È tempo della “Riforma delle Riforme dei Servizi Segreti” che darà vita al Servizio Segreto Unificato (SSU)

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Massimo D’Alema e Sergio Mattarella si conoscono bene e da tempo. Chissà però se il nuovo Presidente della Repubblica, preso giustamente dai doveri complessi di giudice della Corte Costituzionale, ha avuto modo di seguire, negli ultimi anni, l’attività che D’Alema ha svolto quando, ad esempio, era Presidente del COPASIR. Sarebbe interessante sapere come il Presidente Mattarella e i futuri consulenti che, a breve, saranno chiamati al Quirinale, giudicano le “corbellerie” sulla situazione della Libia che l’italianoeuropeo per eccellenza, poco tempo addietro, rendeva pubbliche.
Diceva il raffinato analista di cose internazionali quando era Presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza: “Nella ricostruzione fisica e democratica (ma di cosa parlava? ndr) della Libia sino a questo momento il ruolo dell’Italia è ridimensionato (e volevo pure vedere! ndr) dalla condizione politica del Paese; mentre Cameron e Sarkozy sono andati in Libia, Berlusconi non è potuto andarci. “Minchia che complessità di ragionamento! E poi subito dopo aggiungeva: “Noi abbiamo legami profondi con la Libia e abbiamo stabilito rapporti con questo movimento rivoluzionario (ma di cosa parlava? A quale fantomatica organizzazione rivoluzionaria faceva riferimento? Chi gli girava queste note infarcite di cazzate generiche e senza un solo dato di supporto? Ci dice cortesemente qual’è sia il nome, oggi, di tale raggruppamento politico militare? Parlava dell’Isis ante litteram? ndr) I nostri legami restano – continuava senza pudori – e sono di natura storica (quelli dei tempi di Re Idris? ndr) culturale ed economica e non credo (credevi malissimo ndr) possano essere cancellati, al di là delle debolezze che in questo momento ha il governo italiano”. Per pensare e dire cose di questa qualità, Massimo D’Alema veniva pagato dalle casse della Repubblica, scortato quotidianamente e, oggi, ancora lautamente indennizzato per queste risolutive indicazioni geopolitiche.

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Di questa pochezza è figlia, ad esempio, la scena che, nella nostra semplicità e marginalità, sentiamo il dovere di ricostruire nelle righe successive. Così facendo speriamo di rendere testimonianza indelebile di quanto stiamo sostenendo da anni: senza un salto culturale, un cambio di paradigmi nei processi di reclutamento, selezione, formazione del personale nulla sarà più possibile nella “disciplina” che per semplicità continuiamo a chiamare, politica estera. Politica estera che risulterebbe accecata senza un intelligence culturale all’altezza della complessità che caratterizza il divenire delle cose nella scena internazionale.
Dicevamo di un episodio emblematico rispetto alla strada scelta, dai nostri servizi segreti preposti, per costruire relazioni con ciò che si generava quotidianamente, dopo la caduta di Gheddafi, in quel cratere magmatico che ancora oggi, qualcuno continua a chiamare Libia.
Ai primi di ottobre del 2011, all’aeroporto di Punta Raisi di Palermo, si svolge la scena che vi abbiamo anticipato e che risulterà rivelante di come stavamo messi dalle parti della nostra intelligence. Quel giorno si è in attesa dell’arrivo, da Tripoli ed altre località dove si combatte, di rivoluzionari feriti appartenenti (forse) al Consiglio nazionale di transizione allo scalo che porta il nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e ad attendere gli ospiti da curare e con cui, ritengo, si era intenzionati a stabilire dei rapporti “intelligenti”, ad attendere queste persone preziose per risalire la china, c’è tale Ibrahim M., docente universitario che viene ritenuto, da chi di dovere, il contatto opportuno e fiduciario con questo Cnt. Il “professore” era/è, da oltre 25 anni (cioè almeno dal 1986 quando c’era ancora l’embargo nei confronti della Libia e Gheddafi, da tutte le intelligence del mondo, era considerato – giustamente – alla stregua di un terrorista internazionale mandante di non poche stragi e di assassinii di oppositori alla sua politica dittatoriale verificatisi nelle capitali europee) il referente in Italia meridionale di chiunque avesse voluto fare affari con il regime libico. Un uomo di tangenti. Punto e basta. Ditemi che non è vero, vi prego. Ditemi che sono il solito disinformatore pagato dal Mossad; ditemi qualcosa di volgare. Oppure, provate a credermi.

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Quando il portellone dell’aereo si apre, attorniato dalle ambulanze che devono trasportare i feriti in ospedale, si vede subito il “professore”, piazzato in prima fila. Sul bavero, all’occhiello la nuova cimice (bandierina) del dopo Gheddafi. I giornalisti (alcuni in contatto – come è naturale che sia – con l’ambiente dei servizi) riconoscono Ibrahim M. e gli chiedono, con bonaria ironia, cosa stesse mai facendo all’aeroporto, dal momento che lui era noto per essere il più gheddafiano dei gheddafiani di tutto il bacino mediterraneo. Rispose il professore pubblicamente e seraficamente ai giornalisti: “La cose sono cambiate è vero ma la vita deve continuare”. Così, mentre da anni qualcuno sosteneva che sarebbe bastato collegarsi ad Al Jazeera o ai siti internet di dibattito e di ragionamento interni al mondo nord africano e ascoltare le diverse opinioni sul tema di quanto, a breve, sarebbe accaduto nel mondo “arabo/islamico” (scusandomi per la semplificazione), tutte fonti utilizzabili a costo “zero”, per avere informazioni certe sulla fine che avrebbe fatto il regime di Gheddafi, dalle nostre parti si pensava che un vecchio maneggione tangentista avrebbe facilitato la comprensione di un fenomeno sanguinario, tutti contro tutti, quale ad esempio oggi è insediato in territorio ex libico ottimo brodo di coltura per il califfato di turno. Era così (non capire un cazzo ma pensare solo agli affari) da anni, da quando i nostri servizi avevano cominciato a consentire a un tipo come Paolo Berlusconi di essere ritenuto da ogni imprenditore italiano credulone la vera strada per fare soldi in Libia costruendo strade, alberghi, ponti, ferrovie. Il regime gheddafiano aveva i giorni contati in quanto Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Israele lo monitoravano quotidianamente, da mesi, pronti all’attacco finale e quelle teste di cazzo strapagate dei nostri analisti rassicuravano tutti che la Libia era nelle salde mani di un “governo assolutamente stabile”. Dai lanci stampa, dai notiziari, dalle tavole rotonde si sarebbe capito cosa sarebbe successo senza bisogno di spendere fondi “neri” per comprare informazioni inutili se non, addirittura, inesistenti o artificiosamente costruite per poter giustificare erogazioni di denaro con modalità riservate. Cioè, visto i risultati assolutamente nulli, ipotizzo da malpensante, rubandoseli grazie ad una semplice triangolazione: cassa alimentata dall’Erario repubblicano, centro di costo ultrariservato, e una fonte “inesistente”. O perché appunto non esisteva o perché era rappresentata da un cazzaro spara balle senza uguali.

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Di questo siamo stati vittime in Libia e di questo “tradimento” sogno che un uomo morale quale è il Presidente Sergio Mattarella, con discrezione ma con polso fermo, cominci a chiedere conto a chi si presume sappia la verità su come sia andata questa vicenda del nostro “azzeramento” in Libia. E non solo, in Libia. Se l’esperto giurista, ha piacere di vederci chiaro, quando lo riterrà opportuno, gli consigliamo rispettosamente (si direbbe, rimanendo a tre passi), di farsi raccontare dal ex segretario del suo partito (PD) Pierluigi Bersani che aria tirava in Libia quando un ebete (chi fu?) gli organizzò un viaggetto da quelle parti (Bersani in Libia: attento a non tagliarti le palle con l’affilata Spada dell’Islam) ritenendolo in procinto di divenire il Capo del Governo. Gente che aveva supposto che Bersani sarebbe diventato il nuovo leader italiano, perché deve prendere montagne di soldi dalla cassa comune per pensare, dire, fare simili cazzate? Perché gente che vigila, con questi limiti, sulla nostra sicurezza non deve essere chiamata a rispondere delle proprie scelte e, appurata la dinamica dei fatti, mandata a casa senza stipendio anzi, obbligandoli a restituire il mal tolto? O, dobbiamo supporre che anche tradire impunemente il proprio Paese, sia un diritto acquisito inalienabile?
Cari quattro lettori, state sereni perché noi continueremo a dire quello che pensiamo, soprattutto a tutela di quei cittadini che sentono il dovere di informarsi nel web digitando: “entrare nei servizi segreti” – “lavorare nei servizi segreti”-“lavorare per i servizi segreti”-“reclutamento servizi segreti”-“servizi segreti reclutamento” – “lavorare servizi segreti”-“concorsi servizi segreti” -“assunzione servizi segreti” -“lavoro servizi segreti”-“arruolamento servizi segreti” -“servizi segreti italiani reclutamento”-“servizi segreti italiani reclutamento online”-“arruolamento servizi segreti italiani”-“reclutamento servizi segreti italiani”-“lavorare servizi segreti italiani”- “quanto si guadagna nei servizi segreti”

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Il 23 marzo 2012, con alcuni degli amici e collaboratori che ancora mi assistono nell’esperienza di Leo Rugens, rendemmo possibile, ideandolo e organizzandolo, un convegno, presso la Camera dei Deputati, di cui vi abbiamo altre volte fatto cenno, sostanzialmente imperniato sulla necessaria intelligenza dello Stato. In quella occasione una delle relatrici, Emanuela Bambara, mia stretta collaboratrice (prima di perderci) da oltre dieci anni, ebbe a dire.”Lo Stato è un organismo vivente evoluto, altamente complesso. È, cioè, una totalità auto organizzata di elementi in relazione tra loro attraverso una rete di processi di produzione e di trasformazione che influenzano la rete stessa delle relazioni che producono l’insieme come totalità, il sistema come unità, con una identità. Identità che si mantiene non statica, immobile e immutabile, ma simile a se stessa, equivalente, attraverso i suoi cambiamenti come risposta di adattamento all’ambiente in cui vive, cioè, l’ambiente-Mondo, ovvero, nel rapporto dinamico e aperto con gli altri organismi statali, nazionali, cultura li, economici, tecnologici. Gli elementi del sistema interagiscono tra loro e con l’esterno dando vita a sottosistemi a propria volta di varia e crescente complessità. Ogni mutamento a livello locale comporta un mutamento a livello globale, di sistema, in proporzioni variabili e non sempre dirette. Ciò vale anche per quanto avviene all’esterno dello Stato stesso. I cambiamenti all’interno di un sistema-Paese hanno conseguenze anche nel sistema-Mondo, di cui il sistema-Stato è una parte, così come ogni trasformazione che riguarda un elemento del sistema-Paese produce effetti, non sempre proporzionali, sul sistema-Stato.
Lo Stato è, quindi, una unità globale organizzata di interrelazioni tra elementi e processi, che si rinnova in rapporto all’ambiente, rispetto al quale esso è al contempo separato e integrato, come elemento di un sistema più complesso, da cui riceve stimoli, sfide, attacchi e occasioni evolutive, che, se gestiti con intelligenza, offrono vantaggi di stabilità e di progresso.
I cittadini, le imprese, le associazioni, le organizzazioni, le think tanks, gli enti, le Istituzioni sono, come le tecnologie, “organi” che collaborano al processo vitale dello Stato, coordinati da un sistema di controllo. Un sistema di controllo si compone di “sensori” (gli organi strategici dello Stato, nell’energia, nei trasporti, nella sanità, nell’economia, nella ricerca), un comparatore (i Servizi d’Informazione), un attivatore (i decisori politici). Un intelligente sistema di sicurezza nazionale prevede, quindi, nella nostra visione, una collaborazione – e dunque, innanzitutto, una relazione coordinata – tra aree, strutture e professionalità, pubbliche e private, strategiche per lo Stato, con le tecnologie, con gli altri Stati, principalmente europei.
Sempre in riferimento alla metafora dell’organismo vivente, il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica, l’lntelligence, avrebbe il ruolo di “sistema di controllo centrale” dello Stato, che corrisponde all’organo del cervello, e il livello della coscienza. Il cervello si rapporta costantemente con situazioni vaghe, confuse, imprecise, ambigue, parziali, contraddittorie, ed elabora strategie di risposta alla complessità e linee guida operative in difesa di tutto l’organismo, nella sua totalità e nelle sue parti. Il cervello è l’elemento di raccordo e di equilibrio, di elaborazione delle informazioni provenienti dall’interno e dall’esterno, di valutazione e di verifica dei comportamenti e dei processi interni e all’esterno e delle possibilità per la soluzione e per la prevenzione dei problemi, e quindi, per l’orientamento delle scelte. La scelta, la decisione, è il risultato di una opzione per una tra le alternative possibili in base a possibilità alternative. È l’lntelligence, il “cervello” dello Stato, a suggerire al potere politico scenari possibili in base ai quali operare le scelte strategiche. Il ruolo dei Servizi è, quindi, nevralgico, fondamentale. Per poter assolvere pienamente alla propria funzione-missione, vitale per l’esistenza stessa, l’autonomia, l’integrità e lo sviluppo dello Stato, i Servizi d’informazione e sicurezza dovrebbero essere svincolati dal giogo del potere politico, rispetto al quale dovrebbero avere un posto paritetico, collaborativo e non subordinato. Sempre ricorrendo alla metafora dell’organismo vivente applicata allo Stato, potremmo dire, con un pizzico di patriottico romanticismo, che l’lntelligence è il cervello, la politica è il cuore. I medici dicono che quando il cuore cessa di battere, il cervello continua a funzionare correttamente per quattro minuti, senza riporta re danni neurologici, mentre se il cervello smette di funzionare, la persona viene dichiarata immediatamente “clinicamente morta”, cioè, deceduta come persona, almeno secondo quanto ci è dato di sapere, la vita umana si definisce in base alla vitalità del cervello, la vitalità di uno Stato si definisce in base al suo grado di intelligenza collettiva-connettiva e alla complessità della sua Intelligence.
Banalmente, il cervello si trova nella testa, nel capo. Ed è al Capo dello Stato che dovrebbe rispondere il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica. Soprattutto, a seguito delle alterazioni agli equilibri tra i poteri prodotte dal sistema elettorale maggioritario, con un rafforzamento di fatto dei poteri del Presidente del Consiglio e una riduzione dei poteri del Capo dello Stato, cui pure la nostra Costituzione riconosce funzioni di garanzia e di controllo, ovvero, di sicurezza, della Repubblica. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio supremo della Difesa e il Consiglio superiore della Magistratura, ratifica i trattati internazionali su proposta del Governo, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Per poter svolgere davvero un ruolo di consiglio e di supporto all’esecutivo per una strategia di sicurezza nazionale, l’lntelligence dovrebbe essere autonoma e non dipendente dal potere politico che ha la responsabilità di decisione; un’autonomia controllata e vigilata dal Garante della Costituzione e dell’unità nazionale, affiancato da un Comitato di controllo che dovrebbe avere al proprio interno anche il Presidente del Consiglio, insieme ad esperti di comprovato patriottismo, eccellenti in varie discipline, non esclusivamente connesse ad una specializzazione in tema di sicurezza.

La sicurezza, si è detto, infatti, è una questione transdisciplinare, transculturale, transnazionale, una questione complessa. Non è opportuno che a decidere sulle politiche dei Servizi di informazione e di sicurezza sia il potere politico decisionale, che dovrebbe piuttosto essere da quelli consigliato circa l’opportunità delle decisioni da prendere nell’interesse primario del Paese, sulla base di una strategia di sicurezza nazionale. Spetterebbe al Capo dello Stato decidere sul Segreto di Stato, sentito il parere del Comitato di controllo per la sicurezza. Proprio in considerazione di quali sono gli «interessi supremi da difendere con il Segreto di Stato»: l’integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali; la difesa delle Istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento; l’indipendenza dello Stato rispetto ad altri Stati e le relazioni con essi; la preparazione e la difesa militare dello Stato (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri , 16 aprile 2008 n.90. Per quanto controversa sia, poi, la questione se abbia senso oggi – nell’era dell’informazione planetaria, accessibile a chiunque, pur non esperto, in cui perfino l’lntelligence, come hanno confermato gli specialisti a questo tavolo, acquisisce il 90% delle informazioni da “fonti aperte”, disponibili al pubblico – opporre il Segreto di Stato per limitare essenzialmente il potere della Magistratura, per un periodo così lungo, quindici anni, procrastinabili a trenta.

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La mia arroganza e perdita dei limiti non solo mi fatto favorire, suggerire, stimolare la scrittura e la divulgazione di tali corbellerie ma mi spinge a dire che su questo tema dell’unificazione e dello spostamento del Servizio alle dirette dipendenze del Capo dello Stato, siamo in molti a pensarla come illustrato, a suo tempo, da Bambara e tra i primi – senza tema di smentite – cito il super esperto in materia dott. Gianni De Gennaro. State sereni, comunque, sia io che il dott. De Gennaro, per motivi completamente diversi (io, perché sono un “nessuno” e soprattutto perché, per il millesimo, sono fuori quota e, De Gennaro, perché sta bene dove sta) non abbiamo intenzione di candidarci alla Direzione del Servizio Segreto Unificato (SSU) dove, in coerenza con quanto per tutta la vita ho sostenuto, vedrei bene una donna, colta, di esperienza internazionale comprovata, lontana per atteggiamento mentale dalla cultura del “dossieraggio” usato a fini personali, in politica interna. Figura che non dovrebbe essere inoltre lontana come preparazione professionale dalle conoscenze che solo approfonditi studi di economia consentono di avere. Salderemmo così, in un tale profilo, alcune anime del servizio che sono prevalse, in modo disarmonico, per troppi anni nella “dicotomia minacce estero/interne”. O nel ritenere che l’economia e i bilanci delle aziende erano tutto. È tempo di risolvere la diachia e le rivalità implicite in tale obsoleta e poco realistica visione. Anche in funzione di una razionalizzazione delle risorse che eviti (e qui mi gioco la pelle!) sprechi e migliori le performance degli Uffici e delle Divisioni attualmente all’opera.

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Prima di chiudere: spero che tutti capiate che non ho alcuna pretesa di dare alcun contributo da “interno” a questo tema vitale per il futuro del Paese, dell’Europa, della Pace. Mi sono allocato, autarchicamente, a mettere a punto (e continuo a farlo), semplicemente, un metodo didattico, una scuola, una fondazione, un centro studi che “privatamente” mi consenta, fino all’ultimo respiro, di dire la mia su questo argomento. Per questo oggi dico e sostengo che la presenza di Sergio Mattarella al Quirinale va, assolutamente, colta come un’opportunità se si vuole, realmente e onestamente, “riformare le riforme” e dotare – finalmente – l’Italia di una intelligenza strategica.
Ora senza ulteriore indugio, si deve passare, grazie alla presenza al Quirinale di qualcuno che di riassetto di una pubblica amministrazione ne coglie complessità ed eventuali “effetti domino” tecnico-giuridici (vedi la riforma già effettuata a suo tempo dell’Arma dei Carabinieri) al dovere dell’azione.

Oreste Grani/Leo Rugens

Il post è dedicato in particolare a Dionisia che si è fidata di me, nel momento più cupo; alle migliaia di lettori che, giorno dopo giorno, ci seguono in numero crescente e al lettore “MAI” di Torino a cui dovevo spiegazioni che spero implicitamente questo post gli stia dando.