Ci sono Razzi e Razzi. A prescindere dal Razzi/Crozza. Riceviamo e – senza censura – pubblichiamo

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Sono un lettore (saltuario) del vostro blog e vivo nel profondo nord-est d’Italia, Cividale del Friuli. Certamente sapete che dalle nostre parti si sono addestrati, per anni, giovani italiani a far la guerra. Sono cresciuto, per ambiente familiare, tra fascistoni e gente di chiesa. Nessuno era comunista per i motivi che certamente sapete ma che comunque vi sarà facile dedurre dal racconto che, letto a mia volta anni addietro, sento ora il piacere di segnalarvi, qualora non lo conosceste già. In particolare, questa storia mi è tornata alla mente da quando l’inimitabile imitatore Maurizio Crozza impersona il Razzi. Il Razzi però di cui ti voglio parlare si chiama Franco e non ha nulla a che spartire con Antonio il senatore più famoso d’Italia. Niente frasi tipo: “Senti a me…fatti li cazzi tua” o, “Pa, pa, pa, fatti dare la crana”.

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Anche il Razzi, a cui voglio farvi raccontare le sue peripezie di guerra – pregandovi di pubblicarle – aveva la passione per la politica  che ha sostanziato impegnandosi, nel dopo guerra, anni addietro, in Alleanza Nazionale facendosi eleggere, a Stia, in provincia di Arezzo (quando essere fascisti/missini nella Toscana rossa non era facile), al Consiglio comunale.

Certo che accoglierete “democraticamente” la mia richiesta, con simpatia

G. Naspa

Noi non sappiamo se “il Naspa” esista realmente o se, ottenebrati dalla crudeltà degli avvenimenti in corso in “mezzo mondo” (quella di cui parliamo non viene ufficializzata come “Terza guerra mondiale”, perché viene combattuta “solo” dal  50% – uno più uno meno – degli stati esistenti) ci stiamo inventando tutto – email compresa – pur di dare sfogo alle nostre angosce.

Il racconto che segue è uno dei mille che persone che hanno vissuto le guerre, scampato l’orrore, lasciano a testimonianza di quanto hanno visto e sperimentato. Queste “cronache”, da secoli, detengono il record della inutilità: nessuno di coloro che possono/vogliono decidere le guerre, di fronte a questi “consigli strategici”, accetta la consulenza implicita nei racconti.

In Ukraina, ad esempio, “sembra” scampata la generalizzazione ulteriore del conflitto. Sembra.

I brani scelti li dedichiamo a quanti continuassero a ritenere la guerra una soluzione perseguibile.

Oreste Grani e la redazione


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Le stesse immagini in ogni luogo e in ogni tempo

Storia di Franco Razzi, ragazzo di Salò

Ricordi. La guerra civile dalla parte “sbagliata”: dall’arruolamento a Padova al campo di concentramento di Borovnica
«Non siamo stati né reprobi né carogne. Eravamo solo innamorati della nostra Italia»
di Alessandro Bedini

Tratto da L'Indipendente del 27 dicembre 2005

Franco Razzi da Stia, paesino in provincia di Arezzo, autore di un libro bellissimo Lager e foibe in Slovenia 1945, pubblicato dall’editrice la Lanterna di Vicenza, dove viene rammentato ciò che accadde sui confini orientali dopo l’armistizio, è uno dei testimoni degli efferati crimini commessi dagli sloveni. Ottantuno anni portati alla grande, la memoria da elefante sostenuta da un linguaggio fluente e chiaro, Razzi si racconta volentieri. Sa che attraverso di lui e di tanti altri suoi commilitoni è passata una pagina importante della storia del nostro Paese, una storia quasi sconosciuta, perchè ai vinti non era dato parlare, di spiegare, ammettere magari i propri errori. Giampaolo Pansa ha dedicato un capitolo del suo Sconosciuto 1945 alle vicissitudini di Razzi, è andato a casa sua, si è fermato un giorno intero: «Nel suo libro c’è una grande, autentica passione è per questo che sono venuto a conoscerla», ebbe a dire Pansa, «dalle sue pagine viene fuori una grande umanità, quella che manca a Calvino, che ha scritto più o meno le stesse cose viste dalla parte opposta».

Madre romana e padre napoletano, un lungo pellegrinaggio in giro per l’Italia, Razzi ricorda di essere cresciuto nell’amor di patria, il nonno di sua madre è stato con Garibaldi, nel suo stato maggiore. Ha studiato a Roma, al “Leonardo da Vinci”, come compagni di classe ha avuto Cesare Romiti e Mario Schimberni. Oggi è capogruppo dell’opposizione di centrodestra al comune di Stia. Franco Razzi fruga nella memoria: «Mio padre nel 1942 fu trasferito a Padova per lavoro. Io cercai un impiego, dato che mi ero diplomato in ragioneria, e diventai vice amministratore presso il collegio militare per orfani di guerra a Ponte di Brenta, in provincia di Padova. Abbiamo vissuto le angosciose vicende della guerra e lì mi sono trovato nel momento del dramma, l’8 settembre. Ho visto i militari che scappavano da Padova magari solo perchè avevano adocchiato una camionetta con quattro tedeschi che si erano fermati a mangiare. Arrivavano sul Brenta e buttavano armi e divise nel fiume. Fucili, mitragliatori, bombe a mano. A me questo apparve come una grande offesa, in fondo erano soldati che il nemico non l’avevano mai visto, non c’era motivo di buttare le armi, di arrendersi così. Mi dissi che non potevo restare indifferente a guardare un simile sfracello. Abbiamo fatto una mascalzonata, pensai, e dobbiamo rimediare. Decisi di arruolarmi e mi recai a Padova. Entrai nel neo costituito Primo Battaglione Volontari Bersaglieri Benito Mussolini che partiva da Verona e fui mandato nella zona di Gorizia. Siamo alla fine del 1943. Nell’alto goriziano eravamo tutti ragazzi, io avevo appena vent’anni, quasi tutti studenti di scuola media superiore, pochi universitari. Nella caserma San Zeno di Verona, dopo l’8 settembre si era rifugiato un gruppo di bersaglieri che aveva deciso di continuare a combattere dalla stessa parte, così come aveva cominciato. Da lì partì il primo nucleo di bersaglieri che aderirì alla Repubblica Sociale». Fu la volontà di riscattare l’onore di un Paese che l’aveva perduto, a spingere tanti ragazzi a salire al Nord, a “cercar la bella morte” come ha scritto Carlo Mazzantini. «Proprio così. Per me – prosegue Razzi – l’Italia era un’idea meravigliosa e andava difesa a ogni costo. La mia vita e quella dei miei commilitoni poteva essere niente di fronte alla difesa del mio Paese». Furono giorni e mesi interminabili per chi si trovava nelle zone di confine con la Slovenia. «Eravamo in centinaia di volontari, tutti giovanissimi – ricorda l’ex ragazzo di Salò – pensi che abbiamo dato il cambio ai reparti che i tedeschi avevano messo a guardia del confine italiano. Il confine orientale dell’Italia in pratica non esisteva più, i tedeschi ci avevano messo dei reparti di mongoli, che poi erano scappati. Abbiamo trovato contro di noi i comunisti jugoslavi, ma anche italiani, goriziani, ci siamo trovati a combattere contro queste formazioni. In 18 mesi abbiamo perduto 200 bersaglieri, più un gran numero di feriti. Quando la guerra è finita è accaduto l’episodio che riporta Pansa. Il nostro comando ritenne opportuno consegnare le armi poiché ci erano state promesse condizioni dignitose. Ma non fu così. Appena consegnate le armi cominciarono i massacri. Ci trovammo al centro di una canea, gente furibonda che iniziò a picchiarci, sputarci addosso. Qualcuno fu ammazzato immediatamente. Erano gli slavi che venivano dai dintorni di Caporetto». Ma il peggio doveva venire. «Subito dopo essere stati fatti prigionieri ci portarono a Tolmino dove cominciarono i cosiddetti interrogatori, in realtà ci davano solo un sacco di botte. Ci misero dentro una gabbia (NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CIELO ndr), quelli che secondo loro erano colpevoli di qualcosa, ma noi non abbiamo mai avuto un processo, sparirono letteralmente. Di loro non si è più saputo niente. Erano un centinaio. Abbiamo fatto ricerche, quando tutto è finito siamo andati persino al ministero della Difesa sloveno a Lubiana per sapere almeno dove fossero stati sepolti questi nostri cento commilitoni».

È possibile che siano stati gettati nelle foibe… «Con molta probabilità sì, ma si tratta solo di un’ipotesi, i militari sono stati portati vicino a Tolmino. C’è una grande grotta dove gli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, avevano piazzato un cannone che veniva fatto scorrere su rotaie. Sembra che questi cento bersaglieri che mancano all’appello siano stati portati lì e questa grotta sia stata fatta saltare in aria. Una parte dei bersaglieri fu avviata nel campo di concentramento di Borovnica, mentre altri, tra cui io, fummo trascinati per due mesi nelle campagne friulane, sballottati qua e là, picchiati. A me strapparono la fotografia di mia madre, mi ruppero lo spazzolino da denti e il pettine. Alla fine ci portarono anche noi a Borovnica, eravamo rimasti una cinquantina, molti erano morti. Nel campo di concentramento trovammo una situazione spaventosa. Gli uomini morivano di fame, erano ridotti a fantasmi, gente mezza nuda, scalza, un inferno. Lì siamo rimasti fino al giorno del rilascio». Solo recentemente comincia a emergere una scomoda verità, una guerra civile che fino a poco tempo fa non si poteva neppure definire tale. «Sì, voglio che venga fuori la verità », afferma perentorio Razzi, «Da qualunque parte arrivi. Destra, sinistra, centro, non ha importanza. Quello che è stato patito da persone che avevano nel cuore solo un amore sconfinato per la propria patria, be’ deve essere raccontato. Per anni siamo stati additati come reprobi, come carogne. Non siamo stati né reprobi né carogne, eravamo gente innamorata della nostra Italia e abbiamo fatto quello che ci è sembrato il nostro dovere, pagando duramente. Nessuna faziosità può sposarsi con la verità. Se durante la prigionia c’è stata una partigiana che mi ha regalato un pettine perchè non dirlo? Se ho ricevuto un gesto di umanità come è successo sulle montagne della Bainsizza, un’anziana donna regalò un uovo e quell’uovo mi tenne in vita tre giorni, io lo voglio dire, scrivere, perchè tacerlo? Anche gli altri sono esseri umani».

Franco Razzi
Lager e foibe in Slovenia 1945
La Lanterna editrice – Vicenza – 1997 – lire 15.000 – pp.157