Mentre Il gigante Pacciardi interveniva sulla rivolta di Budapest del 1956, la “pecora Giorgio Napolitano”, timorosa di Mosca, difendeva l’intervento repressivo dei carri armati

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Dice Matteo Renzi, in conclusione del semestre (in bianco!) italiano alla guida dell’ectoplasma denominato Parlamento Europeo: “Giorgio Napolitano, un grande uomo di Stato e un grande parlamentare europeo.” Le quattro cose che ha potuto raccontare di questo lungo e inutile semestre, oltretutto, le ha dovute/potute dire davanti a poche decine di parlamentari. Forse, se pure, era presente il 15% degli eletti. Gente strapagata che non ha sentito nessuna attrazione fatale per le considerazioni geo politiche strategiche del nostro grande toscano.

Comunque, meglio che il “nostro” la butti in caciara (come direbbero a Roma) parlando del valore di re Giorgio perché, se dovesse citare un solo risultato conseguito durante i 180 giorni, ormai/già trascorsi, non saprebbe cosa dire. Il vuoto spinto organizzato, si potrebbe definire la sua esperienza europea. Quella europea molto simile a quella italica.

Per tornare a Napolitano, l’ultima attività politica degna di nota (nel senso che, per la storia ha un senso “annotarla”), è quella relativa all’intervento fatto, da esponente del Partito Comunista Italiano, in occasione della repressione della così detta “rivolta d’Ungheria”, novembre del 1956, quando, in coerenza di tutto il suo pensiero politico passato, presente e futuro, Giorgio Napolitano, alla bella età di 32 anni (grandicello quindi) si schierò, senza se e senza ma, dalla parte dei sovietici/moscoviti repressori (con annesse divisioni corazzate) delle drammatiche richieste di libertà e democrazia che i patrioti ungheresi avanzavano. Finì con migliaia di morti e con i capi della rivolta contro la dittatura comunista, impiccati/fucilati/suicidati. Queste posizioni filo intervento sovietico furono espresse da Giorgio Napolitano indirizzando in modo particolare i suo intervento contro Antonio Giolitti suo compagno di partito che, onestamente e con lungimiranza, era profondamente turbato dagli spargimenti di sangue in corso a Budapest. Non a caso, in quella occasione, Giolitti lasciò il Partito Comunista. Onestà e lungimiranza che allora, certamente, non caratterizzò la posizione del “pavido e opportunista” Napolitano. A 32 anni, dicevo, si è grandicelli e nel pieno della propria capacità di discernere. La cosa, è ancor più vera a 53. Per cui, se uno se ne va negli USA, nel 1978, poco prima del sequestro Moro, e sceglie di affiliarsi alla Massoneria, ed è ciò che il nostro ancora è, non può che finire nella più antidemocratica/guerrafondaia delle logge (Three Eyes). E di questo non ci si deve meravigliare più di tanto: comunista antidemocratico, prima dell’affiliazione; antidemocratico oligarchico, per tutta la vita, dopo aver “bussato” ed essere stato accolto il quella parte della massoneria dominata da neo aristocratici profondamente anti liberali. Non a caso, vecchietti come sono ma “fratelli” latomisticamente parlando, non appena possono, si vedono ancora, lui e l’ex tedesco Henry Kissinger (naturalizzato americano), per rinvangare i bei tempi andati e provare, fino all’ultimo respiro, a ordire il male, alle spalle dei loro rispettivi popoli.

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Leggete di seguito un passaggio del discorso pronunciato, dal “grande uomo di Stato” Giorgio Napolitano, in quel lontano novembre 1956 a favore dell’uso dei cingoli dei carri armati e indirizzato a minimizzare la crisi di coscienza dell’onesto e intelligente Antonio Giolitti. Più avanti, trovate l’intervento integrale di Randolfo Pacciardi pronunciato alla Camera dei Deputati, il 6 novembre dello stesso anno. Poche ore di distanza passano da un ragionamento all’altro. In realtà c’è un oceano fra i due: massone mazziniano, amante della Libertà, commosso dal sacrificio dei patrioti magiari, Pacciardi; pecora al servizio di Mosca, Napolitano. Anche lui, successivamente, divenne pseudo-massone con i risultati che tutti conosciamo. Della serie: ci sono “massoni” e “massoni”. Tenete in conto, per contestualizzare i discorsi, che, in quelle stesse ore, si giocava la partita anglo-francese intorno al Canale di Suez, questione ancora, anche se sotto altre “sembianze” e con altri protagonisti, non risolta.

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Diceva Giorgio Napolitano mentre a Budapest si moriva: «Senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno della guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’URSS di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos (la Libertà, per gli oligarchi/tendenti alla tirannide, è sempre sinonimo di caos. Ndr) e nella controrivoluzione (dove, evidentemente, per il nostro “uomo di stato”, la “rivoluzione”, era quella, viceversa, attuata da Stalin che, non dimenticatelo, era morto da soli tre anni, lasciandosi alle spalle 25 milioni di morti! Tutti e 25 milioni paranoicamente considerati suoi oppositori e disturbatori del “manovratore”! ndr), abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’URSS ma a salvare la pace nel mondo (tecnicamente si chiama, “faccia come il culo” ndr). Il compagno Giolitti ha diritto di esprimere le proprie opinioni, ma io ho quello di aspramente combattere le sue posizioni. L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione (per chi non lo avesse capito ndr) ma alla pace nel mondo.» Questo è quanto pensava e diceva il vostro (finalmente ex!) Capo dello Stato.

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Pubblico quindi, come anticipato, il discorso dell’esponente repubblicano pronunciato alla Camera dei Deputati, il 6 novembre 1956, in versione integrale, quale vero e proprio omaggio alla verità e alla statura morale e culturale di Randolfo Pacciardi, mio maestro politico e modello di vita.

Oreste Grani/Leo Rugens


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PACCIARDI – Onorevoli colleghi, è la seconda volta che il Governo fa delle dichiarazioni sulla situazione dell’Ungheria e che il Parlamento discute di questi tragici avvenimenti. Io credo che la Camera avrà già rilevato la differenza del comportamento del gruppo comunista nella prima e nella seconda discussione. Nella prima discussione noi avevamo l’impressione che il gruppo comunista – lo dico questa volta a suo onore – fosse un po’ smarrito. (Proteste dall’estrema sinistra).

Avevamo l’impressione che una certa crisi di coscienza toccasse gli uomini di quella parte, che erano meno numerosi di oggi ed erano privi della guida dei loro gerarchi. (Interruzione del deputato Pajetta Giancarlo).

Questa volta non abbiamo notato le stesse perplessità. Ed io debbo dire con estrema umiliazione di avere ascoltato il discorso più cinico che abbia mai udito nella mia vita. (Applausi al centro e a destra – Rumori all’estrema sinistra).

Onorevoli colleghi, chiedo scusa alla Camera se nella tristezza e nella nequizia dell’ora io userò delle parole corrispondenti ai fatti che sgorgano dal mio animo e che non sono se non apprezzamenti politici, i quali non debbono perciò suonare offesa personale per alcuno.

Di che si tratta? Il 10 febbraio del 1947 fu firmato a Parigi il trattato di pace con l’Ungheria. Firmatari di questo trattato erano le potenze alleate e l’Unione Sovietica da una parte e dall’altra l’Ungheria. Il paragrafo primo dell’articolo 2 di tale trattato reca: «L’Ungheria prenderà tutte le misure necessarie per far sì che tutte le persone che si trovano sotto la giurisdizione ungherese, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, di religione, godano dei diritti umani, delle fondamentali libertà, comprendenti le libertà di parola, di stampa, di pubblicazione, di culto religioso, di opinione politica e di pubbliche riunioni».

Questo trattato di pace fu firmato dall’unione Sovietica e dall’Ungheria. A rileggere queste parole in questo momento, a rileggere questi impegni, abbiamo, io credo, il senso esatto della scandalosa ipocrisia che sta dietro a certe firme e a certe accettazioni di trattati. (Approvazioni al centro). In realtà sono dieci anni che l’Unione Sovietica viola costantemente queste clausole del trattato di pace che erano intese ad assicurare al popolo ungherese, come ad ogni altro popolo, dignità di vita umana e libertà. E lo viola e lo calpesta non soltanto in Ungheria, ma nella Germania dell’est, nella Polonia, nella Bulgaria, nella Cecoslovacchia, nella Romania.

In nessuno di questi paesi, onorevoli colleghi, il regime liberticida che si chiama comunista è stato organizzato dalla libera volontà del popolo. In ciascuno di questi paesi è stato imposto con la violenza e all’ombra dei carri armati dell’Unione Sovietica. (Interruzione del deputato Amendola Giorgio). È questa la differenza profonda di mentalità fra noi e voi. (Interruzione del deputato Pajetta Giancarlo – Proteste al centro). Non è possibile che si impongano certi fini, anche se fossero – e non sono – socialmente nobili e degni, con la forza dei carri armati di una potenza straniera come è l’Unione Sovietica. Non è possibile! (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra – Proteste dei deputati Bucciarelli Ducci e Salizzoni – Richiami del Presidente).

Questi regimi, malgrado i precisi impegni, sono stati imposti, dicevo, dalla violenza di un paese che aveva soltanto un diritto temporaneo di occupazione in questi paesi, e sono stati mantenuti dovunque, anche all’interno dei partiti comunisti locali, sono stati mantenuti da uomini che erano specialmente legati e subordinati alla volontà del governo di Mosca e sotto la diretta sorveglianza dei funzionari dell’Unione Sovietica.

E tutte le volte che ai dirigenti sovietici è venuto il sospetto, anche il semplice sospetto, anche il più lontano sospetto che i comunisti di questi sventurati paesi, i quali, per ironia quasi insultante, si chiamano di democrazia popolare, il sospetto che non fossero abbastanza obbedienti alle direttive del Cremlino, (Interruzione del deputato Semeraro Santo). Almeno questo è pacifico! Spaventoso e pacifico, signor Presidente, perché lo ha detto anche Kruscev. Una spaventosa tirannide si è abbattuta su questi popoli ai quali gli alleati, Russia compresa, avevano promesso la libertà. E non si è abbattuta soltanto sui cattolici, sui democratici, sui socialisti, ma si è abbattuta anche sui comunisti e qualche volta specialmente sui comunisti che non fossero giudicati dai dirigenti di Mosca abbastanza servili verso l’Unione Sovietica. Si è negata a questi uomini perfino la possibilità di difendere il loro onore personale! Dinanzi a quella scandalosa parodia di processi che tutti conosciamo e dinanzi alla morte orribile che li attendeva, prima di essere fucilati od impiccati e dopo essere stati sottoposti ad innominabili torture che li riducevano come stracci, sono stati indotti a dichiarare che erano spie, agenti dello straniero, traditori, e dovevano perfino farsi rinnegare dai più sacri affetti, farsi rinnegare dai propri figli! Se questo è il comunismo, onorevoli Colleghi della sinistra, io mi sarei aspettato oggi che voi faceste una certa distinzione, che voi diceste: «sì, quello è il comunismo di quei paesi, ma non è il nostro!» (Vivi applausi al centro).

Ma davvero volete rappresentare come ideale dinanzi alla coscienza delle masse lavoratrici italiane un regime di questo genere? Ma se questo davvero fosse il comunismo, se questo è l’ideale che presentate ai lavoratori italiani, lasciatemelo dire, allora il comunismo è il fenomeno più abietto e disonorante della storia moderna! (Vivi applausi al centro e a destra – Proteste all’estrema sinistra – Richiami del Presidente).

E badate che, agli albori delle dottrine comuniste che hanno così affascinato nel corso di cento anni le masse lavoratrici italiane, vi è stato un uomo in Italia che, pur non vedendola in atto, ma giudicando dalla pura dottrina, aveva immaginato e tristemente profetizzato quale sarebbe stata questa fine.

GIANCARLO PAJETTA – E ha avuto dei discepoli che si sono messi alla coda dei preti. (Proteste al centro).

PACCIARDI – Onorevole Pajetta, ella ci ripete l’ingiuria che ci rivolse (me lo ricordo benissimo) l’onorevole Togliatti quando noi andammo al governo «insieme coi preti», come dice lei. (Commento del deputato Pajetta)

PRESIDENTE – Onorevole Pajetta!

PACCIARDI – Onorevole Pajetta, si levi il cappello quando parla con me, quando parla con un antifascista onesto! (Commenti del deputato Pajetta Giancarlo).

PRESIDENTE – Onorevole Pajetta!

PACCIARDI – L’onorevole Togliatti ci disse le stesse cose, come se lui non fosse stato al Governo «insieme coi preti!» (Proteste dei deputati Pajetta Giancarlo e Amendola Giorgio).

PRESIDENTE – Onorevole Pajetta! Onorevole Giorgio Amendola! Si fanno apprezzamenti politici che non devono suscitare così rabbiose reazioni!

PACCIARDI – Ci disse allora che avevamo buttato nel fango le bandiere di Mazzini e di Garibaldi.

Vi leggo poche righe, nei limiti consentitemi da questa breve dichiarazione in sede di interrogazione: poche righe scritte da Giuseppe Mazzini nel 1849 poco dopo il «manifesto dei comunisti».

Mazzini fece sulle vostre teorie queste considerazioni: « Avrete la più tremenda tirannide che l’uomo possa ideare sulla terra. Essa vive nelle radici del comunismo e ne invade tutte le formule. Come nella fredda, arida, imperfetta teorica degli economisti, l’uomo non è nel comunismo che una macchina da produzione. La sua, libertà, la sua responsabilità, il suo merito individuale, l’incessante aspirazione che lo sprona a nuovi modi di progresso e di vita svaniscono interamente. Una società pietrificata nelle forme, regolata in ogni particolare non ha luogo per l’Io. Come nel disegno dello Spielberg che accarezzava gli istinti tirannici di Francesco I, l’uomo, nell’ordinamento comunista, diventa una cifra, un numero primo, secondo, terzo, decreta una esistenza di convento monastico senza fede religiosa, il servaggio dell’evo medio senza speranza di riscatto ».

Come sono profetiche queste parole! (Vivi applausi al centro).

Una tirannide, dunque. Mazzini deduceva questa tirannide un secolo fa dalle vostre teorie e noi la constatiamo in atto oggi! E come ci si può sorprendere che, dopo dieci anni di questo martirio collettivo, proprio la classe operaia, i giovani, le donne scendano in piazza a Berlino, a Poznan, a Varsavia, a Budapest, ed affrontino la morte piuttosto che vivere una vita miseranda di schiavi e, per giunta, di schiavi affamati? (Vivissimi applausi al centro).

La sola concessione che i nuovi dirigenti antistalinisti hanno fatto a questi paesi è la seguente: finché le rivolte si abbattono sui comunisti locali e, pur trasformando il regime, non mettono in discussione l’alleanza con l’Unione Sovietica, questa lascia fare (ed è il caso della Polonia); se invece è proprio dalla soggezione dall’unione Sovietica che i rivoluzionari intendono liberarsi, allora l’Unione Sovietica si abbatte su di loro col peso bruto e schiacciante della sua forza militare (e questo è il caso dell’Ungheria).

I particolari della sanguinosa ed eroica lotta di liberazione del popolo magiaro esaltano ogni cuore umano: sono di quelle rare pagine della storia dei tempi che, in questa atmosfera di opportunismo e di viltà che spesso ci circonda, fanno ancora credere nel genere umano e nei supremi valori della esistenza umana. (Vivissimi applausi al centro).

Questo eroismo, questo sublime sacrificio collettivo, se non impone il rispetto dei barbari, suscita ondate di commozione e di solidarietà. E, se voi comunisti non sentite questa commozione, se avete, come avete avuto, il triste coraggio di solidarizzare con questi carnefici, vuol dire che c’è fra noi democratici, noi antifascisti e voi un abisso morale incolmabile. (Vivi applausi al centro).

Ciò vuol dire che c’è fra voi e la nazione, fra voi e gli operai, i contadini, i professionisti, gli intellettuali, gli studenti, i giovani, un abisso altrettanto incolmabile. (Interruzioni all’estrema sinistra).

Li abbiamo visti alla televisione chi sono questi reazionari e fascisti che si sono battuti e si battono in Ungheria.

GIORGIO AMENDOLA – In Italia il popolo è con noi. (Vivissimi rumori al centro e a destra).

PACCIARDI – Ma non avete pensato che, se fosse realmente vero che questo popolo fosse diventato fascista dopo dieci anni di regime comunista, noi avremmo una ragione di più, e ancora più profonda, per manifestare la nostra condanna e il nostro disprezzo? (Vivissimi applausi al centro).

Ma questo non è vero. È fascista chi opprime la Iibertà, non chi la esalta con il sacrificio della propria vita. Che cosa sono questi insulti disonoranti per un popolo che si batte per la sua libertà?

Si dice che la Russia fa in Ungheria quello che l’Inghilterra ha fatto in Egitto. Parlo al passato, perché le ultime notizie ci annunciano che l’alba della pace sta per risplendere nel Mediterraneo. Ma, anche se questo accostamento fosse giuridicamente possibile – e i primi a deplorarlo siamo noi, se non altro perché vi ha permesso questo diversivo – moralmente le situazioni sono diverse. (Interruzioni all’estrema sinistra.)

RUBINACCI – Faccia la Russia la stessa cosa!

PACCIARDI – Dicevo che moralmente le situazioni sono diverse. (Vivace interruzione del deputato Ingrao).

PRESIDENTE – Onorevole Ingrao, la richiamo all’ordine!

PACCIARDI – Ma io accetto questo accostamento, benché le situazioni morali siano diverse. (Interruzioni all’estrema sinistra). Per voi ieri ero l’agente degli americani, oggi sono passato al servizio degli inglesi. Io sono stato invece sempre al servizio della mia coscienza e ho sempre sposato tutte le cause che mi sono sembrate giuste. E giacché mi provocate, vi dirò perché mi pare che moralmente le situazioni siano diverse. Là avete un popolo che si è svenato per la sua libertà; in Egitto avete avuto un dittatore che voleva consolidare la sua potenza proprio con le armi dell’Unione Sovietica! (Applausi al centro). È da mesi che quel dittatore andava predicando lo sterminio del Popolo ebraico. Ma anche il Popolo ebraico, se non siete diventati persino razzisti, ha diritto alla vita come tutti gli altri. Quel che abbiamo deplorato è che nel mondo moderno non è concesso farsi giustizia da sé. Ma io accetto – dicevo – la vostra impostazione. Ammettiamo che siamo sullo stesso piano. Sono allora lieto per quanto ha detto il Ministro degli Esteri – e sembra che le ultime notizie confermino le sue previsioni – e cioè che la Francia, l’Inghilterra, lo Stato di Israele e l’Egitto accettano che truppe dell’O.N.U. presidino il Canale di Suez, che è l’oggetto della contesa. Oggetto della contesa è stata sempre l’internazionalizzazione del Canale di Suez e non l’indipendenza dell’Egitto, che è fuori discussione. (Interruzione del deputato Pajetta Giancarlo).

PRESIDENTE – Onorevole Pajetta, è una decina di volte che ella investe un collega con il «tu»!

PAJETTA GIANCARLO – Lo chiameremo «signore», mister Pacciardi.

PACCIARDI – E farà bene. Ella, infatti, un «signore» certamente non lo è. (Applausi al centro).

Dicevo che la Francia, l’Inghilterra, lo Stato d’Israele ed anche l’Egitto hanno accettato che truppe dell’O.N.U. presidino il Canale di Suez e sostituiscano le truppe degli inglesi e francesi. Ora noi saremmo ben felici se l’Unione Sovietica accettasse che truppe dell’O.N.U. presidiassero l’Ungheria. (Vivi applausi al centro).

LACONI  Ipocrita, prenda posizione!

PACCIARDI – E non lo faccio? Saremmo altrettanto felici se in Ungheria ed anche in altri paesi satelliti si svolgessero libere elezioni per vedere come il comunismo, il cosiddetto comunismo, sarebbe spazzato via in ventiquattr’ore. Signor Presidente, per la seconda volta, in forma solenne, noi pronunciamo la condanna della barbarie dell’Unione Sovietica. Esse hanno oscurato le più esecrande pagine del periodo borgiano e hitleriano. Il quesito che si è posto fuori di qui il Ministro degli Esteri, e cioè se è possibile collaborare con questi audaci e cinici spregiatori del diritto delle genti, è un quesito che prima di essere politico è umano, e merita tutta la nostra considerazione.

La nostra vita, la mia vita, Onorevoli Colleghi, voi Io sapete benissimo … (Rumori all’estrema sinistra). Se vi è qualcuno che ha da dire qualcosa, lo dica. Io mi varrò del diritto che mi dà il regolamento per chiedere un’inchiesta su di me; però alla condizione che il diffamatore, il calunniatore esca con disonore da quest’aula. (Vivi applausi al centro).

La mia vita, dicevo, è stata spesa tutta nelle battaglie per la libertà: ma la vita stessa non avrebbe più senso se fingessimo di non accorgerci di questa ondata di gangesterismo politico che non soltanto colpisce i nostri più cari ideali ma scuote le basi della convivenza civile nelle sue fondamenta. (Vivissimi, prolungati applausi al centro – Molte congratulazioni).

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