A Siena contro l’insulso Franco Ceccuzzi avevamo ragione noi di Ipazia e Claudio Martelli!

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In molti mi chiesero, dopo la sconfitta, perché avessi voluto Claudio Martelli in lista a Siena, nella primavera del 2011, alleato di Pier Luigi Piccini e della sua Mongolfiera, contro l’insulso pd/pidiellista verdiniano Franco Ceccuzzi (che fine ha fatto?). In quella sfida all’ultimo voto/sangue, ne usci con le ossa rotte e con credibilità tendente a zero: loro i malfattori del PD/Mps presero il 54%. Noi, a mala pena, il 17%. Ossa rotte e qualche debito insoluto. Ma in credito con la storia.

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Leggo e rileggo il pezzo che un amico mi ha segnalato (che vi giro) e ribadisco che nella vita ho commesso un numero imbarazzante di errori ma non quello di considerare Claudio Martelli cento/mille volte più colto e sensibile politicamente di chiunque pretendesse, in quelle ore, di governare Siena e il MPS di Giuseppe Mussari (che fine ha fatto?), benedetto da Gustavo Raffi (che fine ha fatto?) piuttosto che da Stefano Bisi che invece sappiamo che fine abbia fatto. Se noi di Ipazia alessandrina fossimo stati, in quella stagione eroica, ascoltati a Siena, Matteo Renzi oggi non sarebbe il dittatorello d’Italia che cerca di essere e che il solito Verdini (sempre lui in Toscana e dintorni) gli consente di essere.

So che se mia nonna aveva le ruote sarebbe stata una cariola ma rimane sempre che se Claudio Martelli (“conto protezione” o meno) fosse stato votato dalla maggioranza dei senesi, oggi, nel Paese, i giochi sarebbero altri.

Così mi piace pensarla il 12/13 agosto 2015 giornate difficili per me come poche.

Oreste Grani/Leo Rugens


Marco & Emma, il cinico e la ragazza. Storia di un divorzio impossibile

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«CLAUDIO io non sono con Marco, io sono di Marco». Seduto dall’altra parte del tavolo, senza parole, rimasi a guardarla. Poi devo aver pensato che la devozione in politica non è rara e succede che sia anche eccessiva, smisurata. Eppure nelle parole di Emma c’era qualcosa di diverso e di più della devozione politica, c’era un’intensità religiosa e solo femminile. Da sposa del Signore.

ERO andato a trovarla a Bruxelles per parlarle di quella «Società aperta» che avevo inaugurato con Giovanni Negri, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori, Tiziana Parenti, i miei tanti compagni socialisti e gli amici liberali, per rinvigorire le nostre debilitate tradizioni e rimetterle in campo. Naturalmente ne avevo parlato prima con Marco che mi aveva accolto come sempre con grande affetto e con la solita noncuranza per i progetti politicisti, cioè non suoi, non germinati intorno alle grandi cause che ha combattuto per tutti noi: il divorzio, l’aborto, la giustizia giusta, l’uninominale maggioritario, la pena di morte, le carceri. Forza e limite di un’unica intuizione la politica per Marco o è al servizio di valori negati o non è, e, comunque, non lo interessa.

GRAN BORGHESE e ragazzo di strada, asceta spietato con se stesso, capace di sfruttare il digiuno anche per la propria salute oltre che per la vita del diritto, il suo rapporto con gli altri alterna l’innamoramento alla prepotenza, la seduzione all’invettiva. Come Diogene e i grandi, veri, cinici dell’antichità, Marco disprezza il potere e gli allori e non si compromette. Tuttavia non esita a servirsene per cause e scopi da cui è percosso e tramortito come Saul dal suo Dio. E, per essi, non esita a percuotere gli altri.

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LA VICINANZA – ascendenza spirituale – degli asceti cristiani ai grandi cinici greci è una pagina poco indagata, anzi, rimossa, per lo scandalo della loro comune, povera e nuda ribellione alle convenienze e alle ipocrisie, all’opulenza e alla violenza del potere statuale e di quello clericale. In questa nostra attualità entrambi appaiono scaduti, ma solo il cinico ha subito l’oltraggioso equivoco di essere scambiato per il suo contrario, e cioè per un mediocre che disprezza non il potere e la ricchezza, ma la nobiltà dello spirito. Così Pannella i suoi antenati e i suoi esempi li ha trovati altrove, in Gandhi, nel Sathyagraha. Marco tutti hanno pensato di usarlo per i loro scopi, per ammantare di ragioni i loro interessi, per redimirsi la coscienza. E Marco, a sua volta, li ha usati tutti: gli avversari delle chiese sconsacrate, quella cattolica come quella comunista, ma anche i fascisti, i delinquenti e le prostitute, Toni Negri come Silvio Berlusconi, Enzo Tortora come gli ex terroristi o camorristi.

PRONTO ad allearsi col diavolo per vincere una battaglia di libertà, a ciascuno ha offerto fraternità e una possibilità di riscatto. Da tutti ha preteso devozione alla causa in corso, incurante dei calcoli altrui, meticoloso nei propri, inflessibile nel riscuotere i crediti accordati. L’arma che ha scelto e con la quale ha combattuto le sue battaglie più importanti, il referendum popolare, gli era congeniale perché Marco è un tribuno, e perché gli consentiva l’appello trasversale alle coscienze, all’esperienza esistenziale, al vissuto dei singoli. Con quest’arma, talvolta, ha reso possibile l’impossibile, trasformando un’infima minoranza in una straripante maggioranza.

Se Marco questo è stato e questo rimane, un asceta cinico, un papa laico, non è difficile immaginare quale sorte sia capitata ai suoi seguaci più stretti e, in particolare, ai tanti bravi e combattivi radicali di tante diverse generazioni. Ciascuno, secondo il suo talento, leader potenziale o arrampicatore, militante o militonto, sono i soli schiavi che Marco il negriero non ha mai pensato di liberare dalle catene con cui li ha stretti ai remi della sua nave. Solo in questa luce diventano normali, comprensibili e coerenti anche le parole durissime riservate alla più vicina e probabilmente la più amata tra i sodali. La semplice, schietta, pragmatica ragazza di Bra. La sola che Marco abbia costantemente e pubblicamente innalzata sopra tutti gli altri e persino sopra se stesso come quando a lei sola intitolò la lista alle Europee del 1999.

A LEI che già aveva saputo imporre come commissario europeo prima a Berlusconi poi a Prodi, proprio a quella stessa lei che io invitai a partecipare a «Società aperta» e mi rispose «Io non sono con Marco, io sono di Marco». La Lista Emma Bonino conquistò l’8,45% dei voti e fu il risultato di gran lunga migliore in tutta la storia radicale. Ma a Marco non importava il risultato del suo partito, gli importava che fosse arma e strumento di altre cause e per queste investì – o dissipò – il capitale elettorale e politico conquistato da Emma per suo conto. Sì, certo, Pannella non ha mai smesso di candidare la Bonino a tutti i più importanti ruoli pubblici, dalla presidenza della Repubblica al ministero degli Esteri, ma che serve rinfacciarlo? Quanto al resto, ai referendum di Emma e a quelli di Marco, al cancro di lei e ai due cancri di lui, sono esercizi spirituali diversi come tutti siamo diversi. Marco strepita e lancia saette avvelenate, ma perché è allo stremo e, in fondo, vuole ‘solo’ che lei torni al lavoro nell’officina – o galassia – radicale, accanto a lui, incatenata al remo, come prima, più di prima.

EMMA invece che cosa vuole? Scivolare via, piano piano, tra decoro e riconoscimenti per la sua bella persona? O esprimere un’altra idea, magari più aggiornata? Magari quella ‘visione’ che Marco le nega di possedere, o anche, semplicemente, vorrebbe poter dire, come nella fiaba, «il re è nudo», o fare quel che le aggrada e scoprire come il Giuseppe di Thomas Mann che «se era bello credere, non credere fu meraviglioso».

di CLAUDIO MARTELLI