Come profetizzato, il 18 agosto 2014, da Papa Francesco si avvicina la Terza Guerra Mondiale

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Mario Monti era ed è ciò che è, cioè il rappresentante – in Italia – di interessi facilmente riconducibili alla Ur-Lodge “Babel Tower” e alla United Grand Lodge of England a cui risulta essere affiliato da anni. A prova di questo c’è tutto il suo agire politico, economico, sociale e quanto sia arrivato a sostenere, come abbiamo scritto e documentato (L’ipocrita (in greco attore e coperto d’oro) Mario Monti va all’attacco del vero avversario: Beppe GrilloDifficile navigare tra destra e sinistra. Mario Monti ritiene di saperlo fareMentre Mario Monti sale in politica, Luca Cordero di Montezemolo scende in vacanza!Il 13 gennaio 2013 davo per “spacciato” elettoralmente Mario Monti. Non mi sbagliavo!«Berlusconi dovrebbe fare come Menem in Argentina». Minchia! Bel consiglio prof. Mario Monti, 30 e lode). Siamo stati, quindi, senza equivoco alcuno su posizioni contrarie al professore quando, alla “maggioranza dei commentatori e delle pecore italiche”, l’uomo in loden, sembrava l’ennesimo salvatore della Patria. Comunque, un uomo potentissimo. Non possiamo essere quindi sospettati di niente quando oggi affermiamo che il 21 gennaio 2012 (poco più di tre anni addietro!) con Mario Monti in visita a Tripoli (Libia), l’Italia ha perso un’occasione. Soprattutto nelle ore successive al rientro in Patria. L’Italia forse ha perso qualcosa di più (la sua stessa esistenza e sovranità) di una occasione come è facile dedurre con semplice lettura del brano che riportiamo a seguire.

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Non ci vuole Sherlock Holmes per capire che Mario Monti firmò con la richiesta di chiarimenti nel merito, la fine della sua esperienza politica. Oggi Monti è uno “straccio” perché, in quel momento, “qualcuno” decise che Monti era troppo “vivace” (che è il colmo!) e che così come si era rivelato essere, al rientro dalla Libia, si sarebbe potuto trasformare in un rompicoglioni meno malleabile di quanto si pensasse inizialmente. Si pensò quindi di creare una transizione diversiva, distraendo tutti con Enrico, il “nipote di Gianni Letta”, ben conosciuto, con tutti i limiti e pochissimi pregi, proprio negli ambienti (i servizi segreti) da sempre frequentati da zio Gianni. Si creò una soluzione ponte e si fece cadere Monti, ma provvedendo, per maggiore sicurezza, a mettere subito (ma intanto coperto) alle calcagna di Enrico Letta il vero candidato ideale (ambizioso, ignorantissimo e pronto a pugnalare, in qualunque momento il compagno di partito) perché al “manovratore” non fossero mai più fatte le domande inopportune che Mario Monti si era permesso/sognato di formulare dopo il 21 gennaio del 2012. Data che Leo Rugens – riteniamo per primi – oggi indichiamo come spartiacque per capire, con la massima urgenza il da farsi in politica estera.

Ora, alla luce di quanto sta per accadere e cioè un lungo periodo di “guerra guerreggiata” nel Mediterraneo (tenete conto che uomini armati senza insegne a bordo di un natante hanno affrontato ieri un’imbarcazione della Guardia Costiera italiana minacciandola e mettendola in fuga perché mollasse l’osso di un gommone stracarico di disperati) immaginate che pappata di potere e di soldi alcuni ambienti ipotizzarono di poter fare con, a Palazzo Chigi (e quindi come proprio “capo”) insediato, con pieni poteri, un burattino senza anima e struttura mentale quale si rivelerà sempre più essere Matteo Renzi. Ora, con questo scenario internazionale, vi abbiamo trovato/mostrato il movente del “filotto” di cadute repentine che hanno connotato le esperienze troppo brevi di Monti – Letta. Due figure “insopportabili” ma centomila volte più colti e strutturati mentalmente del vanesio che oggi vi guida da Palazzo Chigi. Trovato il “movente”, a volte, si trova anche l’esecutore del crimine.

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Piero Messina “Il cuore nero dei Servizi” Bur Rizzoli

E quindi i duo Monti/Letta andava fatto fuori perché la riorganizzazione del servizio (in modo gattopardesco perché nulla cambiasse) la dovevano fare i dalemiani (veri, ex, presunti, niente) o, comunque, da finti uomini e donne di sinistra nell’ambito di una “formula di Governo” che sembrasse in mano alla sinistra. “Noi” a fare ciò che conta (compreso l’affare più lucroso di tutti che è la guerra) controllando i Servizi (Marco Minniti), il Ministero della Difesa (Roberta Pinotti), la Commissione difesa del Senato (Nicola La Torre) e il resto in mano al cretinetto/ambizioso di turno a fare casino con le sue distraenti ministrine sfacciatamente inadeguate alle complessità da affrontare. Se poi si fosse riuscito di piazzare al Quirinale un “italianoeuropeo” come Giuliano Amato, sarebbe stato il massimo (D’Alema).

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Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco e, a 86 anni, annidato nella lontana Nusco (residenza super blindata e accessoriata proprio a spese – un miliardo e mezzo di vecchie lire – dei servizi segreti all’epoca della gestione “Salabé”), Ciriaco De Mita, passatemi la scurrilità da caserma, se li è inculati tutti a passo di carica. Il democristiano sapiente e dedicato alla politica fino all’ultimo giorno che il suo Dio gli concederà, ha saputo vellicare l’ambizione di Renzi, pronto a tutto pur di sembrare – ogni volta – “lui il più bello” (come recita l’Armando di Enzo Iannacci!) suggerendogli Sergio Mattarella come nome imbattibile per il Quirinale.

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Se rileggete il brano che abbiamo riprodotto, capirete perché, a 86 anni, il vecchio democristiano De Mita, allievo colto e raffinato  di Fiorentino Sullo, indicando in Sergio Mattarella il Presidente della Repubblica da eleggere al IV scrutinio, forse, ha salvato l’Italia da guai ancor maggiori di quelli in cui oggi si trova. Il Presidente della Repubblica è il Comandante Supremo delle Forze Armate e questa prerogativa ve la dovrebbe dire lunga sulla capacità di previsione politica strategica della coppia De Mita/Mattarella. Renzi è a tempo determinato e può essere (giustamente) buttato nel cesso in qualunque momento. Mattarella guiderà il Paese almeno per sette anni. Lo farà sapendo (per il suo irreprensibile vissuto giuridico) cosa sia l’Arma dei Carabinieri e come funzionano le Forze Armate. Soprattutto alla luce delle possibili definizioni dello staff quirinalizio che potrebbe vedere la scelta dell’Amm.Giampaolo Di Paola come fedele addetto militare. Si avvicina la guerra (mondiale?) e con essa le complessità insite (signori, si muore in guerra!) che  non possono e non devono essere affrontate da un”bullo” toscano ignorante. Ignorante di e in tutto.

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Sperando che a Nusco si sia già pensato a chi affidare Palazzo Chigi e le sorti di quel che avanzerà dell’Italia durante la possibile Terza Guerra Mondiale come, dal 18 agosto del 2014, la chiama Papa Francesco, avversario strategico individuato dal Califfo Abū Bakr al-Baghdādī e da tutte le forze “religiose” che lo sostengono. Roma potrebbe essere attaccata (lo sarà!) perché a Roma c’è l’unica autorità politica morale culturale che i mostri fondamentalisti (i “nuovi Cirillo” capi dei cristiani fanatici che imperversavano ad Alessandria d’Egitto nel 415, assassini di Ipazia, 200 anni prima dell’irrompere dell’Islam) odiano e temono quale è Papa Francesco. Nessun rabbino del Mondo, dopo quanto Israele non ha saputo fare per la Pace tra i popoli, potrà fermare l’ISIS. L’esercito israeliano, lo Shin Bet, il Mossad facessero generosamente la loro parte. Al resto, se lo ascoltiamo, ci può pensare Papa Francesco. Per questo, i seguaci del Califfo, cioè storicamente un “antipapa”, ci attaccheranno perché hanno capito che chi, per primo, ha visto nell’ISIS il detonatore della Terza Guerra Mondiale è il soldato gesuita un po’ francescano, l’argentino Papa Bergoglio. Per quello, prima ci liberiamo del boy scout Renzi (la guerra, appunto, non è cosa da boy scout) e prima possiamo sognare di fermare chi la vuole la guerra estesa dal Mediterraneo fino al Pakistan.

Comunque, centomila volte  meglio Sergio Mattarella al Quirinale che il rattoitalianorvegese Giuliano Amato.

Scusandoci con il signor Presidente se i nostri toni sono così accesi e preoccupati. Ma, l’ora, come lui responsabilmente sa, è gravissima.

In spirito di servizio e in doveroso ricordo del giuramento fatto alla Bandiera.

Oreste Grani/Leo Rugens