Chi vi ha preso parte deve averlo fatto per motivi di interesse personale

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Per scelta del presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna, Paolo Bolognesi, giustamente, ieri mattina, ho sentito risuonare in piazza, il nome di Massimo Carminati quale uno dei protagonisti di quel groviglio putrescente che da troppi anni insanguina il Paese. Sentendo quel nome mi è venuto in mente che troppo spesso, mentre giustamente (lo ripeto) si fa il massimo per ricordare questi momenti alti di orrore, si rimuovono episodi apparentemente minori in quanto riguardanti singoli omicidi o sparizioni.

Ad esempio, qualcuno Carmine Mino Pecorelli lo ha ucciso ma in troppi rimuovono che non si è mai definitivamente appurato l’insieme delle dinamiche di quell’esecuzione ricostruendo con precisione chi, come, dove, quando, perché. Per l’omicidio Pecorelli (grande nemico, lui stesso massone, della gestione affaristica della loggia P2 a cui era affiliato) Massimo Carminati fu inquisito e… scagionato.

Il giudice Paolo Adinolfi (altro episodio minore?) un giorno è sparito e non per scappare con una ballerina.

Il colonnello Paolo Ferraro fu suicidato dopo che aver passato molti anni con il colonnello Stefano Giovannone nella strategica stazione di Beirut del nostro all’epoca SISMI.

Giovannone è una delle figure centrali di tutti questi avvenimenti che si chiamino rapimento Moro, esecuzione dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo o il ruolo nelle faccende italiane di Ilich Ramìrez Sànchez detto Carlos lo sciacallo, o quanto di vero o non vero sostenne Antonino Arconte gladiatore in possesso di una cartolina di mobilitazione datata 2 marzo del 1978 (precedente quindi il rapimento Moro che è del 16 marzo) che lo attivava perché si mettessero in moto meccanismi di intelligence intorno al rapimento del politico democristiano. Questa cartolina – per capirsi – ad esempio – certamente – ha potuto vederla anche il giornalista Piero Messina di cui tanto si parla in questi giorni per il caso Crocetta/Tutino.

Come abbiamo scritto il 18 aprile 2014 “Cara Lilli Gruber, ha ragione Grillo: la P2 non è morta e, per chi vuole vederli, sono evidenti gli intrecci del “comitato d’affari”, ancora vivo e vegeto.” è stata la P2 il cervello e il cuore di tutto.

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Punto. Capisco che tutti i piduisti che ancora circolano, fanno soldi e vogliono morire in pace nei loro letti, abbiano fatto di tutto perché questa verità non fosse provata perché sentirsi essere stati burattini di gente tanto perversa e spietata anche per dei coglioni alla Fabrizio Cicchitto o Maurizio Costanzo non deve essere oggi troppo piacevole. Ma così è e ora non si può, Presidente Mattarella, non aprire (come annunciato anche altre volte da Attanasio Cavallo Vanesio Renzi) gli archivi.

Aprire e farne oggetto dei contenuti, di ampia divulgazione e spiegazione pubblica. Altro che, forse, dopo 35 anni, attuare la circolare dell’INPS che mette ordine alle pensioni e ai diritti delle famiglie dei martiri di Bologna. Perché, questo è riuscita anche a far accadere l’imperdonabile classe dirigente di questo Paese di ignavi: la questione degli indennizzi e delle pensioni non è ancora risolta!

Siete gente senza pudore e dignità. Non vi si deve per questo alcun rispetto o ubbidienza.

Siete dei violatori di ogni norma etico-morale e come tali dovete essere rimossi nella vostra totalità.

Dovete essere mandati tutti a casa, senza se e senza ma. Altro vi consentirebbero solo di proseguire nell’orrore già attuato e coperto con mille complicità.

Dice uno che nei servizi, pur turandosi il naso per trent’anni, c’è stato: “Il nostro compito fondamentale è uno e uno soltanto: conoscere e analizzare fatti e situazioni che possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Ma certamente, nel caso di piazza Fontana, piazza della Loggia, i treni, Moro, Stazione di Bologna, rapimento Cirillo, Banda della Magliana, Calvi Ior, Pro Deo, complicità con i crimini di Felice Maniero e cento altri episodi, le attività di intelligence si spinsero oltre lo stretto necessario, creando una rete trasversale di alleanze che nulla avevano a che vedere con i compiti istituzionali dei servizi. Anzi, a sciogliere i fili di queste storie appare evidente che si è trattato di un sistema perverso e antidemocratico. Chi vi ha preso parte deve averlo fatto per interesse personale.”

“Chi vi ha preso parte deve averlo fatto per interesse personale”.

Carogne, aguzzini sadici, ipocriti acquartierati nelle sedi “misteriose e segrete” lo avete fatto SOLO per interesse personale e se anche non avete agito in prima persona, a cose fatte e negli anni successivi, siete stati zitti e complici per non dover rinunciare ai lauti stipendi, alle indennità di cravatta, alle pensioni faraoniche e alle indennità di rischio. Nessun rischio, solo privilegi e immunità!

C’era il rischio di essere sputati in faccia – fino a farvi annegare – se si fosse venuto a sapere chi aveva dato il via a tanta mostruosità e soprattutto non ha mai realmente agito, negli anni successivi, fino ad arrivare ad oggi, perché si venisse a sapere tutto di questo tradimento alla Nazione. Alto tradimento, come si dovrebbe, con coraggio e senso di giustizia, definire. Non c’è mai stata legittima “ragion di stato” o “interesse superiore della Nazione” intorno a queste attività coperte. Il solo interesse era quello privato dei cassieri della P2 o dove i piduisti promossi e piazzati avevano modo di fare cassa.

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Quanta gente ha fatto carriera solo perché era appecoronata al sodomizzatore Licio Gelli!

Pietro Musumeci a chi rispondeva quando tradiva la Repubblica e il suo popolo?

Giuseppe Belmonte da chi riceveva ordini quando “depistava” non essendo capace di pensare in proprio NIENTE, figurarsi tanto orrore?

Da Pietro Musumeci?

Ma Pietro Musumeci, quando questi avvenimenti accadevano, era in servizio permanente effettivo non nell’Arma Benemerita (da cui prendeva lo stipendio e di cui – con vanità – indossava gli alamari) ma nella Loggia Propaganda 2, arruolato con la tessera n° Roma 487 dove l’unico comandante era quella mezza tacca di Licio Gelli. Dico questo e in questi termini “oltraggiosi” perché ho ancora nelle orecchie la voce commossa di Sandro Pertini che, arrivato a Bologna, nel pomeriggio del 2 maggio, parlò subito dei bambini che aveva visto ormai cadaveri.

Colgo l’occasione per provare a far riflettere su quanto l’intreccio P2 e gravi responsabilità su tutto quanto è accaduto in quegli anni non può non essere ormai chiarito a tutti. A meno che (e sarebbe altrettanto grave) non si ritenesse che Generali, alti dirigenti dello Stato, industriali, politici, giornalisti non fossero, all’epoca, tutti dei lobotizzati, quindi innocenti, in quanto deficienti.

Viceversa ritengo che non fossero dei deficienti ma solo degli ambiziosi abbuffini. Per questo richiamo l’attenzione sul fatto che già dal primo nome della lista ritrovata in Casa Gelli, a Villa Wanda, in ordine alfabetico, compare un militare, un ufficiale di grado superiore, il ten. col. Sergio Accisi indicato come affiliato in sonno e accompagnato dal fascicolo 113. Da tenente colonnello lo ritroviamo, qualche anno dopo, “promosso” generale della Guardia di Finanza, coinvolto nel 1995 nella vicenda dei dossier artatamente costruiti contro i magistrati di Mani Pulite.

Sempre in ordine alfabetico, siglato con la tessera n° 425 Torino, troviamo l’allora capitano della Finanza Amedeo Aldegondi. Qualcuno sa che fine abbia fatto e quanto dal suo agire la Repubblica Italiana abbia successivamente tratto vantaggio?

Sempre sotto la A si trova un altro nome di militare che ci inquieta e che sarebbe bene che ogni tanto qualche giornalista si ricordasse che è esistito prima di morire “ammazzato”: ten.col. Vito Alecci. Fu un omicidio bell’e buono, diceva la ben informata signora Nara Lazzerini, segretaria di Licio Gelli (mica cazzi!) che ha sempre sostenuto che il suo “moroso” fosse stato ucciso.

Tutto finito nel silenzio e nell’oblio.

Andiamo avanti senza, per Dio, trascurarne uno.

Maggiore Giuseppe Aleffi, detto “Pino” tessera Pisa n° 762.

Lo si ricorda come comandante nuclei SIOS di Marisardegna e Camen, ex deputato di Forza Italia, relatore di un disegno di legge fondamentale per gli interessi superiori della Nazione e per la sua sicurezza strategica, attinente la concessione dell’uso della bandiera nazionale al Corpo speciale volontario ausiliario dell’Esercito dell’Associazione dei cavalieri italiani del Sovrano militare ordine di Malta. Minchia, per queste carabattole sotto con vitalizzi e pensioni a go-go!

Aleffi passa all’Italia dei Valori e, per fortuna nostra, non viene rieletto ma si beccherà il vitalizio al momento opportuno. Vitalizio che si sommerà a quanto maturato, da militare, in forza al Sios, a “spiare” i comportamenti di non si sa chi e per difendere non si sa cosa. Andando avanti nella lista dei traditori, troviamo un cognome importante sotto la tessera Livorno n°450 cioè quello di Alfano Achille, ammiraglio, che per fortuna è morto nel 2008 interrompendo l’usufrutto della super pensione a cui aveva diritto come super ufficiale di Marina.

Ancora più importante, sempre sotto la A, il cognome che segue essendo l’iscritto alla bocciofila del materassaio di Arezzo niente popodimenoche (cito Mario Riva nel Musichiere) il Generale Giovanni Allavena, già collaboratore del più noto Giovanni De Lorenzo. Allavena fu, tra l’altro, Comandante dell’Ufficio D e del CS (controspionaggio) e poi ultimo Direttore del SIFAR che, dopo di lui, cambia nome in SID.

Allavena muore a Roma il 24 settembre del 1991. Dopo poco (il 6 novembre) avrebbe compiuto 74 anni. Allavena era un altro fedele suddito della Repubblica di Via Veneto (P2), con tessera di adesione Roma 505. Più ci penso più ritengo che in omaggio a dei miei amici curiosi (si chiedono inutilmente chi io sia e cosa faccia tutto il giorno) appena ho tempo torno sul generale Giovanni Allavena, ricordandovi, sin da ora, che fu promosso al grado per meriti eccezionali (?) perché – diversamente – non avrebbe potuto comandare i Servizi Segreti.

Un’altra anomalia nella carriera gli era già capitata quando, da maggiore, De Lorenzo gli voleva dare il comando del raggruppamento dei centri del controspionaggio di Roma ma l’Allavena non aveva il grado previsto per cui d’imperio si decise di “declassare” l’incarico per renderlo compatibile con il grado maturato dal carabiniere. E poi dici che uno non ti diventa fedele? Come detto tornerò su queste bellezze/stranezze che caratterizzarono la carriera di Giovanni Allavena.

Per chiudere la A gelliana, ci sono come iscritti alla P2 (ma in organico nelle Forze armate) il colonnello Pietro Aquilino anche lui dormiente dalle parti di Perugia e sonnacchioso a spese della Guardia di Finanza e il non meglio identificato colonnello (ma un grado non lo si rifiuta a nessuno) Mario Aubert tessera “milanese” 427. Anche lui prudentemente in sonno. Se qualcuno conosce meriti e demeriti di questi due eroi senza macchia e senza colpa, “batta un colpo” informatico e ve ne saremo grati.

Bologna

Oggi vi risparmio la B, la C fino alla Z ripromettendomi quanto prima di aggiornare la rete dei piduisti “con le stellette” e su quale fine, uno per uno, abbiano fatto. Faccio un’eccezione per un’esponente della lettera B in omaggio/avvertimento agli amici e conoscenti che frequento da poco tempo e che si fidano troppo di apparenze, di accrediti e di ruoli senza saper usare la propria testa per discernere tra mascalzoni, inetti e viceversa umili ma fedeli servitori dello Stato. Un nome per tutti: capitano Giorgio Balestrieri, per diciotto anni in servizio in reparti/uffici NATO, anche ricoprendo un ruolo dirigente in Stone Associates (mi sembra che fosse una struttura CIA). Dopo l’11 di settembre 2001, sotto l’effetto della psicosi generata dalle Torri Gemelle, l’ufficiale che si mostrava  esperto e attento alle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica informatica, riesce a vendere un sistema di sicurezza ad alcune compagnie aeree. Fa soldi e trovandosi per motivi di servizio dalle parti di New York viene eletto vicepresidente del Rotary Club esistente presso la sede delle Nazioni Unite. Un super affidabile personaggio accreditatissimo come persona d’ambiente, straconosciuto a forte Braschi e a Via Lanza per chi improvvidamente avesse chiesto, violando ogni disposizione e ogni regola di buon senso, se ci si poteva fidare di Giorgio Balestrieri. Per tutti i passacarte dei luoghi sovracitati ci si poteva fidare fino a quando, nel 2008, non viene colpito da un ordine d’arresto per aver favorito le penetrazioni dell’ndrangheta a Roma e fino a quando addirittura non viene estradato dagli USA per l’episodio che viene riportato dalla stampa recentemente. Chiacchiere e fatti. Dimenticavo di dire che ai suoi tempi, sia pur giovane, Balestrieri era iscritto alla Loggia P2 con la tessera n°907 staccata a Livorno.


L’ex P2 Hugo Balestrieri estradato in Italia: in carcere a Rebibbia

Giorgio Hugo Balestrieri, 71 anni, ex capitano della Marina Militare, ex ufficiale Nato, ex tessera 2191 nella P2 di Licio Gelli, per 24 anni presidente della potentissima sede del Rotary di New York, sospettato da alcuni magistrati di essere stato un agente dei servizi segreti americani in Calabria, è tornato in Italia.

Dopo circa sei mesi il Marocco, Paese nel quale era recluso, ha infatti accolto la richiesta di estradizione dell’Italia, partita della Procura generale di Reggio Calabria. Per Balestrieri, che è cittadino statunitense dal 1981, pende l’accusa della Dda di Reggio Calabria (indagine Maestro del 22 dicembre 2009) di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito, pur senza farne organicamente parte, la ‘ndrina Molè di Gioia Tauro (Reggio Calabria).

Il suo ritorno in Italia, però, era attesissimo anche per un altro motivo: è lui il titolare della cassetta di sicurezza C073 presso la Euro commercial bank di San Marino nella quale è conservato il Cristo ligneo attribuito a Michelangelo, sequestrato dal 1° marzo 2012 e la cui proprietà è reclamata da Angelo Boccardelli, di cui Balestrieri è stato segretario. Valore prudenziale: 50 milioni.

Le accuse di riciclaggio ed esportazione clandestina dell’opera, ipotizzate a San Marino, proprio nei confronti di Boccardelli e Balestrieri, potrebbero però cadere grazie alle prove portate sul Titano dalla difesa dei due indagati. La eventuale riconsegna dell’opera all’Italia passa attraverso continui colpi di scena, a distanza di oltre due anni dal sequestro e a cinque dalla prima indagine.

In volo da Casablanca.
Il 24 marzo con un volo da Casablanca (dove era recluso dopo essere stato arrestato il 22 settembre 2014 in virtù di un mandato di arresto dell’Interpol del 2011), Balestrieri è atterrato in serata a Fiumicino e da qui portato subito nel carcere romano di Rebibbia. Ieri è stato interrogato in carcere dal Gip di Roma su rogatoria del Gip di Reggio Calabria, alla presenza dell’avvocato di fiducia Francesco Ciabattoni del Foro di Ascoli Piceno.

Balestrieri risiede a New York. Per la giustizia italiana è latitante dal 2009 ma sostiene da tempo, attraverso il suo legale Ciabattoni, che è sempre stato a casa sua, negli Usa, dove nessuno è andato mai a cercarlo. Una ricostruzione che non coincide con quella della magistratura. Su di lui c’è un mandato di cattura europeo e una richiesta di estradizione spedita agli Usa, come ha confermato nel passato al sole24ore.com la Procura di Reggio Calabria che nel 2009 ne stralciò la posizione (dunque per lui il procedimento è pendente, così come l’ordine di custodia cautelare).

Balestrieri, che negli ultimi anni ha più volte dichiarato di non voler fare ritorno in Italia per il timore di essere nel mirino delle cosche e che più volte ha lanciato messaggi in tal senso alle agenzie di sicurezza statunitensi, dal Marocco (dove si era recato per lavoro) aveva fatto sapere, dopo l’arresto, di essere disponibile ad affrontare la Procura e i giudici di Reggio Calabria.

La difesa ha già pronta l’istanza di riesame da presentare al Tribunale.

Il sole24ore – Roberto Galullo – 27 marzo 2015


Come avete capito, con questa rivisitazione degli ambienti militari e dei “servizi” pieni di felloni e incompetenti, mi sto togliendo qualche sassolino dalla scarpa dedicando questa operazione “pedestre” ad amici e conoscenti di recente data che, mi dispiace per loro, ne devono mangiare tanta di polenta prima di potermi insegnare qualcosa in termini di sicurezza, affidabilità, spirito di servizio e amor di Patria. Il tutto, possibilmente, condito con “intelligenza” di tipo “culturale”. Come noi, da queste parti, ci auguriamo si cominci ad operare anche negli ambienti che, per incarico istituzionale e per come costano alla collettività, devono provvedere alla salvaguardia della integrità e gli interessi della Nazione.

Oreste Grani/Leo Rugens