cadde il governo Minghetti, subito definito «il ministero dell’assassinio» in pamphlet pubblicati opportunamente a Lugano. Prima di dimettersi il governo fece in tempo a diramare al mondo un comunicato in cui dichiarava che a Torino la plebaglia armata aveva aggredito i soldati, i quali erano stati costretti a difendersi; e l’intera stampa italiana stigmatizzò l’egoismo dei torinesi, così poco patriottici da non voler rinunciare al ruolo di capitale. La commissione parlamentare d’inchiesta accumulò così tanti elementi a carico di Minghetti e Peruzzi da rendere inevitabile un processo, ma giacchè questa è una storia italiana la Camera, su proposta Ricasoli, votò contro la prosecuzione dell’indagine. La magistratura militare mandò sotto processo 58 carabinieri, che vennero però tutti assolti.

Che cosa s’impara dalla strage di Torino del 1864? Intanto, s’impara che il Risorgimento non è stato quel fenomeno elitario che oggi spesso si vorrebbe accreditare: il popolo degli operai e degli artigiani era protagonista. Ma soprattutto s’impara che certe cose nel nostro paese non cambiano mai: fra tacite complicità, disinformazione, insabbiamenti e assoluzioni i fatti del 1864 ricordano irresistibilmente quelli del G8 di Genova nel 2001. Un progresso c’è stato: allora le forze di polizia affrontavano le manifestazioni col fucile anziché col manganello. Ma quanto a logiche del potere l’Italia del Risorgimento assomigliava anche troppo alla nostra.