E tre (svalutazioni): la Cina – come previsto da Leo Rugens – sta cambiando rotta

eroticina

Faccio un’affermazione da non addetto ai lavori e quindi mi scuso con i miei lettori per la superficialità dell’affermazione: gli Stati Uniti sono il paese che più importa dalla Cina e che vede, al tempo stesso, i proventi in dollari delle sue importazioni investiti dalle autorità cinesi nell’acquisto dei titoli del Tesoro americano. Un vero Gatto/Dragone che si mangia, ricorsivamente, la coda.

Cifre a cui non bastano gli zeri a cui siamo abituati e che sfuggono alle statistiche che inutilmente qualcuno cerca di fare.

I cinesi demograficamente aumentano ogni anno dell’intera Italia produttiva: circa 20 milioni di persone.

Tenete conto che le donne in Cina, in età fertile, sono oltre 400 milioni. Tenete conto che in Cina c’è ancora formalmente “un solo uomo al comando” rappresentato – in questo caso – dal Comitato Centrale del Partito Comunista (circa 7000 membri).

In soldoni, la bilancia dei pagamenti USA ha mantenuto un suo equilibrio basandosi sul modello importazioni di beni cinesi contro acquisti netti di titoli del Tesoro USA da parte delle autorità monetarie centrali (parliamo di realtà, in Cina, di organismi politico/militari!), detentrici di tonnellate di dollari. Tra non molto i cinesi potrebbero decidere di cominciare a spingere il mondo della produzione e del commercio ad operare non più in dollari ma in yuan. E questo lo potrebbero fare detenendo al tempo stesso una quantità indescrivibile di riserve  valutarie in dollari (oltre 200 miliardi di dollari, se bastano) tesoretto che potrebbe consentirgli di fare il bello e il cattivo tempo. Ricordate sempre inoltre che dal lontano 2008 la Cina  è diventato il primo detentore di titoli pubblici statunitensi. Un groviglio apparentemente inestricabile se come sembra la crescita dell’economia cinese (ma in cosa consiste in realtà questa crescita?) sarebbe meno trainata dall’esportazioni e più dalla necessaria riduzione delle differenze tra città e campagna. E se la Cina avesse deciso, da vera padrona del mondo, di cambiare le regole del gioco e partire d’anticipo con una volata lunghissima con cui sfiancare tutti gli altri competitori?Volata che potrebbe terminare con uno stop violento agli USA e quindi all’Europetta. Due piccioni con un quarto di fava. Per cominciare.

Questa cosa che potrebbe sembrare velleitaria, se si attuasse, cambierebbe le regole del mondo così come lo conosciamo e certamente determinerebbe la fine di quello straccetto chiamato Europa che ad oggi si aggrappa per esistere solo alla convenzione denominata “euro”. Se i cinesi continuano a far ballare il resto del mondo della finanza speculativa si vedrà che a resistere saranno solo realtà che si sono dotate di un pensiero politico colto e strategico. Agli altri rimarrà la “carta che copre e garantisce (si fa per dire!) altra carta”. Cioè, come si diceva un tempo, “un castello di carte”.

Quando avete tempo rileggete i post che abbiamo dedicato alla Cina, al suo eventuale cambio di rotta e al suo Servizio segreto  che – a nostro giudizio – è il più importante del mondo. E non solo per numero degli addetti.

Oreste Grani/Leo Rugens


31°/LA CALUNNIA – E SE I CINESI CAMBIASSERO ROTTA?

Oggi è l’8 luglio 2015 e, da alcune ore, alla Borsa di Shangai, il 50% dei titoli è sospeso per eccesso di ribasso.

Avete idea di quanto finanziariamente, rispetto al borsellino di Milano, si movimenta in un ora da quelle parti?

Avete idea di quale significato potrebbero realmente assumere affermazioni  del tipo “il Dragone si è risvegliato e grazie al suo attivismo e alla scelta di avvicinarsi alla finanza e alle banche occidentali prepara a sconvolgere gli equilibri politico/economico/finanziari consolidatisi nel millennio da pochi anni terminato”?

Quanti degli arruffoni italioti sanno quale sia  in realtà la complessa architettura finanziaria che prende forma grazie al Fondo sovrano cinese, la Banca centrale e la relazione con il Comitato Centrale del Partito Comunista che guida il Paese?

Secoli addietro ( il 12 settembre 2012!) questo marginale e ininfluente blog ha postato l’articolo che oggi, alla luce del “maremoto” in corso ad Oriente, vi consigliamo di leggere. Male non vi può fare. Non so se alle vostre tasche può venirne beneficio  ma certamente al vostro cervello sì. Tenete conto che, da queste parti, riteniamo che le bare non prevedano, in alcun modello, tasche!

Oreste Grani/Leo Rugens

Questo è l’articolo da rileggere.

lLa giusta disposizione delle truppe deriva dalla giusta decisione del comandante, e questa dal corretto esame della situazione, esame fondato a sua volta su un riconoscimento minuzioso e indispensabile, le cui informazioni sono state passate al vaglio di una riflessione sistematica. Il comandante usa tutti i mezzi di informazione possibili e necessari; pesa le informazioni raccolte sul nemico, buttando via la pula per conservare il grano, scartando ciò che è ingannevole e serbando solo ciò che è vero, procedendo da una cosa a un’altra, dall’estemo all’interno …

Citazione dalle opere del presidente Mao Zedong – Capitolo 23 – Inchieste e ricerche

Alcuni di noi, le opere del presidente Mao le hanno lette sin dal 1966. Altri le stanno scoprendo ora, dopo anni di silenzio intorno alla figura di Mao.

Come ricorda Federico Rampini, il Libretto rosso è il secondo best seller assoluto al mondo dopo la Bibbia.

Prima di parlarvi, con un salto indietro nel tempo di quasi cinquecento anni, di Cheng Ho e del suo straordinario ruolo di ammiraglio della Flotta Imperiale, vi chiedo di leggere la corrispondenza di Federico Rampini da New York e la storia della signora Liu, storia che io conosco da sempre e che solo recentemente, nel 2011 è comparsa nella letteratura di genere storico-spionistico.

La Repubblica dal nostro corrispondente di New York Federico Rampini

“Pechino, il mistero di Xi scompare il leader designato “Incidente o attentato?”

Niente incontro con la Clinton. Il giallo scatena la rete

— La prima a lanciare l’allarme è stata Hillary Clinton al ritorno da una tournée in Asia: dov’è sparito il vicepresidente e futuro (presunto) numero uno cinese? Il segretario di Stato Usa doveva incontrare proprio Xi Jinping a Pechino, un vertice circondato da attese e tensioni, improvvisamente cancellato. La Clinton all’inizio ha pensato a uno sgarbo “mirato” contro di lei. La settimana scorsa infatti Pechino ha criticato la sua missione asiatica accusandola di “seminare zizzania” tra nazioni vicine, sui giacimenti offshore contesi. Sarebbe stato un brutto incidente diplomatico, nell’ultima grande occasione di dialogo bilaterale a due mesi dall’elezione presidenziale Usa. Secondo le previsioni, prima ancora che l’America vada al voto, Xi è destinato a diventare segretario generale del partito comunista, sostituendo Hu Jintao.

La Clinton ha dovuto ricredersi quando ha appreso che Xi ha cancellato in extremis ogni altro incontro, di cui tre con altrettanti ospiti stranieri: il primo ministro di Singapore, la premier danese, un inviato di Vladimir Putin. Il vicepresidente è svanito, non si è visto neppure a una riunione della potente commissione militare, l’anello di congiunzione tra i leader politici e le forze armate.

Al rientro della Clinton in America, da Pechino sono rimbalzate le voci più fantasiose o inquietanti. La versione più bonaria spiega la scomparsa di Xi con un brutto mal di schiena, uno strappo muscolare subito nuotando o giocando a pallone. Altre indiscrezioni parlano di un attacco cardiaco, forse legato alla dieta feroce cui il 59enne Xi si sottopone da mesi per apparire “in forma” al momento del passaggio delle consegne. Una teoria del complotto, la meno accreditata, evoca un attentato contro Xi, ordito da militari al servizio di una fazione avversa del partito comunista. A dare qualche credibilità alle dietrologie c’è la catena di scandali che ha colpito la nomenklatura cinese negli ultimi mesi. Il più grave è stato “l’affaire Bo Xilai”: l’ex capo del partito nella città di Chongqing, che aveva ambizioni nazionali, è stato travolto per le accuse di corruzione; sua moglie è condannata all’ergastolo per avere ordito l’uccisione di un uomo d’affari inglese. Più di recente un altro scandalo ha travolto Ling Jihua, un astro nascente vicino all’attuale presidente Hu Jintao. Le dimissioni improvvise di Ling sono giunte a fine agosto, dopo che il figlio si è ucciso al volante della sua Ferrari sulla tangenziale di Pechino. Nell’incidente sono rimaste gravemente ferite due donne che viaggiavano con lui e che nei resoconti della polizia vengono descritte come «seminude».

Sul giallo dei numerosi impegni ufficiali cancellati dal vicepresidente Xi, il governo cinese si è rifiutato finora di dare spiegazioni: un comportamento che eccita la fantasia dei cinesi, oltre che dei diplomatici stranieri e del Dipartimento di Stato Usa. Il ministero degli Esteri a Pechino ha perfino negato che fosse in programma l’incontro tra Xi e la premier danese Helle Thorning-Schmidt; evento per il quale lo stesso ministero aveva diramato inviti a giornalisti e fotografi la settimana prima. Un giornale del partito comunista ha pubblicato in prima pagina la foto di un incontro tra Xi e una scolaresca: ma la cerimonia risale al primo settembre. La censura di Stato ha bloccato su alcuni blog le ricerche relative a “mal di schiena”. L’opacità si estende alla data prevista per il passaggio delle consegne. In teoria dovrebbe avvenire al 18esimo congresso del partito, che sempre in teoria dovrebbe riunirsi a Pechino in ottobre. Ma l’ultimo congresso che si tenne in ottobre era stato annunciato nell’agosto precedente, mentre quest’anno non c’è traccia della convocazione. Abbondano quindi i segnali che questo passaggio generazionale non è ben programmato e indolore come sembrava fino a pochi mesi fa.

Per gli Stati Uniti un’eventuale crisi politica al vertice della Repubblica Popolare non è motivo di compiacimento. Qualsiasi lotta al vertice rischia di peggiorare un situazione economica già delicata: il mese scorso il commercio estero della Cina ha subito una contrazione brutale, analoga a quella che si verificò nella crisi del 2008. La Clinton ha lasciato trasparire le preoccupazioni dell’Amministrazione Obama: «Gli Stati Uniti cercano una risposta nuova agli interrogativi che si aprono quando una potenza già consolidata incrocia l’ascesa di una potenza emergente. Una Cina forte, prospera e pacifica è nel nostro interesse».”

Invece le pagine che seguono sono tratte dal libro di Roger Faligot “I servizi segreti cinesi”

«Il signor Xu ha avuto un attacco fulminante durante il rapporto. È morto tra le mie braccia!».

«Sta mentendo, signora Liu! L’autopsia ha dimostrato che non c’è stato alcun rapporto sessuale!». Strano dialogo quello che ha luogo nei locali della polizia nazionale a Tokyo, tra gli ispettori della squadra anticrimine e una cinese di 38 anni che insiste nell’affermare di essere adultera e di aver tradito regolarmente il marito giapponese con questo amico cinese.

In un primo momento, le apparenze sembrano confermare le sue affermazioni. Ma anch’esse sono ingannevoli. È in un love hotel del quartiere caldo del Kabukicho che i segugi hanno ritrovato il cadavere di Xu Yuanhai nel mese di marzo del 1991. È la zona dei cabaret, dei sexshop, dei “soap land” (come vengono chiamati i locali del sesso a pagamento), macchine per far soldi che i gangster giapponesi e i piccoli delinquenti cinesi si contendono a colpi di cazzotti all’americana e di lame affilate da sashimi.

«È esatto! Gli agenti segreti si danno appuntamento in questo losco quartiere di Shinjuku, nei misteri del mondo torbido», mi conferma ridendo Kodama Michinao nel piccolo bar del Kabukicho dove era solito incontrare agenti della CIA o agenti segreti taiwanesi durante la guerra fredda.

I baffi scolpiti alla perfezione, sosia del signor Mitsuhirato del Drago blu, Kodama-se» è stato anche lui, prima di diventare presidente dell’Associazione dei detective privati, un vero agente segreto nipponico a Shanghai. Con la bella spia e principessa manciù Yoshiko Kawashima, la futura tutrice dell’ultimo imperatore Pu Yi, ha partecipato alla celebre provocazione del 18 gennaio 1932, all’origine dell’invasione della “Parigi d’Oriente”. Si trattava di prendere a bastonate, nell’ombra di una viuzza deserta, cinque monaci nipponici, di imputare il pestaggio a reclute cinesi e di giustificare così l’arrivo di 70,000 soldati del Mikado! Lo stesso scenario del Drago blu di Hergé, salvo che l’operazione aveva come nome in codice Giglio d’oro”.

Dalla guerra fredda, Kodama-san ha fatto una corte insistente alle “spie cinesi rosse”: «Sono dappertutto… !», dice sospirando. E proprio a qualche via di distanza dalla nostra bettola la spia Xu è morta tra le braccia della signora Liu. Mentre la mama-san la padrona, ci serve nuovamente del whisky dalla bottiglia personale di Kodama, costui narra la tragica storia del cinese folgorato dall’amore, un racconto particolareggiato, appreso da una buona fonte e che ho potuto verificare punto per punto. Segreto d’alcova, quindi. Al prezzo di 4000 yen, il defunto ha affittato per alcune ore un piccolo appartamentino al love hotel allo scopo di dedicarsi al gioco della “Fenice e del Drago”. Tenuto conto della crisi degli alloggi e dell’esiguità degli appartamenti di Tokyo, accade di frequente che le coppie sposate usino i love hotel per isolarsi dal resto della famiglia.

Naturalmente, io riassumo. Terminata l’autopsia, la biografia di Xu Yuanhai, 58 anni, direttore dell’Associazione per l’amicizia sinonipponica, suscita negli inquirenti le più grandi riserve sulla versione fornita dalla signora Liu. Le confidenze sulla tresca sentimentale in questa faccenda sono arricchite dal gusto ben più piccante di un caso di spionaggio.

In effetti, dal 1986 Xu era consigliere dell’ambasciata cinese a Tokyo, responsabile degli “affari generali”. Una qualifica che, secondo gli specialisti nipponici, maschera a fatica il profilo di capo della stazione del Guoanbu, il servizio di Pechino incaricato dello spionaggio esterno diretto da sei anni da Jia Chun-wang. Addetto alla sede di Pyongyang, poi a quelle di Hanoi e di Hong Kong, prima di raggiungere i suoi antenati, la spia è stato uno di quegli agenti operativi che il Guoanbu, a partire dalla sua creazione, dispiega, a cerchi concentrici, in Asia. Nella Corea del Nord, essi spalleggiano e allo stesso tempo spiano il dittatore sulla via del declino Kim Il-sung e tramano una qualche rivoluzione di palazzo.

In Vietnam, si riconciliano con la nuova generazione di dirigenti mentre tengono d’occhio l’effervescente capitalismo della tumultuosa Ho Chi Min City. A Hong Kong, preparano la riconversione della colonia inglese pur conservandola come piattaforma di conquista economica.

Ritorniamo alle amicizie sino-giapponesi. Il fu Xu Yuanhai ne era diventato un emissario itinerante ma efficace. E a questo titolo, era incaricato del “Settore studenti”. Ciò significa che, in occasione dei suoi frequenti viaggi in Giappone, reclutava agenti fra gli studenti cinesi. Alcuni fanno il loro apprendistato spiando i propri “compagni”: vengono sorvegliati da vicino coloro che, due anni dopo il dramma di Tiananmen, diffondono le idee dei dissidenti. In Giappone, così come in Francia o negli Stati Uniti, il settore educativo dell’ambasciata cinese gioca un ruolo chiave in questo campo. 

La missione del Guoanbu in Giappone, come in tutti i Paesi, tende a fare pressione sulla sezione locale della Federazione per la democrazia in Cina. A Shanghai, Ding Shenglte, capo del Guoanbu locale, ha arrestato uno studente giapponese, Yoshizaki Masami, che, terrorizzato dalla minaccia del carcere, ha accettato di spiare dissidenti cinesi una volta tornato nell’impero del Sol Levante.

Alla fine del 1990, i “diplomatici” cinesi a Tokyo sono addirittura riusciti a obbligare il governo nipponico a espellere degli studenti. Sanno che i giapponesi hanno una maggior inclinazione per una cordiale intesa commerciale che per i diritti dell’uomo, un concetto da “bianchi” in declino. Nel novembre del 1991, ricorda Yang Zhongmei, uno dei principali dissidenti di Tiananmen rifugiato nel Paese del Sol Levante, si era verificato il misterioso suicidio di un giovane studente reclutato dal signor Xu.

La biografia dell’incantevole signora Liu non è meno enigmatica. Questa moglie di un agente di viaggi nipponico era arrivata in Giappone solo un anno prima. Secondo il settimanale di Hong Kong, la «Far Eastern Economie Review», prima Liu lavorava a Pechino per un ente specializzato del Partito comunista, I’Associazione di ricerca delle 3 S, creata nel 1984.Tre S come: Agnes Smedley, Edgar Snow e Anna-Louise Strong, il trio di giornalisti anglosassoni intimi compagni di viaggio di Mao (molto intima fu Smedley), diventati eroi della Cina popolare (anche se, come si è visto, Strong e Snow sono stati sospettati da Stalin di essere agenti della CIA).

La “3 S” ha come funzione quella di combattere l’immagine negativa della Cina popolare fornita da alcuni media stranieri e la signora Liu ne aveva fatto parte dopo aver lavorato presso Huang Hua, l’ex ministro degli Affari esteri dal 1982. Lo stesso Huang Hua, da giovane, era stato l’interprete del giornalista americano Edgar Snow e l’aveva così aiutato a redigere la sua opera principale, Stella rossa sulla Cina. Anche Huang lavorava per i servizi speciali (Zhongshebu) e per l’agenzia di stampa Nuova Cina. In seguito prenderà il posto del suo mentore Zhou Enlai come ministro degli Affari esteri. Anche in Cina il mondo è piccolo: la vedova di Zhou Deng Yingchao, “Chiarezza abbondante”, è la presidentessa onoraria della “3 S”, mentre Huang Hua ne è il presidente, così come è a capo, a partire dal gennaio del 1992, dell’Associazione cinese per i contatti amichevoli internazionali (Zhongguo Guott Youhao Ltenluo Hoi), un ente che serve dà schermo per il servizio segreto militare. Il cerchio è chiuso.

Così la bellissima signora Liu non era proprio una cinesina qualunque a caccia di un buon partito quando è arrivata in Giappone nel 1990. Doveva mettere in moto una nuova struttura, l’Associazione di ricerca per l’amicizia internazionale, a proposito della quale il controspionaggio giapponese ha scoperto che si trattava di una copertura. Proprio come il suo matrimonio lampo con un cittadino giapponese della prefettura di Chiba che aveva il pregio di conferirle la cittadinanza dei Figli del Crisantemo.

In quel love hotel di Shinj uku a Xu Huanhai era senza dubbio mancato il fiato e non era riuscito a sopravvivere a un attacco cardiaco avvenuto dopo un pranzo copioso al club della stampa, il Foreign Correspondents’ Club of Japan, con una giornalista giapponese e l’enigmatica signora Liu. A ripensarci, gli inquirenti non escludevano più che la coppia clandestina fosse solita ravvivare gli incontri con dei rapporti amorosi. Ma questa volta senza dubbio non ne aveva avuto il tempo.

In ogni caso, Zhong Itngeng, il successore del signor Xu all’ambasciata, doveva imporre il black-out su questa faccenda e recuperare certe reti alla deriva. Sfortunatamente per Pechino, la vicenda forniva al controspionaggio giapponese numerosi elementi di comprensione strategica. Da una parte, i servizi speciali cinesi lanciavano la loro vasta offensiva a cerchi concentrici in Asia e in Giappone, uno dei bersagli privilegiati; e dall’altra, la triste faccenda rivelava il crescente impiego, voluto da Qiao Shi (il capo del settore sicurezza in seno al PCC), di organizzazioni del partito, come il Dipartimento del lavoro di fronte unito, e di associazioni d’amicizia fra i popoli, come schermi per le operazioni del servizio informazioni e i giochi d’influenza.

L’impiego di queste organizzazioni, di questi fronti, è parte di un’”offensiva dello charme” che deve non solo permettere alla Cina di dare nuovo lustro al proprio nome all’inizio degli anni Novanta, ma anche di effettuare nuovi progressi che favoriscano la sua posizione sullo scacchiere mondiale accelerando il suo sviluppo economico. Una delle tappe della carriera di spia del signor Xu, esaminata minuziosamente dal controspionaggio nipponico, riguarda Hong Kong.

Xu Yuanhai aveva lavorato parecchi anni all’agenzia di stampa Nuova Cina (Xinhua), fatto che confermava che in assenza di un’ambasciata in quella colonia britannica, questa serviva di solito da società schermo per gli agenti speciali di Pechino, sempre più numerosi e attivi mentre si avvicinava l’ora fatidica della restituzione di Hong Kong da parte di Londra, prevista per l’estate del 1997».

Veniamo al possibile cambio di rotta dei Cinesi e alla storia dell’ammiraglio Cheng Ho.

Mentre le navi Enrico il navigatore, infante del Portogallo, morto puro e “ciliciato” scendevano la costa dell’Africa (era il 1415) dall’altra parte del pianeta i navigatori cinesi possedevano una marina che non aveva uguali quanto a unità navali, dimensioni dei vascelli, esperienza degli equipaggi e, soprattutto, sviluppo tecnologico.

Grazie a questa grande flotta, i cinesi riuscirono a tessere una rete di fitte relazioni commerciali su tutta l’area dell’Oceano Indiano, prima dell’arrivo degli europei.

Abbiamo testimonianze di rapporti fra la Cina e il mar Rosso alla fine del periodo Han (25-220 d.C.). Sin dal sec. X i navigatori cinesi usavano la bussola ad ago magnetico, quasi un secolo prima degli europei; un’altra invenzione importante fu quella delle camere stagne trasversali. Il timone posteriore assiale pare aver fatto la sua apparizione durante l’epoca T’Ang, nel sec. VIII, e i marinai dei periodi T’Ang e Sung sapevano navigare controvento, con vele di stuoie “incernierate” agli alberi.

Le navi oceaniche divennero sempre più grandi, e con molti alberi. Nel sec. XII i cronisti parlano di navi con vele “grandi come le nuvole del cielo”.

Conosciuto anche col soprannome di “Eunuco delle Tre Gioie”, Cheng Ho era un mussulmano di Yunnan che aveva raggiunto alte cariche alla corte cinese. I suoi viaggi si collocano fra il 1405 e il 1433. Dapprima in India, poi in Indonesia, Cocincina e Siam; nel 1414 raggiunge lo stretto di Hormuz, poi le città di Mogadiscio (Mu-ku-tu-ciu), Brava (Pu-la-ua) e Malindi (Mo-lin) inviarono un’ambasceria con doni a Pechino.

Cheng Ho li riaccompagnò in patria, in un viaggio che si colloca fra il 1417 e il 1419, con una spedizione di 27.000 uomini che arrivò sino a Malindi. Tre anni dopo si spinse nuovamente sino a Hormuz e negli anni 1431 – 33 compì l’ultimo viaggio, ritornando nel Golfo Persico con una squadra navale e oltre 37.000 uomini di equipaggio, che almeno in parte proseguì sino a’Aden e alle coste dell’Africa Orientale.

Dei viaggi di Cheng Ho rimangono solo alcune relazioni e alcune mappe. Il resto si è perduto nelle vicende successive. Nel 1450 presso la corte cinese il “partito interno” prevalse contro il “partito oceanico”. I grandi cantieri navali furono chiusi. La costruzione di giunche oceaniche, a più di due alberi, fu condannata come crimine grave. Un editto del 1525 ordinò la distruzione delle grandi navi rimaste e l’imprigionamento dei loro marinai.

Così la potenza navale cinese, che era la prima del mondo, ripiegò su se stessa per ragioni di politica interna, proprio nel momento in cui le prime navi europee doppiavano il Capo di Buona Speranza e si lanciavano alla conquista dell’Oceano Indiano, aprendo un nuovo capitolo della storia moderna.”

Per la mentalità occidentale non è facile afferrare il senso delle missioni della Flotta del Gran Tesoro. Gli interessi e gli scopi di Cheng Ho erano diametralmente opposti a quelli che avrebbero mosso le spedizioni europee all’epoca delle scoperte geografiche.

Ad esempio, una volta assunto il potere, i portoghesi governarono l’India con metodi che definire terroristici è un vero eufenismo. Quando il vicerè Almeida sospettò di un messaggero che era venuto con un salvacondotto per vederlo, gli fece strappare gli occhi. Il vicerè Albuquerque sottomise la popolazione della costa araba, tagliando il naso alle donne e le mani agli uomini. Quando le navi portoghesi arrivavano per la prima volta in un porto di una regione lontana, per mostrare che facevano sul serio i marinai appendevano alle estremità dei pennoni i corpi degli ultimi prigionieri catturati.

La flotta di Cheng Ho veniva da un mondo completamente diverso rispetto a quello cattolicissimo portoghese e spagnolo pronto a ricorrere al terrore pur di impadronirsi delle materie prime e soprattutto della merce più rara che cominciava ad essere quella degli schiavi: prima della metà del XVII secolo dalla sola Angola i portoghesi deportarono più di 1.300.000 persone.

Lo scopo delle grandi e costose spedizioni cinesi, che raggiunsero i luoghi più remoti, non era quello di racimolare tesori, ne d’impiantare commerci o di convertire o di raccogliere informazioni scientifiche. I viaggi, erano finalizzati ad ostentare la potenza e lo splendore della nuova dinastia Ming, divenendo essi stessi un’istituzione e dimostrando che le tecniche di persuasione non violenta e ritualizzata potevano permettere di riscuotere tributi fin negli stati più remoti.

I cinesi non intendevano stabilire proprie basi permanenti nelle nazioni tributarie, ma speravano piuttosto che tutto il mondo accettasse spontaneamente di dare il proprio contributo all’unico vero centro della civiltà. Essendo questa l’ottica delle missioni, la flotta cinese non osò mai depredare gli stati toccati nel corso dei viaggi. Cheng Ho non cercava shiavi, ne oro, ne argento, ne spezie: nulla doveva mostrare che i cinesi avessero bisogno di beni che altre nazioni possedevano. Nell’immensa Cina si sviluppò un dibattito fra chi sosteneva queste scelte culturali e geo-politiche e chi ne era avverso. Alla fine prevalse il partito di chi voleva isolarsi dal mondo e ciò che rese drammatica la “grande ritirata” fu proprio l’eccezionalità delle imprese navali che la precedettero.

Veniamo ad oggi e al possibile cambiamento di rotta dei Cinesi e al rinviato (?) congresso del Partito Comunista. Noi sappiamo oggi quale sia il “Partito interno” e quale il “Partito oceanico” e cosa, queste imperscrutabili realtà, vogliano fare per risolvere le complessità del loro Impero?

Noi sappiamo quale sia il nuovo pensiero militare cinese?

Cosa siano gli “Stati maggiori misti”?

Cosa intendono i militari quando parlano di guerra senza limiti?

Di cosa parlano i due ufficiali dello Stato Maggiore cinese, Quiao Liang e Wang Xiangsui, quando scrivono dell’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione?

Cosa sono questi atipici “Stati maggiori” fatti da politici, militari e attori economici?

Che ci vogliono fare i Cinesi con le portaerei di cui si stanno dotando?

E delle immense navi ospedale?

E con i missili anti-nave con carica bellica di 500 kg di esplosivo e con un raggio di azione di 3.000 km.?

Per cercare di dare il mio contributo a capire, mi sono permesso di suggerire, attraverso questo blog, a chi di dovere, una riflessione su quella drammatica ritirata del 1433.

Ultimo ma non ultimo: al capitolo “Metodi di formazione  e strumenti” del progetto “Preferisco di no. Scienza dell’Imprevedibilità” è presente lo schema dell’esercitazione specifica “Il Metodo del ‘Sasso nello Stagno’ (Dato un fenomeno o un problema, rintracciare, per cerchi progressivi, le loro connessioni con livelli di realtà e di spiegazione sempre più ampi e complessi):

Esempio 2

Informazione iniziale (= Il punto di caduta del sasso): un’anziana signora esce da un negozio cinese con un bellissimo ventaglio che ha pagato 2 € e lo mostra felice a sua figlia.

Primo cerchio: rapporto tra prezzo del ventaglio in un negozio cinese e prezzo del ventaglio in un negozio italiano; rapporto tra ventagli di produzione cinese venduti in Italia e ventagli di produzione nazionale venduti in Italia.

Secondo cerchio: rapporto prezzo medio stesso articolo nei negozi cinesi esistenti in Roma e prezzo medio nei negozi italiani in Roma.

Terzo cerchio: quanti sono i negozi cinesi in Roma? Come hanno avuto la licenza di commercio? Come hanno trovato i locali (acquisitati, in affitto)? Come hanno ottenuto l’idoneità all’apertura del negozio? Chi sono i proprietari? Chi sono i dipendenti? Sono regolarizzati o lavorano in nero?

Quarto cerchio: rapporto tra amministratori comunali e proprietari di negozi cinesi? Rapporti tra funzionari ASL e proprietari di negozi cinesi. Rapporti tra funzionari dell’Ufficio Provinciale del lavoro e proprietari dei negozi cinesi.

Quinto cerchio: rapporto tra prezzo medio di alcuni articoli identificati a campione nei negozi cinesi e prezzo degli stessi nei negozi italiani.

Sesto cerchio: perché i prodotti cinesi costano meno? Come vengono prodotti? Dove vengono prodotti? Da chi vengono prodotti? Come arrivano in Italia? E nell’U.E.?

Settimo cerchio: rapporto tra condotta del personale di frontiera e ingresso delle merci cinesi in Italia.

Ottavo cerchio: rapporto tra condizioni di sicurezza dei prodotti cinesi e standard di sicurezza nell’U.E..

Nono cerchio: volume di affari delle esportazioni cinesi in Italia, nell’U.E., nel mondo.

Decimo cerchio: tecnologie di produzione cinesi e ambiente.

Undicesimo cerchio: tecnologie di produzione cinesi e brevetti internazionali.

Dodicesimo cerchio: condizioni di lavoro nelle industrie cinesi e trattamento dei lavoratori.

Tredicesimo cerchio: esportazioni cinesi nel mondo e ricchezza accumulata.

Quattordicesimo cerchio: ricchezza cinese e influenza sui flussi finanziari mondiali.

Quindicesimo cerchio: finanza mondiale e leadership finanziaria cinese.

Come dice il presidente Mao “…, procedendo da una cosa a un’altra, dall’estemo all’interno …”  (cretino Amalek!) a cerchi concentrici, come dice Oreste Grani, (cretino Amalek!) per comprendere perché in una Cina che:

– nel 1978 era un’economia chiusa, con il 2010 supera la Germania e diventa il primo esportatore del mondo]…];

– nel 1978 le banche cinesi custodivano depositi per 21 miliardi di yuan, al cambio attuale circa 2 miliardi di euro. Questa cifra si è moltiplicata, in 30 anni, per 818 volte e i depositi sono divenuti 17.000 miliardi;

– nel 1978 il reddito pro capite annuale dei residenti urbani era di 343 yuan (34 euro) oggi è salito di 40 volte, a oltre 14.000 yuan (1.400 euro);

– nel 1978 l’80% della popolazione viveva nelle campagne, il rapporto si è invertito: 45% nelle aree rurali e 55% nelle aree urbane. [. . .] ;

– nel 1978 non vi era neppure una centrale nucleare, adesso sono 11;

– nel 1978, la rete autostradale era inesistente, nel XXI secolo è lunga 3.500 kilometri;

– nel 1978 circolavano appena 1.350.000 veicoli (auto, bus, camion) adesso sono quasi 40 milioni;

– nel 1978 il consumo medio di cibi, su base annua, era ripartito in 150 kg di cereali, due litri di latte e poco più di 1 kg di carne. Adesso è di 75 kg di cereali, 18 litri di latte, 32 kg di carne;

– nel 1978 non esistevano lavatrici e frigoriferi, nel XXI secolo, rispettivamente, 97 e 91 famiglie su 100 li hanno in casa;

– nel 1978 non c’erano computer, adesso una famiglia su due ne possiede uno

un ventaglio prodotto da loro e, trasportato in Italia, viene venduto a soli 2 euro.

Torniamo alla cronaca. Il Congresso del Partito Comunista Cinese che si dovrebbe tenere entro il 2012 eleggerà un nuovo gruppo dirigente: 7.000 persone e saranno loro a dare risposte a tutti questi nostri quesiti. A noi invece l’onere di studiare che tipo di mondo ci aspetta se non ci prepariamo a immaginarci senza i cinesi e la loro “Flotta Imperiale”. L’Intelligence Culturale, a casa mia, si fa con i “se”, che non costano nulla. O meglio, costano molto meno che le cattive sorprese e le cazzate.

Ad oggi, ad un cambio di rotta cinese, (che potrebbe accadere) mi sembrano culturalmente impreparati sia gli americani che gli europei e, soprattutto, gli italiani.

Ho sempre studiato questa materia e ho agito nei limiti del possibile perché l’Intelligence Culturale prevalesse sul malaffare negli ambienti della sicurezza. Silente, lanciatore di fango, aggressore alle spalle, lurido Amalek quando sarà arrivato il tuo tempo, come la saggezza biblica suggerisce, ti farò pentire di aver avvicinato, il 14 febbraio del 2012, con le tue sordide mani, la tastiera del computer.

Tutto il resto, compreso voi complici di Amalek, è noia.

Oreste Grani


I CINESI HANNO CAMBIATO ROTTA. ALTRO CHE “NESSUNA SORPRESA”: È NECESSARIO “ESTRARRE DALLA REALTÀ QUELLO CHE C’È MA NON SI VEDE”

Si è chiuso senza sorprese il 18esimo Congresso del Partito comunista cinese”, questo l’incipit di un articolo del Corriere della Sera del 14.11.12.

Per ricordare ai commentatori frettolosi di quante sorprese sia invece capace l’Intelligence cinese, pubblico di seguito un brano tratto da La fine è il mio inizio (Longanesi, 2006) di Tiziano Terzani:

Gli viene un colpo di tosse.

Ma torniamo in Cina. Dalla nostra tavola a Pechino passava gente di ogni tipo, Fou Ts’ong il pianista, Lo Huimin, storici, attori…

FOLCO: Di tutte quelle persone interessanti, io mi ricordo soprattutto quel vostro stranissimo amico, Shi Peipu. Che storia incredibile, la sua. Chi era lui, in verità?

TIZIANO: Ah, era un famoso attore dell’Opera di Pechino specializzato in ruoli femminili. Un bell’esempio della vecchia Cina. Lo abbiamo incontrato a teatro – impersonificava una donna – e lo abbiamo invitato a cena. E lì c’è stata una scena bellissima, perché bisognava stare molto attenti a far venire un cinese in casa. Gli avevo dato appuntamento davanti al Tempio dei Lama dicendo “Alle sei passo con la macchina, ti prendo e ti porto a casa. Ma che nessuno ti veda!”

Invece vado al Tempio dei Lama e non vedo Shi Peipu. Passeggio avanti e indietro e vedo solo un signore vestito con un impermeabile Burberry – mi pareva un cinese di Hong Kong – che si guarda attorno come fosse un turista. Alla fine mi avvicino ed è lui.

“Oh, Shi Peipu, non ti riconoscevo!”
 “Non sono mica un attore per caso. “
Poco a poco viene fuori una storia proprio da romanzo (e infatti ne hanno fatto unacommedia: M. Butterfly), una storia incredibile e allucinante. Anni addietro lui aveva conosciuto un piccolo funzionario dell’ambasciata francese a Pechino. Erano diventati amanti, ma il francese credeva che Shi Peipu fosse una donna perché, da bravo attore, nel buio di quelle case riusciva a quanto pare a far credere all’altro che era femmina. Al punto che a un certo momento si finse incinta. Anzi, prima aveva finto un aborto, poi si finse incinta e alla fine mostrò a quel diplomatico – che andava e veniva dalla Cina – un bambino che, guarda caso, pareva mezzo cinese e mezzo occidentale. E infatti lui lo aveva comprato nel Xinjiang da una donna di una minoranza etnica, gli uygur, che sembrano un po’ occidentali.

FOLCO: Ma com’è possibile che l’altro non sapesse che Shi Peipu era un uomo?!

TIZIANO: L’altro era uno chiaramente omosessuale ma che si vergognava di esserlo. Così sono andati avanti per alcuni anni, finché i servizi segreti cinesi non li scoprirono e li ricattarono tutti e due, costringendo il funzionario dell’ambasciata francese –responsabile di passare i messaggi e in questo senso importantissimo – a passarli a Shi Peipu che a sua volta li passava al governo cinese.

Dopo un po’ che lo avevamo conosciuto, Shi Peipu riuscì a partire per la Francia per raggiungere l’amico e i due furono arrestati a Parigi. Shi Peipu venne condannato a otto anni di galera, mi sembra, ma dopo qualche mese fu liberato.

Le nuvole si spostano facendo spuntare il sole.

Non dobbiamo però rimanere troppo su questi aneddoti, FOLCO. Dobbiamo capire il significato della mia esperienza cinese, che è stata molto importante nel darmi un senso di grande delusione per l’incredibile disparità che vedevo fra il sacrificio, la miseria, l’orrore e la morte e quello che ne è venuto fuori.

Eravamo fortunati. Grazie al nostro essere vissuti a Hong Kong per cinque anni eravamo arrivati in Cina con i nomi di un sacco di cinesi da contattare, e siccome parlavamo già il cinese conoscemmo tanta bella gente, calligrafi, scienziati, professori che avevano tutti creduto nel socialismo, gli avevano dedicato la vita e che ora si trovavano in mezzo al guado perché il progetto non era andato in porto e la sofferenza umana era stata immensa.

Era un momento particolare. Si aprivano sempre più città, sempre più templi. Potevi ottenere molte informazioni – sai, di nascosto – che prima era difficile avere. La gente cominciava a parlare di più, a raccontare delle distruzioni durante la rivoluzione culturale, di come le guardie rosse erano entrate nelle loro case a bruciare i libri e i piccoli begli oggetti di valore che quasi ogni cinese colto aveva e che spesso gli erano stati tramandati da tempi lontani. Era l’inizio. Passò da casa nostra perfino il figlio di Hu Yaobang, l’allora segretario generale del partito comunista cinese, e tutti questi incontri hanno finito per riempire il mio dossier e sono stati tra le ragioni della mia espulsione.

FOLCO: Come funzionava, i cinesi potevano andare a casa di uno straniero?

TIZIANO: I cinesi avevano bisogno del permesso della loro danwei, la loro unità di lavoro, per venire a cena da noi. Ti ricordi che ogni cinese apparteneva a una unità di lavoro da cui dipendeva completamente? Se voleva andare a trovare la mamma a Shanghai doveva chiedere il permesso di viaggiare; se aveva bisogno di curarsi doveva chiedere il permesso di andare all’ospedale. Per qualsiasi cosa doveva chiedere il permesso. La danwei dirigeva la sua vita. Per cui se tu, cinese, sei invitato da uno straniero a cena, la danwei può anche essere interessata a che tu ci vada se poi fai un rapporto sulla serata, cosa che forse un amico non vuole fare. Noi allora lo si andava a prendere in posti strani, e in maniera rocambolesca, come nei romanzi gialli, lo si caricava nella nostra macchina, lo si metteva sul sedile di dietro e lo si copriva con una coperta. Arrivati al cancello del nostro recinto si rallentava, il soldato di guardia ci riconosceva e ci faceva passare.

Il problema era la donna dell’ascensore che doveva denunciare che da noi era venuto un cinese, come dovevano denunciarlo il cuoco o Xayi, la cameriera, ai quali però davamo libero in quelle sere. Ma anche la donnina dell’ascensore riuscivamo ad aggirarla con uno stratagemma. Uno di noi andava su in ascensore con lei, mentre l’altro faceva le scale a piedi con l’amico. Sai, quelle bischerate… Poi dovevamo fare attenzione ai microfoni in casa. E si passava la serata.

Abbiamo passato molte ore a farci raccontare dai nostri amici cinesi cosa era successo a loro negli anni in cui la Cina era chiusa, per cercare di capire come la rivoluzione culturale sia stata possibile, come sia stato possibile che un popolo di una grande tradizione, di una grande cultura si fosse umiliato in quella perversa spirale di violenza che aveva fatto milioni di vittime.

Quello che ci veniva raccontato non risultava dal Libretto Rosso di Mao o dalla letteratura di propaganda della Nuova Cina. La frase che ripeto sempre è: io mi resi conto prestissimo che il mio sogno – il sogno di un giovane che studia la Cina sui banchi della Columbia University – era stato l’incubo dei cinesi.

E questa è stata la mia prima grande delusione.

E se i cinesi cambiassero rotta? Ho postato il 13.9.12.

PRUDENZA PRUDENZA PRUDENZA

Oreste Grani