Noam Chomsky: la guerra del Golfo

IL 6 MARZO 2015, USAMMO IL PENSIERO ALTO DI NOAM CHOMSKY PER NON DIMENTICARE CON CHE LEGGEREZZA/PESANTEZZA SI FOSSERO MOSSI GLI USA.

LA MEMORIA E’ TUTTO, ORA PIU’ CHE MAI.

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Questo spiega come opera un sistema di propaganda ben funzionante. La popolazione può credere che quando aggrediamo militarmente l’Iraq lo facciamo perché osserviamo il principio secondo cui l’occupazione illegittima e l’abuso dei diritti umani devono essere contrastati con la forza. Grazie all’effetto della propaganda non ci si accorge di che cosa accadrebbe se quei principi venissero applicati al comportamento degli Stati Uniti.

Consideriamo ora un altro esempio. Se si osservano attentamente i resoconti dei media sulla guerra dall’agosto del 1990 ci si accorge che mancano due voci importanti. In Iraq c’è un’opposizione democratica, molto coraggiosa e concreta. I suoi membri naturalmente agiscono in esilio, perché in patria non potrebbero sopravvivere. Stanno soprattutto in Europa, sono banchieri, ingegneri, architetti. Sono organizzati e hanno dei rappresentanti. Il febbraio dell’anno precedente, quando Saddam Hussein era ancora amico prediletto e partner commerciale di George Bush, si presentarono a Washington, secondo le fonti dell’opposizione democratica irachena, per chiedere un appoggio alla loro richiesta di una democrazia parlamentare in Iraq. Furono respinti brutalmente, perché gli Stati Uniti non erano interessati al progetto. Nel dibattito pubblico non vi fu alcuna reazione.

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Da agosto divenne un po’ più difficile ignorare la loro esistenza: allora, dopo averlo sostenuto per molti anni, gli Stati Uniti si schierarono improvvisamente contro Saddam Hussein. Gli oppositori democratici iracheni avrebbero avuto qualcosa da dire, e sarebbero stati felici di vedere Saddam Hussein sconfitto: aveva ucciso i loro fratelli, torturato le loro sorelle e li aveva cacciati dal loro paese. Avevano combattuto contro di lui per tutto il periodo in cui Ronald Reagan e George Bush lo avevano colmato di gentilezze. Cosa ne è stato delle loro voci? Date un’occhiata ai media nazionali e vedete quante notizie riuscite a trovare sull’opposizione democratica in Iraq dall’agosto del 1990 al marzo del 1991: neppure una parola. Non perché non avessero nulla da dire: avevano dichiarazioni, proposte, appelli e richieste che coincidono precisamente con quelle del movimento pacifista statunitense. Erano contro Saddam Hussein e contro la guerra all’Iraq, non volevano che il loro paese venisse distrutto, chiedevano una soluzione pacifica e sapevano perfettamente che era possibile ottenerla. Ma queste erano idee sbagliate e quindi dovevano essere ignorate. Per saperne qualcosa bisognerebbe consultare la stampa tedesca o quella inglese. Non dicono molto, ma sono meno controllate di quella americana.

Anche questo è un grande risultato della propaganda. Innanzitutto, perché le voci dei democratici iracheni sono state completamente ignorate, e poi perché nessuno si è reso conto della censura. Anche questo è un dato interessante: solo una popolazione profondamente indottrinata poteva non accorgersi del silenzio dell’opposizione democratica irachena e non chiedersene il perché, che è ovvio: perché l’opposizione democratica in Iraq si trova sulle stesse posizioni del movimento internazionale per la pace.

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Consideriamo ora le ragioni addotte dagli Stati Uniti per giustificare la guerra: l’aggressione di Saddam al Kuwait deve essere respinta con l’immediato ricorso alla violenza. Queste erano le ragioni, e nessun’altra è stata avanzata. Ma sono credibili? Gli Stati Uniti sostengono davvero questi principi? Non voglio far torto all’intelligenza dei lettori spiegando come si sono svolti i fatti, ma quelle ragioni possono essere confutate in due minuti da un bravo studente di scuola superiore. E tuttavia, nessuno lo ha mai fatto pubblicamente. Basta guardare ai media, ai commentatori e ai critici di sinistra, a coloro che hanno fatto dichiarazioni al Congresso, per constatare che nessuno ha messo in dubbio l’assunto che gli Stati Uniti sono fedeli a quei principi. L’America si è forse opposta alla sua stessa aggressione contro Panamà e ha deciso di bombardare Washington per contrastarla? Quando l’occupazione sudafricana della Namibia è stata dichiarata illegittima nel 1969, gli Stati Uniti hanno forse imposto un embargo su alimenti e medicinali? hanno dichiarato guerra? hanno bombardato Città del Capo? No, sono andati avanti per vent’anni con “pacifica diplomazia”. La storia africana in quei vent’anni è stata drammatica. Solo nel periodo della presidenza di Reagan e di Bush circa un milione e mezzo di persone sono state uccise dalle milizie sudafricane nei paesi circostanti. Ma non importa, quel che accadde in Sudafrica e in Namibia non ha offeso le nostre anime sensibili. Abbiamo continuato con “pacifica diplomazia” e alla fine abbiamo ricompensato generosamente gli aggressori assicurando loro l’accesso al porto principale della Namibia e molti vantaggi che tenevano conto dei loro interessi in materia di sicurezza. Dov’erano i principi a cui siamo fedeli? È un gioco da ragazzi dimostrare che non è possibile invocare quei principi come ragioni per entrare in guerra, dato che non è vero che li difendiamo. Ma nessuno l’ha fatto: questo è il dato importante. E nessuno si è preso il disturbo di trarre la seguente conclusione: non è stata data alcuna ragione valida per l’entrata in guerra. Come ho già detto, questa è la prerogativa di una cultura totalitaria. Dovrebbe spaventarci il fatto di vivere in un paese che riesce a farci accettare una guerra ingiustificata, senza informarci sulle richieste o sugli interessi del Libano. Dovremmo trovarlo molto sorprendente.

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Poco prima dell’inizio dei bombardamenti, a metà gennaio, un importante sondaggio del Washington Post e della ABC ha rivelato qualcosa di interessante. Alle persone veniva domandato: “Sareste favorevoli al ritiro dell’Iraq dal Kuwait in cambio dell’assicurazione che il Consiglio di sicurezza prenderà in esame il problema del conflitto araboisraeliano?”. All’incirca due persone su tre erano favorevoli, come in tutto il resto del mondo, inclusa l’opposizione democratica irachena. E così il risultato del sondaggio fu reso pubblico. Presumibilmente ogni persona che si era pronunciata a favore credeva di essere la sola al mondo ad avere quell’opinione, dato che nessuno l’aveva sostenuta sui giornali. Gli ordini di Washington erano stati chiari, ci si aspettava che fossimo contro la diplomazia, e tutti marciavano al passo dell’oca eseguendo gli ordini. Cercando sulla stampa si può trovare una colonna di Alex Cockburn sul Los Angeles Times, che giudicava quella diplomatica la strada migliore. Chi rispondeva affermativamente al questionario pensava: questo è ciò che penso, ma lo penso solo io. Supponiamo però che sapessero di non essere i soli, che altri la pensavano così, per esempio l’opposizione democratica irachena. Supponiamo che sapessero che la domanda non era ipotetica, che l’Iraq aveva avanzato davvero quella proposta, come avevano riferito alti ufficiali statunitensi otto giorni prima, il 2 gennaio: l’Iraq era disposto a ritirarsi totalmente dal Kuwait se in cambio il Consiglio di sicurezza avesse preso in esame il conflitto araboisraeliano e il problema delle armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti avevano già rifiutato di negoziare quella richiesta ben prima dell’invasione del Kuwait. Supponiamo che la gente avesse saputo che quell’offerta era davvero sul tavolo delle trattative, che era appoggiata da più parti e che di fatto era l’unica cosa che ogni persona razionale e interessata alla pace potesse considerare, come accade nei rari casi in cui vogliamo davvero respingere un’aggressione. Supponiamo che tutto questo si sapesse. Si possono avanzare altre ipotesi, ma la mia è che i due terzi sarebbero probabilmente saliti fino al 98 percento della popolazione. Ed ecco i grandi successi della propaganda. Probabilmente tutte le persone che hanno risposto al sondaggio ignoravano i fatti che ho menzionato e credevano che nessuno condividesse la loro opinione. Per questo fu possibile procedere con la politica di guerra senza incontrare opposizione.

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Si è molto discusso dell’efficacia delle sanzioni, e anche il capo della CIA è intervenuto sull’argomento, però non c’è stato alcun dibattito riguardo a un interrogativo molto più ovvio: le sanzioni si erano già dimostrate efficaci? La risposta è sì, era evidente che avevano già avuto effetto, forse dalla fine di agosto, o più probabilmente dalla fine di dicembre. Era difficile trovare altre ragioni che spiegassero le offerte di ritirata dell’Iraq, certificate e in qualche caso riferite da alti funzionari degli Stati Uniti, che le definivano “serie e “negoziabili”. Quindi la vera domanda è: le sanzioni avevano già funzionato? C’era una via d’uscita? C’era una soluzione pacifica accettabile per la popolazione, per il resto del mondo e per l’opposizione democratica irachena? Queste domande non sono state poste ed è d’importanza cruciale per un sistema di propaganda efficace che non siano state discusse. Questo ha permesso a Clayton Yeutter, presidente del Comitato nazionale repubblicano, di affermare che, se alla presidenza ci fosse stato un democratico, il Kuwait oggi non sarebbe libero. Ha potuto affermarlo senza che nessun esponente del partito democratico replicasse che se ci fosse stato uno di loro alla presidenza il Kuwait sarebbe stato liberato almeno sei mesi prima, perché avrebbero colto le opportunità che si erano create, e sarebbe stato liberato senza che decine di migliaia di persone restassero uccise e senza che si provocasse una catastrofe ambientale. Nessun democratico ha replicato così, perché nessun democratico aveva preso quella posizione. Henry Gonzalez e Barbara Boxer sono stati gli unici a farlo, ma è stata una posizione così marginale da risultare inesistente. Così, Clayton Yeutter è stato libero di fare la sua affermazione.

Quando i missili Scud hanno colpito Israele, nessuno sulla stampa ha applaudito. Anche questo è un fatto interessante dal punto di vista propagandistico. Ci si può chiedere, perché no? Dopotutto, gli argomenti di Saddam Hussein erano validi tanto quanto quelli di Bush. Consideriamo per esempio il Libano. Saddam Hussein afferma di non poter accettare che Israele si impossessi del territorio libanese, delle alture del Golan siriane e di Gerusalemme Est, andando contro la decisione unanime del Consiglio di sicurezza. Non può accettare l’annessione né l’aggressione. Israele occupa il Libano meridionale dal 1978 in violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza che rifiuta di osservare. Durante tutto questo periodo ha attaccato il resto del Libano, ha sganciato bombe in quantità sulla maggior parte del territorio. Saddam non può sopportarlo. Forse ha letto il rapporto di Amnesty International sulle atrocità compiute dagli israeliani nella West Bank. Il suo cuore sanguina, non può sopportarlo. Le sanzioni non hanno efficacia perché gli Stati Uniti pongono il loro veto. I negoziati non vanno avanti perché gli Stati Uniti li bloccano. Cosa rimane se non la forza? Ha aspettato per anni: tredici nel caso del Libano, venti in quello della West Bank. È un argomento noto: la sola novità è che Saddam Hussein poteva veramente affermare che le sanzioni e i negoziati erano privi di efficacia perché gli Stati Uniti li bloccavano, mentre George Bush non avrebbe potuto dirlo, perché le sanzioni a quanto pare avevano funzionato e c’erano tutti i motivi per credere che i negoziati avrebbero funzionato: a parte il fatto che lui rifiutava incondizionatamente di portarli avanti, affermando chiaramente che non ci sarebbero stati affatto. La stampa ne ha forse dato notizia? No. E una cosa da niente, ma nessuno l’ha segnalata nessun commentatore, nessun editorialista. E anche questo è segno di una cultura totalitaria ben gestita. E’ la prova che la fabbrica del consenso funziona bene.

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Un ultimo commento a questo proposito. Potremmo portare molti altri casi, e potrete trovarne anche da soli. Prendete per esempio l’idea che Saddam Hussein sia un mostro deciso a conquistare il mondo, ampiamente diffusa negli Stati Uniti, e non per mancanza di senso della realtà, dato che è stata inculcata alla gente di continuo: l’Iraq vuole prendersi tutto, noi dobbiamo fermarlo subito. Nessuno si chiede come ha fatto a diventare così potente? Si tratta di un piccolo paese del Terzo mondo, privo di una base industriale. Per otto anni è stato in guerra con l’Iran postrivoluzionario, che aveva decimato i suoi ufficiali e buona parte delle sue forze militari. In quella guerra, l’Iraq aveva avuto un appoggio notevole dall’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti, dall’Europa, dai principali paesi arabi e dai produttori arabi di petrolio, ma non era riuscito a sconfiggere l’Iran. E d’un tratto è pronto per conquistare il mondo. Avete mai sentito qualcuno sottolineare questa contraddizione? La realtà è che si tratta di un paese del Terzo mondo con un esercito di contadini. Adesso si comincia a riconoscere che c’è stata una certa disinformazione riguardo alle forze armate o alle armi chimiche di cui disporrebbe. Ma qualcuno lo ha mai fatto notare? No. E tipico: una situazione analoga si era già verificata un anno prima con Manuel Noriega. Manuel Noriega è un delinquente di second’ordine in confronto agli amici di George Bush, Saddam Hussein o quello di Pechino, o allo stesso George Bush. Vicino a loro, Manuel Noriega sembra un teppistello. Certo è cattivo, ma non è un criminale su scala mondiale del tipo che piace a noi. È stato trasformato in un mostro gigantesco che stava per distruggerci, alla guida dei narcotrafficanti. Abbiamo dovuto muoverci in fretta e sconfiggerlo, uccidendo un paio di centinaia, o forse di migliaia, di persone, riportando al potere l’oligarchia bianca, che rappresenta forse l’8 percento della popolazione, e piazzando ufficiali statunitensi a controllare ogni livello del sistema politico. Abbiamo dovuto fare tutte queste cose perché, dopotutto, dovevamo salvarci o saremmo stati distrutti dal mostro. Un anno dopo si è fatto lo stesso con Saddam Hussein. Qualcuno lo ha osservato? Qualcuno ha commentato quanto era avvenuto o perché? Bisognerà fare lunghe ricerche per scoprirlo.

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È bene osservare che tutto questo non e molto diverso da quanto fece la Commissione Creel quando trasformò una popolazione pacifista in un popolo di fanatici che volevano distruggere tutto ciò che era tedesco per salvarsi dagli unni che strappavano le braccia ai bambini belgi. Le tecniche sono forse più sofisticate, grazie soprattutto ai media e ai soldi impiegati, ma il meccanismo è dei più tradizionali.

Per tornare alla mia idea di partenza, non si tratta soltanto di disinformazione, né il problema è limitato a quanto è accaduto durante la crisi del Golfo. L’interrogativo è di portata molto più ampia: si tratta di capire se vogliamo vivere in una società libera oppure in un regime che corrisponde di fatto a un totalitarismo autoimposto, con il “gregge smarrito” ridotto ai margini, sviato, terrorizzato, che urla slogan patriottici, teme inutilmente per la propria vita e ha timore reverenziale del leader che lo ha salvato dalla distruzione, mentre le masse colte marciano al passo dell’oca ripetendo gli slogan che hanno imparato, e la società si corrompe. Finiremo per diventare uno stato gendarme mercenario, sempre in attesa che qualcuno ci assoldi per distruggere il mondo. Questi sono i possibili sviluppi che ci troviamo di fronte. La risposta è nelle mani di persone come voi e come me.

tratto da “ATTI DI AGGRESSIONE E DI CONTROLLO” di Noam Chomsky

La selezione dei brani è a cura di Zlabya e del suo gatto

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