Ammazziamoli tutti

Soldato dell'IRA, foto di Harry Benson

Soldato dell’IRA, foto di Harry Benson

Chi, cosa convincerà, ad esempio, un ebreo sionista che, a duemila anni dalla distruzione del Tempio, i suoi diritti nazionali sono prescritti? Il convincerlo basterebbe d’altronde a spegnere in lui la volontà del ritorno. Chi convincerà un mujahiddin afgano o un musulmano sciita ad abbandonare le armi? O un nazionalista, o un curdo? E perché dovrebbe essere possibile con un irlandese?

Questa terribile domanda chiude un articolo del 1988 di Edgardo Bartoli dedicato al linciaggio di due soldati inglesi da parte di cattolici irlandesi. Che i sentimenti del giornalista nei confronti dei militanti e sostenitori dell’IRA (e di milioni di ebrei) non fossero proprio amorevoli lo si evince da altre considerazioni che trovate nell’articolo integrale riportato in fondo al post.

Alla luce dei fatti del presente, meglio degli ultimi venti anni, l’accostamento tra  irlandesi e musulmani fanatici rende un po’ profetico questo articolo, bisogna darne atto.

Soldati dell'IRA, 1985, foto di Harry Benson

Soldati dell’IRA, 1985, foto di Harry Benson

Nel 2014, La Stampa del 26 settembre ci ragguaglia su come l’ISIS si sia finanziata nei mesi trascorsi vendendo petrolio di contrabbando a Giordania, Turchia e Iran oltre al mercato interno siriano. Ergo, i soldi per acquistare i coltelli utilizzati dai tagliatori di teste nero vestiti sono venuti da lì. Ricordiamolo e ribadiamo che dietro al terrorismo ci sono sempre gli stati.

Veniamo alla questione della risposta che l’Occidente pare orientato a dare e che si riassume nel “uccidiamoli tutti” e “li andremo a cercare fino al cesso”, più o meno la stessa dottrina Tatcher nei confronti dei terroristi irlandesi (Bobby Sands, morto per un gandhiano sciopero della fame, fu definito dalla Signora un delinquente e così, ritengo gli altri nove che lo imitarono). Una lacrima la verso sempre.

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Da anni l’IRA non ammazza più e tanti “assassini” o “terroristi” o “patrioti” dormono più o meno tranquilli (in sonno?) e una qualche pace regna sulla verde terra di tanti santi che evangelizzarono l’Europa senza che ci sia stato il bisogno di “ammazzare tutti” i cattolici irlandesi, come, sotto sotto, pare suggerito da Bartoli:

L’odio irlandese, specie l’odio nazionalista-irlandese, è innanzitutto una manifestazione di fede: o almeno ha bisogno del contrappeso di una fede, di una cassa armonica ideale, per esprimersi in tutta la sua sognante pervicacia, dalla quale è escluso ogni calcolo di utilità, ogni fine pratico, ogni vantaggio immediato. Al pari di ogni fede, l’odio irlandese anela all’ eterno. Anzi è fede nell’ eterno in sé; quale si riflette nel continuo indefinito della saga e della filastrocca, dove tutto discende dal primo evento, e vi ritorna di continuo, e vi gira intorno, all’ infinito, senza posa. E’ autentica l’indifferenza del popolo cattolico di fronte a questo linciaggio, ed è sostenuta da una esplicita approvazione, perché esso è apparso insieme un atto di diritto e una testimonianza doverosamente resa alla Necessità.

Come suonano orrendamente queste parole, identiche a quelle che descrivono gli assassini dell’ISIS, di Al Queda, di Hamas o di chi volete. Eppure quella guerra si è interrotta. Miracolo? No, trattative, concessioni, forzature, taglio dei fondi (Loretta Napoleoni è studiosa della materia), questa è la ricetta; e soprattutto consenso tra le parti, tra gli stati “giocatori”.

Ai cretini che mi suggeriranno di recarmi a trattare con Al Baghdadi rispondo che alle cazzate fatte da altri non sono io a dover porre rimedio e che se i suddetti cretini continuano a dare fiducia a chi proclama “ammazziamoli tutti” li riterrò inconsapevoli burattini del caos.

A proposito, qualcuno crede alla favola che i terroristi li porti la cicogna o che nascano sotto i cavoli? “Su dieci tre sono spie, sei sono cretini e uno solo è pericoloso” Umberto Eco.

Buona lettura

Dionisia

P.S. Dormite pure tranquilli, ammazzati tutti ne nasceranno subito tanti altri, a turbare i vostri sonni.

peace

A BELFAST REGNA LA FEDE DELL’ODIO

Edgardo Bartoli

La Repubblica, 24.3.1988

BELFAST Sempre gli stessi soldati in assetto di guerra accovacciati negli androni coi fucili puntati sporgenti dall’ ombra, sempre le stesse colonne di autoblindo che pattugliano la città allentando il traffico, gli stessi posti di blocco, le strade interrotte dai reticolati, strozzati in angusti percorsi a gimkana intorno ai fortini dell’ esercito e della polizia, irti di torrette di guardia, che presidiano i quartieri cattolici e protestanti facendo argine al centro urbano e intorno la stessa indifferenza della gente, il tedio di una provincia ispida e scialba dove il tempo sembra ristagnare e il dramma spegnersi nella monotonia : così da ormai vent’ anni, nulla è cambiato. Niente è dunque successo nell’Ulster dal 1969 a oggi? Negli ultimi cinque anni, periodicamente segnati da grandi attese? Negli ultimi cinque giorni? Niente, nel senso di niente di nuovo. Il che può voler dire tutto, ossia tutto quello che è sempre successo. Le immagini televisive di due soldati inglesi linciati dalla folla, se hanno turbato la sensibilità di milioni di telespettatori, hanno piuttosto corroborato in questo senso gli animi di migliaia di testimoni diretti: tutto continua, lo spirito di giustizia trova conforto nella media statistica degli eventi, e si sa che solo una serie indefinita di eventi può garantire una media equilibrata. A furor di popolo L’uccisione a furor di popolo dei due soldati, sabato scorso, durante il funerale di un militante dell’ Ira vittima del terrorismo protestante, non è che la ripetizione su scala rionale di quella dei due soldati uccisi un sabato sera di una quindicina di anni fa nel clima cameratesco di un pub popolare, frequentato da nazionalisti cattolici memori di un altro funerale. Lo stesso militante dell’ Ira del quale si celebrava il funerale sabato scorso era stato ucciso tre giorni prima nel corso di un precedente funerale; e così via, di esequie in esequie, con il morto che è sempre al tempo stesso conseguenza e causa di altri morti, secondo un principo di concatenazione (non esattamente di causalità) che è mosso da qualcosa di più del semplice spirito di vendetta. L’odio irlandese, specie l’odio nazionalista-irlandese, è innanzitutto una manifestazione di fede: o almeno ha bisogno del contrappeso di una fede, di una cassa armonica ideale, per esprimersi in tutta la sua sognante pervicacia, dalla quale è escluso ogni calcolo di utilità, ogni fine pratico, ogni vantaggio immediato. Al pari di ogni fede, l’ odio irlandese anela all’ eterno. Anzi è fede nell’ eterno in sé; quale si riflette nel continuo indefinito della saga e della filastrocca, dove tutto discende dal primo evento, e vi ritorna di continuo, e vi gira intorno, all’ infinito, senza posa. E’ autentica l’ indifferenza del popolo cattolico di fronte a questo linciaggio, ed è sostenuta da una esplicita approvazione, perché esso è apparso insieme un atto di diritto e una testimonianza doverosamente resa alla Necessità. Nella sede del Sinn Fein il partito storico dell’ indipendenza irlandese, del quale l’Ira è il braccio armato se ne parla addirittura come di un’azione moralmente nobile oltre che politicamente inevitabile. Il portavoce del partito spiega: quando la folla che seguiva il funerale s’ è vista venire addosso l’automobile dei due soldati, ha pensato a ragione che si trattasse di un attacco analogo a quello subito tre giorni prima nel cimitero di Milltown, e ha reagito con prontezza e con coraggio encomiabili. I militanti dell’Ira che hanno sottratto i due alla folla hanno agito a loro volta con spirito umanitario, risparmiando loro una morte atroce. E perché mai, allora, ucciderli immediatamente dopo averli picchiati a sangue? Il portavoce continua la sua spiegazione con caparbia pazienza: i due erano armati, la loro uccisione è stata una legittima operazione di guerra, a differenza dell’ uccisione dei tre militari dell’Ira, disarmati, avvenuta precedentemente a Gibilterra ad opera della Sas britannica. Era appunto uno di questi tre che si stava seppellendo a Milltown quando i terroristi protestanti lanciarono le bombe che uccisero altri tre dei nostri. Ed era uno di questi ultimi tre che si andava a seppellire quando l’automobile dei due soldati inglesi si è buttata in mezzo al corteo… Bisogna inquadrare i fatti nel loro contesto generale, insiste il portavoce: i lealisti britannici hanno creato una situazione di incertezza, di violenza, di pericolo continui in questa loro colonia, l’ultima dalla quale, dopo cinquecento anni, l’Inghilterra non se ne vuole ancora andare… Viene in mente l’aneddoto che raccontava Kingsley Martin, quando a un suo collega laburista irlandese diceva: d’ accordo, i torti dell’ Inghilterra nei vostri confronti sono tali che non si potrebbero risarcire neanche regalandovi tutto il British Museum e la National Gallery, ma adesso guardiamo al presente. E sia, rispondeva l’altro, guardiamo al presente. Quando Cromwell è venuto a Droghida…. Fra i manifesti che tappezzano l’ufficetto sgangherato del Sinn Fein fa spicco la riproduzione di una poesia di Bobby Sands, l’ufficiale dell’Ira morto nell’81 dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, eletto al Parlamento di Westminster poco prima di entrare in agonia, e il cui funerale attrasse l’attenzione del mondo ancor più della visita del Papa in Irlanda. La poesia è intitolata Il ritmo del tempo: e il ritmo è quello col quale un sempiterno sentimento ha pulsato nel mondo, dalla cattività degli ebrei in Babilonia alla strage dei pellerossa a Wounded Knee, dalle guerre filistee a quelle napoleoniche, dalle città bibliche alle metropoli industriali, lo stesso sentimento che farà battere il cuore irlandese finché il Tempo esisterà, e che si esprime nelle semplici parole io so di aver ragione. Nella piccola libreria adiacente all’ ufficio c’ è anche Un giorno della mia vita, il libro che Bobby Sands scrisse clandestinamente nel carcere di Long Kesh usando l’anima di una biro e pezzi di carta igienica. E’ il fratello illetterato di Una giornata di Ivan Denisovic, l’ultimo esempio di letteratura carceraria il quale non poteva che giungere, con puntuale ritardo, dall’Irlanda. E accanto c’ è il libro di memorie che Jerry Adams, l’attuale capo del Sinn Fein nordirlandese, ha scritto sulla sua infanzia e gioventù nella Falls Road, cuore del ghetto cattolico di Belfast. Il racconto comincia, naturalmente, sullo sfondo delle tombe neolitiche della County Meath, sfiora i secoli di carestie e di massacri sofferti dagli irlandesi, indugia sulla contemplazione del forte McArt di Belfast, monumento del V secolo avanti Cristo, dove Wolfe Tone e Harry McCracken giurarono solennemente nel 1795 di dedicare la loro vita alla causa dell’ indipendenza irlandese: e finalmente si mette a fuoco sulla povera strada della passione nazionalista, la stessa sulla quale si affacciano l’ufficio del partito e la piccola libreria ideologica. Oltre la porta a vetri Le figure che si vedono passare oltre la porta a vetri corrispondono ancora esattamente ai personaggi del libro. Forse sono loro stessi. Ecco Porky Flinn, l’erculeo robivecchi che usciva puntualmente di casa alle 4 e mezza del mattino, pur non avendo mai posseduto un orologio, perché usava un mozzicone di candela di lunghezza calcolata in modo che si spegnesse al momento della sveglia. Ed ecco il pacifico John Hagens, che alla terza pinta di birra si spogliava a torso nudo e si lanciava a testa bassa contro il primo poliziotto in vista; e Big Joe Walsh immancabilmente presente a tutti i funerali, singhiozzante in un immenso fazzoletto colorato anche se l’identità del morto gli era sconosciuta… Ma all’osservatore estraneo questi personaggi non appaiono per nulla dissimili da quelli che si incontrano nella Shankhill Road, dove ha sede la Ulster Defence Association, l’organizzazione paramilitare del protestantesimo lealista. Qui non si vedono quei rispettabili borghesi che il 12 luglio sfilano per la città, gonfi di virtù civiche, alzando gli stendardi orangisti e portando l’ ombrello a spallarm come fosse il fucile del puritanesimo, e indossando la divisa del perbenismo bombetta, giacca nera, pantaloni a righe, che ormai non si vede più nella City londinese della quale è originaria. Qui c’ è la stessa aria miserabile, lo stesso ufficio minuscolo e traballante, lo stesso portavoce caparbio e paziente della Falls Road, il quale, senza una sola parola di compassione o di raccapriccio per i suoi amici inglesi linciati, recita a sua volta: le nostre sono operazioni militari rese necessarie nel costante clima di pericolo e di violenza instaurato dai nazionalisti, i quali cercano di conculcare il nostro diritto di autodeterminazione e quindi d’appartenenza alla Corona britannica, sancito dall’ atto di Unione di Gugliemo d’Orange… e nelle sue parole il richiamo storico suona come un assioma immodificabile, anch’esso destinato all’eternità. Indubbiamente, quando gli antichi romani, data un’occhiata a questa isola troppo verde e troppo piovosa, la chiamarono spregiativamente Hibernia e decisero di ignorarla, le negarono al tempo stesso l’ ingresso nella Storia, abbandonandola alla sua celtica atemporalità. Forse, essi vi avvertirono lo stesso alito di malinconia (sentimento poco coltivato presso i Quiriti) che ancora oggi si leva da questi spazi adatti alla leggenda e arriva a lambire il panorama urbano di Belfast, città dove la miseria del borgo irlandese confluisce nella noia della provincia inglese. Il senso britannico della praticità e della decenza ha per di più istituzionalizzato lo stato di emergenza, ha imposto regole alla provvisorietà, garantendo a questa una manutenzione ineccepibile. Nel centro, le cancellate che bloccano l’accesso alle vie laterali, controllate da un poliziotto o da un soldato, vengono periodicamente riverniciate; sugli autoblindo dell’ esercito di pattuglia per le strade è stampigliato in grandi caratteri rossi il numero di un telefono confidenziale per chi voglia dare informazioni, come in una corretta campagna pubblicitaria per l’ ordine pubblico; e lungo le strade che salgono in pendio verso la periferia, impoverendo progressivamente il loro aspetto, i rotoli di filo spinato che precludono i terreni vaghi alle battaglie rionali, o che dividono l’ agglomerato cattolico da quello protestante, vengono sostituiti al primo segno di ruggine. L’ ordine dei luoghi finisce così per accentuarne la tristezza, rivelandone i contorni. Uno squallore vittoriano Lo squallore vittoriano si aggiorna nelle luci dei piccoli supermercati di periferia, fra la povertà ornata di tendine di pizzo alle file di finestre nelle vie grigie e deserte, e il piccolo benessere racchiuso nelle schiere di casette prefabbricate, versione moderna delle ottocentesce terrace houses operaie. Lo scenario degli scontri irlandesi appare definitivo e immutabile. Nella Cuper way, la strada dove una marcia per i diritti civili aprì nell’estate del ’69 l’ultimo capitolo della questione irlandese, il lungo muro bianco eretto per dividere il lato lealista dal lato repubblicano è entrato definitivamente nella toponomastica cittadina. Qualcosa suggerisce che sarà il muro di Berlino a cadere prima di questo. Niente è dunque successo nell’ Ulster? Niente, nel senso che tutto potrà continuare a succedere indefinitamente, perché l’odio irlandese, in quanto fede nell’ eterno, non si assume nemmeno la responsabilità di una speranza. Esso vive di visioni. Del resto, se l’eternità è la misura di una passione, la storia può essere quella di alcuni pregiudizi. Chi cosa convincerà, ad esempio, un ebreo sionista che, a duemila anni dalla distruzione del Tempio, i suoi diritti nazionali sono prescritti? Il il convincerlo basterebbe d’altronde a spegnere in lui la volontà del ritorno. Chi convincerà un mujahiddin afgano o un musulmano sciita ad abbandonare le armi? O un nazionalista, o un curdo? E perché dovrebbe essere possibile con un irlandese?