“Da Beauty Point a Gardenia, la strada in salita dei lavoratori”, titola (finalmente qualcuno se ne è accorto) l’autorevole “Corriere della Sera”.

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Ci sono degli imprenditori che non meritano la fortuna che il mercato riserva loro e, tantomeno, i soldi conseguenti che hanno fatto. Quasi tutti questi imprenditori, appartengono al mondo che tratta prodotti che possono avere “implicito” il male: le armi; l’energia usata come potere; la farmacologia e le strutture sanitarie gestite come elemento discriminante tra chi ha e chi non ha; l’edilizia, quando opera devastando la natura e la storia delle città; gli appalti della pubblica amministrazione trattati come mucche da mungere. Tutte situazioni che tutti conosciamo. Per cui non avrei mai pensato che un settore come quello della bellezza, dei profumi, delle illusorie creme dimagranti o ringiovanimenti, dei trucchi “per sembrare lui più bello”, potesse essere fonte di dolore per tanti lavoratrici/tori e le loro ancor più innocenti famiglie. È quanto si percepisce dall’articolo uscito, il 20 ottobre 2014, sulla testata elettronica Corriereit, nella rubrica “la nuvola del lavoro”, a firma di Nicola di Turi, intitolato “Da Beauty Point a Gardenia, la strada in salita dei lavoratori”. Con dovizia di particolari si apprende della fase drammatica che il settore sta vivendo, si leggono i racconti carichi d’ansia delle persone coinvolte e spunta anche uno spaccato dei sindacati ormai sempre più estranei alle dinamiche degli avvenimenti che si muovono intorno alle questioni dell’occupazione. Almeno così, mi appaiono.

La vera brutta figura, nel racconto giornalisticamente ben documentato, la fa, però, la famiglia degli imprenditori Cerasoli che sembrano essere i veri responsabili di una sottovalutazione della complessità della fase che il loro mercato di riferimento (quella indotta dalla crisi dei consumi voluttuari, implicitamente annunciata con l’esplodere dei grandi disastri finanziari sin dal 2008) avrebbe attraversato. Se un imprenditore non sa prevedere il divenire del mercato, non solo non può essere definito tale ma, come ho detto precedentemente, non si merita la fortuna e l’arricchimento che è derivato da un mercato, per anni, tutto in discesa. A quanto mi dicono, i Cerasoli hanno fatto, negli anni delle vacche grasse, un mare di soldi e, coerentemente con il “mare di liquidità”, anche loro si sono dati alla “marineria da diporto” comprandosi la solita barchetta da milionari in dollari o euro che sia. Viceversa, nulla hanno previsto nell’ipotesi che il mercato si fermasse. Ora non si capisce perché una realtà con decine di punti vendita, centinaia di dipendenti (nel settore della cosmetica, il personale è un vero patrimonio perché non si arriva a servire il pubblico senza ottima formazione di base e un continuo aggiornamento professionale) che poteva essere trattata con maggiore sensibilità e rispetto di tale patrimonio. Invece i Cerasoli hanno lasciato scivolare tutto verso un incaglio (responsabile, se capiamo, anche la lentezza della giustizia civile e del lavoro) che sembra annunciare solo un “mare di gente disoccupata”. Altre centinaia di persone che a Roma, nel commercio, si andrà ad aggiungere all’oceano di cui già disponiamo favorendo la possibilità di gruppi “stranieri” di fare shopping secondo i loro desideri e strategie di mercato.

Quando dicevo che alcuni imprenditori non meritano la fortuna che hanno fatto, mi riferivo alla incapacità di governare il patrimonio costituito dalle risorse finanziarie tutt’uno e con quelle risorse umane e professionali che per anni hanno contribuito a costruire la ricchezza, quando “cambia il vento”. E questo sempre a proposito di mare e di navigazione. Ancora una volta ci sembra di assistere alla solita storia: tutti bravi ad andare in barca, a motore e senza onde.

Difficile affrontare le tempeste.

In bocca al lupo, o meglio, visto l’argomento marinaro, “in culo alla balena” a tutti i dipendenti Beauty Point .

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Alcuni mesi addietro questo blog aveva percepito la gravità della situazione e aveva deciso di denunciare, per primo, quanto si delineava a discapito dei lavoratori. Potete leggere di seguito il post “d’epoca”. Poi, dopo qualche ora di pubblicazione, decidemmo in redazione che era opportuno non interferire con le eventuali trattative in corso. Proprio per non danneggiare la parte debole, cioè i dipendenti della catena. Oggi, altri, più autorevoli di noi, rompono il silenzio e, all’ora, ci sembra opportuno dire la nostra fino in fondo: non ci sembra giusto che Laura e Gianluca Cerasoli si sottraggano alle loro responsabilità tecnico/giuridiche e morali soprattutto alla luce di una accertata inadeguatezza nelle previsioni di mercato che gli competeva tutt’uno con “il fare soldi”.


NONOSTANTE LA RIPRESA “TRAVOLGENTE” (!), NEI PROSSIMI GIORNI, CHIUDONO, A ROMA, 60 PROFUMERIE DELLA CATENA BEAUTY POINT

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Il profumo, i profumi, la cosmesi sono cose serie e antiche quanto l’uomo. Non è certamente un settore “merceologico” figlio  della recente società dei consumi. Della cosmesi, della cura del corpo troviamo traccia dagli assiro-babilonesi a venire in  qua. A maggior ragione, mi colpisce la notizia che a Roma (nella Capitale!) chiude una intera catena di profumerie. Sessanta negozi sparsi in tutta la città. Il marchio è Beauty Point. Il 31 Luglio, tutti a casa. Per l’esattezza, quasi trecento persone. Persone dotate di professionalità e savoir faire come il personale delle profumerie deve avere. Chi entra infatti in quei negozi, è un tipo di cliente molto esigente e spesso ben informato. La risorsa umana che lavora in questo tipo di punto vendita è sottoposto non solo a una selezione notevole all’atto dell’assunzione ma durante l’attività deve partecipare a non pochi momenti formativi che vengono offerti/richiesti dai maggiori marchi del settore che, a loro volta, hanno degli standard di qualità elevatissimi. In poche parole, il settore merceologico “profumerie” è estremamente impegnativo per il personale e negli anni dell’abbondanza ha reso profitti altissimi. Il cliente ha sempre speso (a volte quasi “in segreto” rispetto, ad esempio, al coniuge) cifre importanti che mai, comunque, si sarebbero potute riscuotere, in quelle “gioiellerie”, senza la complicità di un personale all’altezza del giro di affari e la raffinatezza del prodotto. Arriva la crisi e sembra normale dimenticare come sono andate le cose. “Quello che mio è mio”, sembrano dire i padroni del marchio di cui parlo, dimenticando che senza quei fedeli e intelligenti alleati, la ricchezza non si sarebbe mai potuta accumulare nei loro conti correnti e non solo in quelli. In questa vertenza romana, altri brand del settore, in questo caso “Gardenia”, si sono fatti avanti con modalità che sotto intendono la freddezza di chi sa che può scegliere in una situazione di mercato dove i sindacati fanno ridere le pulci e il bisogno di lavorare è assoluto. Dei 60 negozi, Gardenia ne terrà aperti solo 27 e con una drastica riduzione del personale: delle 150 persone occupate in quei punti vendita, ne sopravviveranno solo 100 e con contratti a tempo determinato. I dipendenti degli altri 33 negozi tutti a casa. I riassunti saranno contrattualizzati a  tempo determinato (sei mesi?). La crisi, con o senza gli 80 euro voluti da Renzi, non si risolverà certamente prima dei 180 giorni previsti a partire dal 1° di settembre 2014. E’ evidentemente una manovra tecnico-giuridica da cui usciranno altre riduzioni di punti vendita e di personale.

Se capisco bene e sono adeguatamente informato, ormai la frittata è fatta e, chi di dovere (cioè la proprietà di Beauty Point) non si farà più vedere dai fedeli collaboratori che per anni gli hanno consentito di accumulare quei grandi mezzi economici dimostrabili da visibili proprietà e status symbol (le solite “barche”) di cui dispone la famiglia, mezzi e stile di vita che non lasciano adito a dubbi. La famiglia di “profumieri”, ha fatto, in passato, un mare di soldi ma, coprendosi opportunamente con la normativa che consente questa macelleria sociale, è in fuga lasciando, si dice, il personale senza gli ultimi stipendi e le liquidazioni di fine rapporto. Chissà all’INPS cosa altro troveranno le commesse e i magazzinieri quando andranno a verificare lo stato delle loro posizioni. Il tutto accade ovviamente ad agosto come nelle migliori storie d’amore quando “uno dei due” sceglie un finale triste e vigliacco.

A volte, però, il “diavolo” fa le pentole ma non i coperchi. Indirizzo questi pensieri affettuosi a quei trecento cittadini in difficoltà, sottolineando, a solo titolo di cronaca che, nella mia vita, non sono mai stato frequentatore abituale delle profumerie ma che non so immaginare una società civile senza “profumi” e “prodotti per la cura del corpo”. Per gli uomini e per le donne. Se chiudono le profumerie e come se chiudessero, le librerie. Che, purtroppo, stanno chiudendo ogni giorno di più..

Leo Rugens


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