Maometto II il Conquistatore, certamente feroce ma niente male come politico ed amministratore. E fa pure rima!

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Oggi invece di scrivere del “decreto mille proroghe” (a voi non vi fa incazzare solo il nome?), abbiamo deciso di annoiarvi con la cronaca (redatta a modo nostro, saccheggiando, in parte, scritti di Indro Montanelli) della caduta di Costantinopoli, avvenuta il 28 maggio 1453. Lo facciamo azzardando un nesso audace (che in realtà potrebbe anche non esistere) che a volte sfugge ai più: la capitolazione di Costantinopoli, ad opera di Maometto II il Conquistatore, chiuse all’Europa le vie del Mediterraneo orientale e la obbligò a volgere gli occhi ad ovest.

In uno dei prossimi post (non è una promessa ma una minaccia) torneremo su questa storia (completamente da noi inventata) del nesso causale tra l’irrompere di Maometto II il Conquistatore e la “voglia”, dopo pochi anni, di Cristoforo Colombo (nato nel 1451, a Genova – e non ci rompete con altre storie – da una famiglia di poveri tessitori ebrei emigrati dalla Spagna e costretti a convertirsi) e di altri come lui, di mettersi in viaggio verso occidente.

Alla fine di maggio del 1453, una notizia (non c’era la Rete ma le notizie viaggiavano lo stesso) folgorò l’Europa cristiana: Costantinopoli/Bisanzio era caduta sotto gli attacchi degli eserciti turchi. Nessuno ne colse le decisive e catastrofiche implicazioni politiche, nemmeno gli italiani (chiamiamoli così) che pure erano quelli destinati a pagarne il prezzo più alto. Solo gli ambasciatori veneziani ne diedero, nei loro rapporti, una lucida premonizione.

Come quello d’Occidente, l’Impero Romano d’Oriente si stava ampiamente e definitivamente meritando la sua sorte.

Da oltre due secoli, da quelle parti, si vivacchiava provando a godersi le delizie del tramonto.

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L’inizio della fine era cominciata con l’invasione crociata (che strani e ricorrenti “termini”!) del 1204 che, dopo aver cacciato dal trono il Basileus Isacco Angelo (neanche per un milione di dollari avreste saputo ricordare questo nome e questa figura storica), smembrò l’Impero riducendolo a una galassia di statarelli indipendenti – da quel momento in poi – in lotta perpetua tra loro: gli imperuncoli di Trebisonda e di Nicea, il despotato d’Epiro, i principati di Filadelfia e di Rodi, l’Impero di Costantinopoli (eccolo dove era andato a finire!), il regno di Tessalonica, il ducato d’Atene (senza Tzipras), il principato d’Acacia (che non ebbe niente a che fare con le origini della Massoneria), oltre ad un pulviscolo di signorie veneziane disseminate lungo tutto l’arcipelago. Bel mare ma nulla di più.

Costantinopoli, come ho anticipato e come comunque sapete tutti, cadde a fine maggio del 1453 dopo che durante la Pasqua di quell’anno fu dato inizio da parte dell’armata di Maometto II ad uno scientifico assedio. L’Impero ormai non esisteva più e Costantinopoli era fine a se stessa. Prima però di inoltrarmi nel raccontino (questo mi preparo a fare senza nessuna pretesa altra) di come il sultano si pappò tutto e come i famosi giannizzeri (una vera e propria guardia pretoriana composta di eccellenti combattenti reclutati tutti in tenera età ed addestrati alla guerra e alla difesa del sultano) fecero strame delle giovinette “greche”, è opportuno spendere due parole sul precedessore di Maometto II, il Sultano Murad. Dico questo perché è bene cominciare ad abituarsi all’idea che i musulmani (cattivoni o meno che siano) da sempre, selezionano una classe dirigente di grande statura. Come nel caso del Sultano Murad, vero fondatore dell’Impero Ottomano, considerato uno dei più intrepidi condottieri del suo tempo. In lui, come si dice, le virtù guerriere (non quindi un tipo alla Ignazio La Russa tutto tuta mimetica e poco coraggio come testimonia l’oscena vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone) s’allearono a eccezionali doti politiche e diplomatiche. Avete letto bene: doti politiche e diplomatiche che, non la rimuovete come informazione, da quelle parti e tra quella gente, abbondano.

The harem dance, oil on canvas, 65 x 115 cm

Murad divise i sudditi in cittadini di prima e seconda categoria: alla prima assegnò i turchi (gli avi di quelli che non sentite in queste ore mai nominare) e tutti coloro che si convertivano all’Islam; alla seconda i cristiani, che, sotto di lui, seguitavano a vivere secondo i loro costumi e le loro leggi, limitandosi a dover pagare al sultano speciali tasse.

Se in tempo di guerra una città opponeva resistenza, una volta sconfitta, i suoi abitanti venivano fatti schiavi e, se donne, diventavano concubine. Poiché la condizione di schiavo, di concubina e di cittadino di seconda categoria presentava molti inconvenienti e soprattutto impediva di fare carriera, le conversioni erano numerose. Come accennato, in quegli anni si forma, per volontà del Sultano Murad, il Corpo militare dei Giannizzeri che assumono la forma di un innovativo corpo organizzato dell’esercito turco che fino a pochi anni prima era stato solo un’orda, feroce, numerosa ma, un’orda.

Gli giannizzeri godevano di speciali privilegi e ricevevano un soldo molto superiore a quello che veniva corrisposto alle comuni milizie di carriera.

Quando nel 1451 (ricordatevi questa data perché è la stessa della nascita di Cristoforo Colombo) diventa Sultano Maometto II, quello ottomano era già un impero prospero, potente e temuto che dominava buona parte della penisola balcanica e una grossa fetta dell’Asia minore.

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La società ottomana era organizzata secondo i principi tradizionali riguardanti soprattutto i concetti di legge e di costume che formavano la base dell’autorità. Lo stato ottomano, proprio per certi vincoli di fedeltà che legavano l’individuo all’amministrazione, non fu, in questo periodo di cui vi stiamo raccontando in assoluta semplicità e certamente con una notevole dose di superficialità, oppressivo né autocratico: al contrario, lo Stato rispettava leggi e usanze proprie di ciascuna comunità. Torniamo quindi alla vigilia di Pasqua del 1453 quando i centoquarantamila uomini guidati da Maometto II il Conquistatore si fecero da presso a Costantinopoli. Alcuni fuggirono dalla città, altri si predisposero a difenderla. Non vi tedio con descrizioni tecniche riguardanti le modalità con cui le artiglierie (usate con abilità diverse) fecero la differenza e, alla fine, il 28 maggio 1453 (data – 28 maggio – che non sottovaluterei in termini di scelte emblematiche che l’ISIS potrebbe compiere “oggi”, nella sua strategia di attacco e di comunicazione!) la Capitale (che non era certamente più tale) cadde. Vi risparmio i particolari di come i “turchi” si dilettarono con le fanciulle per alcune ore. Quelle ore gli furono volutamente lasciate perché si sfogassero lastricando di cadaveri fatti a pezzi le vie. Il Sultano entrò in città (meglio dire ciò che ne avanzava) a cose fatte. Maometto II, dopo altri immediati provvedimenti, concesse subito la libertà alle donne meno avvenenti e assegnò al proprio serraglio le altre. Nominò un nuovo Patriarca nella persona del teologo Gennadio (notate questi dettagli per non essere leggeri nella valutazione delle complessità che ci aspettano in questa “guerra asimmetrica” – tale anche culturalmente parlando) a cui concesse la inviolabilità personale, l’esenzione fiscale (immaginate Matteo Salvini se sapesse una cosa del genere, come cambierebbe opinione sul califfo che oggi guida l’ISIS), il diritto di trasmettere queste prerogative ai successori. Il musulmano concesse inoltre al cristiano ortodosso ampie concessioni in materia giudiziaria, assicurando alla chiesa non solo di giudicare le controversie religiose, ma anche le cause concernenti il matrimonio e il divorzio.

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Dopo la questione religiosa, sistemata con un grande spirito di tolleranza e rispettoso del “decentramento” (Salvini, sveglia, così dopo aver preso a leccare le orecchie a Putin, potresti trovarti una giustificazione per un pari trattamento da destinare al  Califfo Abū Bakr al-Baghdādī) il feroce conquistatore passò ad invitare i commercianti greci a ripristinare i loro traffici e gli artigiani a riaprire le loro botteghe. Li aiutò finanziariamente (un vero “leghista” ante litteram!) secondo i dettami del Corano, senza interessi usurai. Maometto II lanciò un appello (a cui in molti risposero) agli Armeni e agli Ebrei residenti in altre parte dell’Impero affinché emigrassero a Costantinopoli/Bisanzio.

A questo punto reclutò una schiera di valenti architetti sulla piazza e affidò loro la ricostruzione della città. Ovviamente, a questo punto, avendo scelto che Bisanzio divenisse la sua residenza, diede disposizione che venisse eretto un Palazzo alla “sua” altezza, in pieno centro della “ricostruzione” dove si insediò anche la sua Corte e soprattutto l’harem.

In pochi anni la città risorse, quadruplicò la popolazione precedente al massacro e riacquisto il rango e il tono di una Capitale.

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La grande sconfitta fu la Chiesa cristiana che si vide soppiantare da quella fede musulmana che per secoli aveva combattuto e con le crociate aveva cercato di estirpare. Anche questo elemento non va rimosso in termini di analisi nei prossimi (prossimissimi!) tempi rispetto ai pericoli che qualcuno corre e quali scelte, rispetto alla Sicurezza nazionale e del Vaticano, andranno compiute sinergicamente. Questo è da sempre il pensierino che aleggia in questo marginale e ininfluente blog: eravamo certi che sarebbero arrivati i tempi della “complessità” condizione non affrontabile senza strumenti che, per semplicità, in questi anni abbiamo chiamato “Intelligence culturale”. Con i cambi paradigmatici necessari, al di qua e al di là del Tevere.

La Spada dell’Islam (non quella artigianalmente e truffaldinamente forgiata, nel 1938, in Italia appositamente per Mussolini conquistatore “libico”), con la conquista di Costantinopoli, aveva compiuto la vendetta storica affondando la sua lama fin sulla soglia della cristianissima Ungheria.

Quella di cui oggi (maldestri come siamo) vi abbiamo voluto parlare, fu una rivincita non solo religiosa ma anche economica. A farne le spese, dopo quel 1453, furono soprattutto le repubbliche marinare di Venezia e di Genova che dal “Mille” in poi avevano spadroneggiato nell’Adriatico e nell’Egeo monopolizzando i commerci, arricchendosi smisuratamente, facendo e disfacendo alleanze e lacerando con le loro sanguinose beghe il già debole e corrotto Impero d’Oriente. Beghe, ricchezze spoporzionate, corruzione. Mi sembra di aver già sentito parlare di queste cose.

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Non tutto il male viene per nuocere, dicevano e dicono i nostri anziani. Lo dico anch’io ormai iscrivendomi d’ufficio doverosamente a questa consorteria di saggi.

La resa di Costantinopoli provocò l’esodo in Francia e in Italia di uno stuolo di filosofi (sempre loro!), letterati (ancora loro) artisti greci (ma va là!) che fecero conoscere all’Ovest i tesori del pensiero e della cultura della Madrepatria. Furono ad esempio nel nostro Paese i semi di quella rinascita umanistica che contrassegnò i “secoli d’oro” di cui ancora possiamo menar vanto. Percorsi carsici, rizomi vivificanti, effetti sorprendenti e inaspettati di tanto spargimento di sangue.

Per oggi anche troppo.

Oreste Grani /Leo Rugens

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