I legami vergognosi tra i servi del Signore e i biscazzieri ma Francesco non resta a guardare

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Università Israele: onorificenza al Papa
24 ottobre 2014
10.57 L’Università israeliana Bar Ilan (Tel Aviv) conferirà a Papa Francesco la propria massima onorificenza “per i continui sforzi e per il suo impegno a costruire ponti fra mondi diversi, promuovendo la pace e l’armonia fra le Nazoni e le fedi, difendendo i diritti umani e combattendo per loro”. Papa Francesco riceverà l’onorificenza, l'”Award of Distinction”, il 27 ottobre prossimo in Vaticano, alla presenza di responsabili dell’Università. “E’ un grande privilegio”, dice il presidente della Bar Ilan, il rabbino Hershkovitz.

E così si spiega l’andare e il venire di Simon Peres e forse anche il premio, amara consolazione a riparazione dell’offesa sofferta da Francesco, il quale, dopo l’appello alla Pace lanciato durante l’incontro con Abu Mazen e il detto Peres, ebbe come risposta l’ennesima battaglia a Gaza.

È del tutto evidente che la società e la politica israeliana non la pensa allo stesso modo; stiamo a vedere chi prevarrà.

Parlando di Israele, giova ricordare una questione di non minore importanza che il blog ha evidenziato tempo fa: PER IL 5 STELLE INTERNET “È LA DEMOCRAZIA”, PER BERSANI È IL POKER ONLINE.

Evidenziammo allora che molti casinò on line hanno la loro sede proprio nella terra di David  – ragionevolmente, perché è necessaria una sofisticata abilità informatica – ma non è il luogo che ci interessa, quanto il tema: il gioco d’azzardo.

Qualche giorno fa pubblicammo: DON ZAPPOLINI – DA PROFESSIONISTA DELL’ACCOGLIENZA A FOGLIA DI FICO DELL’AZZARDO, evidenziando che il fronte delle associazioni impegnate in un dialogo con la Confindustria del gioco d’azzardo si era incrinato a seguito di un accordo siglato tra don Zappolini e i biscazzieri di Stato.

A poche ore, e così ci avviciniamo al punto, compariva su “Vita” (21.10.14) una lunga lettera del Segretario Nazionale della Consulta Nazionale Antiusura Mons. Alberto D’Urso che lanciava tuoni e fulmini sul patto scellerato – riportiamo il mirabile intervento alla fine del post. Ebbene, un’eco della rete ci suggerisce che le parole di Mons. D’Urso – la sede della Consulta è a Bari in Via dei Gesuiti – siano ispirate addirittura dal gesuita più in voga al momento; come potrebbe essere altrimenti?. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

«Non è umano quando una famiglia non ha da mangiare perchè deve pagare il mutuo agli usurai». Papa Francesco lo ha affermato al termine dell’Udienza Generale in piazza San Pietro, rivolgendo un forte appello affinchè «le Istituzioni possano intensificare il loro impegno al fianco delle vittime dell’usura, drammatica piaga sociale che ferisce la dignità della persona umana».

Il Pontefice ha poi salutato uno ad uno i dirigenti delle associazioni che fanno parte della Consulta Nazionale Antiusura «Giovanni Paolo II» che gli sono stati presentati in piazza San Pietro dall’arcivescovo di Bari e presidente della Conferenza Episcopale Pugliese, monsignor Francesco Cacucci. Nel pomeriggio i dirigenti delle associazioni antiusura parteciperanno ad una liturgia che sarà celebrata in San Pietro dallo stesso Cacucci con il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, il nuovo segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, il gesuita Massimo Rastrelli e monsignor Alberto D’Urso, rispettivamente Presidente e Segretario della Consulta (fonte unità.it).

Del resto, il nervosismo causato dal protocollo (“È un casino“, come si espresse qualcuno che al tavolo c’era stato) causò anche una reazione di don Ciotti (Libera) che smentì l’impossibile, dicendo che non ne sapeva nulla.

Apriamo una parentesi, siate pazienti; l’idea che ci siamo fatti e che al momento si fronteggino due strane coppie: Zappolini-Chiti e Ciotti-Violante (sì, il pluri trombato candidato alla Consulta) i quali, per non molto chiari motivi…, stanno giocando una partita con i biscazzieri. Che ci possiamo fare?

Per oggi può bastare, anzi, no; raccomandiamo infatti il classico: Via Veneto, cappuccini e slot.

La redazione

PROTOCOLLO TRA “SISTEMA GIOCO ITALIA” E “METTIAMOCI IN GIOCO”: NOTA DELLA CONSULTA NAZIONALE ANTIUSURA

Il 16 ottobre “Sistema Gioco Italia” (Confindustria) e don Armando Zappolini coordinatore di “Mettiamoci in Gioco” (un cartello di associazioni che vanno da Libera al Conagga di Matteo Iori, dalla CGIL al CNCA, e altre) hanno firmato un Protocollo d’intesa per intervenire congiuntamente su alcuni delicatissimi aspetti della materia del gioco d’azzardo. Pretermettendo per il momento una riflessione sul metodo con cui questo passo è stato compiuto da uno dei contraenti (“Mettiamoci in Gioco”), ciò che già immediatamente sconcerta è la manomissione delle parole e la grossolana manifestazione di incompetenza di entrambi sui nodi fondamentali della questione.

Nel Protocollo il gioco d’azzardo diventa “gioco con alea con posta in denaro”, e ciò non per puro gusto retorico. Come ebbe a cristallizzare la Corte costituzionale fin dal 1975, la libertà d’impresa sul gioco d’azzardo non è riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico perché essa confligge con i valori di utilità sociale; ciò “per impedire che possa derivarne danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, elementi con i quali mal si concilia, per gli aspetti che gli sono propri, il giuoco d’azzardo” (sentenza n. 237). L’intento, neppure tanto difficile da disvelare, è dunque quello di negare la parola “azzardo”, insieme allo scenario che essa evoca, camuffandola con la perifrasi “gioco con alea con posta in denaro”, ciò al fine di dare un colpo di spugna al disvalore complessivo che il gioco d’azzardo riveste per il nostro ordinamento giuridico. Colludere sul punto con i firmatari del Protocollo equivarrebbe a richiedere al Parlamento una sanatoria per le normative promulgate in venti anni violando il principio di legittimità costituzionale degli atti delle Camere.

L’attuazione del Protocollo comporterà l’inasprimento di una sofferenza sociale che nel nostro Paese è estesa già ben oltre il sostenibile. Si è facili e tristi profeti sostenendo che da adesso il gioco d’azzardo mieterà più vittime di quanto non abbia fatto fin qui, e che, lungi dall’attivare un qualche rimedio, questo Protocollo avrà il solo effetto di attrarre al mercato dell’azzardo coloro che, ancora, vi potevano opporre motivi religiosi e morali. La resistibile ascesa di Sistema Gioco Italia strumentalizza la figura di grande riferimento qual è un prete che per anni è stato non a monte ma a valle della filiera: a fianco delle persone dipendenti da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Don Armando Zappolini all’intesa siglata con Sistema Gioco Italia porta in dote il capitale simbolico e valoriale che la Chiesa rappresenta; anzi: porta la chiesa proprio dentro i luoghi fisici e le piattaforme digitali dove si consuma l’azzardo, tra le Videolottery e i Casinò on line. Una legittimazione insperata, fino ad alcuni mesi fa, da chi su quel mercato prospera e ne ha fatto il suo core business.

Proseguirà senza remore, difatti, l’arruolamento della popolazione al gioco d’azzardo, con ovvi e prevedibili riverberi soprattutto tra le sacche più vulnerabili. Una riflessione si impone, a questo punto. Il fatto stesso di attribuire alle persone dipendenti da GAP lo statuto di rappresentare una minoranza (“la maggior parte dei giocatori non ha problemi di dipendenza, ma che allo stesso tempo esiste un numero di persone che instaurano un approccio problematico”, si legge nel Protocollo), già conduce a una costruzione sociale del tema dell’azzardo tale per cui lo stigma della dipendenza patologica che ricade su una minoranza deviante assorbirà la disfunzione arrecata all’intera società, alle famiglie, ai gruppi e ai singoli dal gioco d’azzardo. Ribadire, come si legge nel Protocollo, che l’alea per la stragrande maggioranza delle persone non costituisce un problema, significa obliterare il danno complessivo. La “dipendenza” e la “patologia” verranno attestate solo dalla diagnosi “specialistica” a(che peraltro non è chiaro come sarà condotta dai firmatari del protocollo), a tutto detrimento, così facendo, di una visione “relazionale” del danno che il gioco d’azzardo provoca ad amplissimo raggio. In questo Protocollo esiste solo il problema dei patologici e non un complesso (aggiungiamo: sistemico) di sofferenze e disfunzioni che riguardano l’intera società italiana, nelle sue differenti sfere: dei rapporti economici, culturali, interpersonali, familiari, educativi. La firma di “Mettiamoci in gioco” fornisce proprio questa certificazione: di un’ampia compatibilità del gioco d’azzardo – anche nelle sue forme contemporanee di gioco industriale di massa – con il bene comune dell’Italia, anche quando il Paese patisce la più lunga recessione economica dal Dopoguerra (recessione che anche nella dissipazione di ricchezza in azzardo trova, a un tempo, causa ed effetto).

La grave incompetenza scientifica, etica e giuridica dei sottoscrittori, affascinati dal tema, ma ancor più gratificati dall’appeal mediatico che conferisce loro, si rivela passo passo dal testo dell’accordo firmato. Risponde, per esempio, don Armando Zappolini a chi gli chiede se direbbe a un ragazzo della sua comunità che il gioco legale non fa male: “No, io non dico che non fa male. Io dico che fa male se lo fai in modo incontrollato e illusorio. È come l’alcool. Se lo bevi in modo controllato non fa male. Se ne bevi dieci fiaschi in un giorno fa male. Il gioco illegale mette la gente in mano alle mafie mentre il gioco legale si può normare”. Già solo per questo passaggio, è chiaro come a don Zappolini sfugga che l’arruolamento di massa all’addiction deriva proprio dal cosiddetto “gioco moderato” (vale a dire: puntare piccole somme frazionate, ma spesso), e che sono state norme promozionali di Stato a indurre a un volume di consumo di gioco così abnorme in un popolo, quello italiano, tradizionalmente poco propenso all’azzardo e molto, invece, al risparmio.

A conclusione di queste riflessioni, lanciamo due interrogativi, e non all’altra parte della barricata, non ai concessionari, dunque.
Nei mesi trascorsi a negoziare con Sistema Gioco Italia, oltre a don Armando Zappolini e a Matteo Iori, tutte le altre componenti del Cartello “Mettiamoci in Gioco” sono state rese edotte del fatto che queste segretissime trattative erano in corso? Se non per tutti è andata così, o se una o più tra le sigle del Cartello non concordasse con il Protocollo, avrebbe il dovere morale e intellettuale di farlo presente con limpidezza e pubblicamente.
Infine, non si richiederebbe una maggior prudenza, soprattutto a chi si occupa di problemi educativi? Prudenza oltremodo necessaria quando si rischia di venire fatti oggetto di un negozio comunque commerciale in virtù di ciò che si rappresenta? All’Udienza generale del 29 gennaio, a cui partecipammo con una folta rappresentanza di ex giocatori d’azzardo, Papa Francesco sull’usura utilizzò parole fermissime e non altrimenti declinabili. Non è che sono state già tradite?

Mons. Alberto D’Urso
Vice Presidente e Segretario Nazionale Consulta Antiusura

Bari, 19 ottobre 2014