Visto come si sono messe le cose, mi resta solo da augurarmi la morte di Berlusconi e di D’Alema prima della mia

morte11

Il 5 novembre 1998, in Italia “qualcuno” scriveva uno “pezzo giornalistico”, di un tipo che mai più si sarebbe letto, per sincerità e capacità di prevedere come sarebbe andata a finire. Dei personaggi citati nel “ragionamento” solo l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga non c’è più. Gli altri, qualcuno malandato, qualcuno vispissimo, stanno tutti in giro. A far danni. Anzi, ieri, garrulo come non mai, Silvio Berlusconi era al Quirinale, palazzo dove, ogni tanto, aleggia il “fantasma”, con piccone al seguito, di Francesco Cossiga. Ma, come tutti sanno, di grave (anche se lo si dovesse incontrare) nulla ti può accadere dal momento che i fantasmi possono fare paura ma mai ti possono realmente fare del male. D’infarto, davanti ad un ectoplasma, muori solo se hai la coscienza sporca. Qualcosa di tutto quanto segue è mio e qualcosa lo devo a ben altra penna e “cattiveria”. Comunque, per entrare nel merito del racconto, le domande che seguono, andavano bene, se formulate prima della fine del secolo scorso, sia per il sottoscritto (che ha conosciuto il “professore”) che per la penna perfida di cui ho fatto cenno.

“Posso dichiararmi cossighista? O, almeno, più cossighista che dalemiano?”. Pensate quali erano i dubbi che ci portavamo dietro nel secolo scorso!

Il riferimento al prof. Francesco Cossiga si impone dall’imprevista e sacrosanta riapertura di un problema rognoso che sembrava finito, dopo tanto discuterne inutilmente, nel guardaroba dei cani. Il problema è il conflitto d’interessi (dopo vent’anni!) tra le due figure nelle quali s’incarna quel padreterno in terra di Silvio Berlusconi, uno e bino: di leader politico, a volte di governo a volte d’opposizione, e di padrone di ben tre televisioni, più vari annessi e connessi di carta stampata.

Sogno o son desto? Vi rendete conto che 17 anni dopo sto ancora scrivendo del battutaro che ieri mattina sedeva, appena sdoganato da Matteo Renzi, nel Salone dei Corazzieri, al Quirinale? Da vero e sorprendente martellatore, Cossiga, a fine del 1998, annuncia, riferendosi a Berlusconi, di volerlo affontare e risolvere questo “conflitto”.

Ma D’Alema gli ha rispose facendo lo gnorri, senza dire né no né sì, anzi dicendo un ni che suona quasi come un no. Consigliato in questo da tre teste d’uovo (i lotar pelati, per intendersi) che si chiamano (sono ancora tutti e tre vivi) Velardi, Rondolino e La Torre. Quest’ultimo, ovviamente, non era uno dei due “marò” ma è quello (Nicola senatore PD) che, adesso, si intende e si interessa di Difesa e di sistemi d’arma.

granchio acciaio

Non ci distraiamo. Il proprio “ni-quasi no”, D’alema l’ha esposto nel discorso al Senato di lunedì 26 ottobre 1998 (si lavorava di lunedì, incredibile a dirsi!). Riciclando una delle sue più fortunate battute della campagna elettorale 1996, ribadisce che «Mediaset è un patrimonio per il paese». Aggiungendo un’ovvietà: «La sinistra italiana contrasta Berlusconi, ma non combatte e non danneggia le sue imprese». E concluse offrendo al Berlusca un ramoscello d’ulivo: «In qualità di presidente del Consiglio sono ancora più tenuto a essere garante di questo impegno». Ma Cossiga, testardo come dieci sardi, non  si fece commuovere. Ripetette che anche lui non voleva la distruzione di Mediaset, ma soltanto che Berlusconi scegliesse tra le due casacche che pretende d’indossare: il Cavaliere televisionista, oppure l’Onorevole polista. La soluzione del conflitto d’interessi stava tutta qua. Per essere ancora più chiaro, Cossiga, in quelle ore, rispose così alle domande di Paolo Franchi del “Corriere” (27 ottobre): «Posso sembrare un marxista, ma sono solo un liberale. Il conflitto d’interessi riguarda il rapporto tra democrazia e denaro. Non ho niente contro i ricchi. Per me possono anche comandare. Ma in democrazia devono farlo sulla base di un mandato elettorale conferito per le loro idee, non grazie agli strumenti di persuasione che si sono procurati con le loro ricchezze». E il giorno prima, il Martellatore aveva picchiato sul nervo scoperto del Berlusca: «Se possedessi 14 mila miliardi, quattro tv e la metà dei parlamentari presa fra i miei dipendenti, neanch’io saprei distinguere fra interessi personali e di partito».

Come andò a finire nella strana coppia Massimo & Francesco, tutti lo sanno.A prescindere direbbe Totò che la Livella per ora ha livellato uno e non l’altro. Tutti poterono ammirare il look che D’Alema aveva scelto per la propria stagione nelle stanze di palazzo Chigi: sorrisi a strapiovere, pacatezza a gogò, overdose di calma, forza tranquilla e braccia spalancate alle opposizioni. Il suo obiettivo dichiarato èra sempre quello del sogno bicameralista: fare le riforme istituzionali e varare una nuova legge elettorale. Minchia! Per chi avesse perso la frase evocativa (identica!) di quanto come un mantra ripete, oggi, 17 anni dopo, il nuovo che avanza, Matteo Renzi, ripeto: “FARE LE RIFORME ISTITUZIONALI E VARARE UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE“. Sott’acqua, c’èra poi il suo sogno segreto: portare Berlusconi sul terreno della grande politica e lì fotterlo, nella convinzione (o presunzione?) che il capo del Polo sia molto meno furbo di lui, D’Alema il Massimo. Come sta andando a finire e su chi è il furbo sodomizzatore dell’altro non spreco un battito di tastiera. Torno su perché nonostante il Professore sia morto, sono ancora, su questo terreno specifico,”cossighista”. E persino mastellista. Il nostro mastellismo èra e sarebbe ancora dettato dalla replica che Clemente Mastella (è ancora vivo e dotato di una capigliatura malamente tinta come pochi), sparò a uno dei sottocapi dell’ex-Ulivo, il socialista Enrico Boselli. Stracarico di usi e costumi del passato, Boselli fu sempre volpino sul conflitto d’interessi: «C’è e va risolto, ma senza usarlo come un randello contro Berlusconi». «Sono d’accordo», gli rispose il vice-Cossiga di Ceppaloni! «Le leggi non possono essere usate come clave, ma neppure le televisioni».Ve l’ho detto che mi sento un po’ anche mastellista. Anche perché, in quella occasione, l’uomo di Ceppaloni, aggiunseun’opinione interessante, anche se complicata da provare: «Senza le sue reti, Berlusconi si fermerebbe al 7-8 per cento dei voti». Se fate i conti sugli aventi diritto al voto che si esprimono (il 50%), con o senza le televisioni, 17 anni dopo Forza Italia è ormai al 7%. Ed eccoci alla vera questione, al nodo ancora tutto da sciogliere: l’uso spregiudicato della tivù per affermare una linea politica o far vincere un’alleanza elettorale. Ce lo ricordiamo bene il bombardamento a tappeto delle emittenti berlusconiane nel 1994 e da quel momento in poi sempre per venti anni. Ricordo per anni Enrico Mentana strillare in difesa dell’imparzialità di Mediaset: lettura della verità inaccettabile anche per una nonna sorda e cieca . L’odierno stato delle cose, poi, è ancora più paludoso e repellente. In quegli anni, sulle reti Rai sfilano di continuo le star politiche di Mediaset, e le tivù del Berlusca piangevano di gioia ogni volta che ospitavano quel comunistone filo-brigatista di D’Alema. Anzi, sotto le sciabolate di Cossiga, i campieri televisivi di Sua Emittenza stanno diventando più dalemiani che mai. Maurizio Costanzo, l’autore dell’intervista funzionale a Licio Gelli per cominciare ad attuare, tramite la P2, il garrotaggio della democrazia italiana, fu autore in quegli anni, su “Panorama”, di un sensuale santino del compagno Massimo che  per cui fu candidato e vinse, il Lecchino d’Oro 1998. Lo stesso massone piduista pentito, sul “Messaggero” del 27 ottobre 1998 si angoscia per «i veleni di Cossiga e Bossi contro Berlusconi», e invoca da D’Alema l’installazione di «un depuratore per la salute e la qualità del suo governo». Lo stesso giorno, Emilio Fede ridacchiava: «Di D’Alema mi fido, degli altri no». Che commedia da paraculi! Sperammo – inutilmente – che Cossiga gli andasse addosso, anche con la scure oltre che con un martello o un piccone a gente che non meritava altro. Invece, di fatto, nulla accadde.

Chitina_di_granchio_del_fango

Questi individui, tranne Francesco Cossiga (lui morto), sono tutti in sella, al comando e ancora complici fra loro nella strumentalizzazione delle risorse di un intero popolo. Sono passati quasi 17 anni, da quel novembre del 1998, e nulla è cambiato: con ruoli apparentemente diversi e grazie alla comune appartenenza alla consorteria dei gattopardi paraculi, tranne i morti, comandano sempre gli stessi.

Che noia, ora che non posso più scrivere come fossi Valentina Nappi, devo attenermi a questo cumulo di ricordi inutili aspettando solo che il Granchio d’acciaio tolga di mezzo Berlusconi, D’Alema e compagni di merenda a meno che non ghermisca prima me togliendomi anche il piacere semplice di vederli morire. Se a Vittorio Sgarbi fu consentito di augurare la morte al suo maestro/rivale Federico Zeri, in diretta televisiva, voglio vedere chi mi censurerà questo più semplice desiderio di assistere alla fine di quelli che non mi sono niente.

Oreste Grani/Leo Rugens