A proposito di insegnanti (Raffaele Sciorilli-Borelli), di filosofi autori di “fumetti”, di rabbini, di pappagalli mangiati e di gatti parlanti

Raffaele Sciorilli Borelli

Quel poco che so di storia e filosofia lo devo a Raffaele Sciorilli-Borelli (originario di Atessa e padre del giornalista Giulio Borelli) che mi è stato, per felice combinazione della vita, professore. Lui, laureato in giurisprudenza, insegnava, viceversa, storia e filosofia (e mi piace ricordare che lo facesse benissimo) sia in licei a Vasto e Lanciano che a Roma. Quel poco che mi è rimasto in testa di Platone e di Aristotele (oltre non vado), risale ad un tempo in cui, nei licei statali, si “aggiravano”, per guadagnarsi onestamente retribuzioni molto, molto semplici, personaggi della statura appunto di Sciorilli-Borelli che, ovviamente, avrebbero potuto fare ben altro. Nel caso specifico di Sciorilli-Borelli, usando ad esempio la stima che – a quei tempi – i massimi dirigenti del PCI avevano per lui. Era stato parlamentare (per due legislature) e responsabile nazionale della Cgil-Scuola. Avete letto bene: la persona che era stato il responsabile nazionale della Cgil-Scuola, andava ad insegnare nei licei. È come se quel milionario in eurodollari di Epifani si alzasse presto la mattina per entrare in un aula di trenta regazzi/ragazze a misurarsi, quotidianamente, con l’insegnamento e con i conflitti che esso comporta. Sciorilli-Borelli insegnava, ad esempio, al Liceo G.Mameli di Roma, lui marxista, a giovani in massima parte “pariolini”, spesso di destra e sicuramente, in maggioranza, visceralmente anti comunisti. Mai una parola fuori luogo ne da parte del professore ne tantomeno degli allievi. Quasi un apostolato (ed io che ero già a quella eta, noiosamente mazziniano, ne sentivo tutto il fascino pur sapendolo “ideologicamente” lontano da me e dalle mie “posizioni”) quello che si intravedeva nell’attività didattica del giurista prestato alla storia e alla filosofia. Sciorilli-Borelli era stato compagno di avventura politica, in quella che si chiamava allora la corrente migliorista, di Emanuele Macaluso (vivissimo) di Paolo Bufalino (assente), di Giorgio Amendola (assente) e di Giorgio Napolitano (ancora, come tutti sapete, presentissimo). Da tempo mi chiedo come avrebbe – il mio vecchio professore – giudicato la “relazione” tra Napolitano e un tipaccio ignorante come Matteo Renzi. Ora dico una cosa inopportuna – ma sentita – ad omaggio e ricordo della rettitudine e della straordinaria qualità umana di Raffaele Sciorilli-Borelli: l’Italia avrebbe avuto bisogno di maggiore longevità di uno Sciorilli- Borelli e di un ritiro anticipato dalle scene, di un Giorgio Napolitano. Non è andata così, come tutti sapete. Un saluto, con stima e affetto, caro professore, sperando, qualora ci si fossimo sbagliati entrambi sull’aldilà (lei materialista storico e io “giovane anticlericale mazziniano troppo di destra in quanto repubblicano pacciardiano”) di incontrarla e riprendere i ragionamenti pacati che lei ci induceva a fare. Altre storie, altri mondi e altra concezione della politica e dell’insegnamento. Se la dovessi nuovamente incontrare, spero che, anche nell’immaterialità, le sia stato possibile pettinarsi – in moto unico e irripetibile – come solo lei sapeva fare. Solo chi lo abbia conosciuto, negli anni di cui racconto, può cogliere l’affettuoso riferimento alla capigliatura del Borelli.

Questi esili riferimenti autobiografici servono a spiegare il perché, alla fine, evidentemente segnato dalla stima umana prima che “professionale” per una persona come Sciorilli-Borelli, mi è rimasta la passione per i filosofi (so che loro non amano sentirsi chiamare così) che spesso mi sono scelto come collaboratori o amici cari per supplire le lacune che, a prescindere dalla qualità degli insegnanti avuti in sorte, mi sono – evidentemente – rimaste nella materia.

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Queste evocazioni di un passato remoto (quasi 50 anni addietro!) servono per spiegare, tra l’altro, la mia passione per Vasto, la sue bellezze, la sua gente e gli amici cari che in questo momento desidero ricordare e salutare. In particolare mi sovviene la piccola e intelligentissima Beatrice con l’augurio che un giorno, in un liceo di Vasto o di Roma, trovi, tra i suoi docenti, un Raffaele Sciorilli-Borelli.

Tutta questa interminabile e devo dire stucchevole premessa per introdurvi ad un filosofo (in realtà è solo “dottore in filosofia”), poco noto per i suoi studi teorici (non ritengo che abbia scritto mai un rigo) e molto di più per la produzione di fumetti: Joann Sfar. Sfar è, come vedrete nella breve biografia che pubblico, un ottimo autore ma è – soprattutto – lo straordinario inventore della coppia Zlabya e il suo gatto Moujroum. Con oggi, sperando di non essere sparato da nessuno ne tantomeno perseguitato dalla SIAE per aver violato diritti, voglio, in omaggio all’autoironia di Joann Sfar (esempio straordinario di intelligenza e di volontà di vivere tra diversi senza rinunciare o rinnegare le proprie appartenenze religiose e visioni della vita), pubblicare alcune tavole che illustrano la storia intitolata “il Gatto del Rabbino”.

Sperando che nessun ebreo ortodosso, privo dell’umorismo tipico della tradizione ebraica, sentendosi offeso, imitando i mostri dell’ISIS, considerandomi blasfemo, mi venga ad ammazzare!

Oreste Grani/Leo Rugens

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PS: Joann Sfar (Nizza,28 agosto 1971) è un fumettista e regista francese. Mi piace in queste brevi note evidenziare che Sfar è di origini ebraico-algerine, da parte di padre ed ebraico-ucraine, da parte di madre; è per metà sefardita e per metà ashkenazita. Riflettiamo su questo primo dato biografico: nella stessa persona possono convivere (e con grande successo!) atomi che arrivano dal mondo ebraico, algerino, ucraino, francese.

il gatto del rabbino

Ucraina, Algeria, Israele, Francia: quattro stati e quattro  “arie pesanti”; soprattutto di questi tempi.

Una famiglia complessa si porta dietro miti e racconti di ogni genere  e il ragazzo comincia a disegnare non appena capisce come si tiene in mano una matita. A quindici anni ci prova e comincia ad inviare le sue idee agli editori di fumetti che vengono sistematicamente rifiutate. Sono gli stessi anni in cui scopre in Fred, Baudoin, Pierre Dubois i punti fermi della sua formazione. Si laurea in filosofia, come ho accennato, ma un minuto dopo si iscrive opportunamente all’Accademia delle Belle Arti a Parigi. Da questo momento è tutta un’altra musica tanto è vero che nel 1994, a soli 23 anni, vede accettate dai tre più importanti editori francesi di fumetti (Dargaud, Delcourt, e l’Association) le sue proposte narrative a fumetti. Nascono albi straordinari quali “Il gatto del rabbino” che diventerà anche un film che non ho mai potuto vedere.

Vedete anche cosa dice di lui Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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CONTINUA…

PER IL RESTO DELLA STORIA, NON SIATE TIRCHI E COMPRATEVI IL LIBRO. NE VALE LA PENA!