Sempre gli stessi e se non sono ladri sono deficienti

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“Oggi il vertice (minchia ndr!) sulla revisione delle quote”: così la sottotitolazione di uno degli articoli che riproduco.

Guardate le date di questi articoli che ho saputo opportunamente conservare per aiutarmi, al momento opportuno (solo 15 anni dopo!) a valutare quanti piazzisti (mestiere quando viene fatto dal vero, nobile e faticosissimo) si continuino ad aggirare per la nostra bella Italia.

Il Corriere della Sera del 18 luglio 2000 (anno giubilare come quello in corso) registra le cazzate del – ad oggi – plurinquisito Roberto Formigoni ma, a quella data, ancora incensurato potentissimo Governatore della Lombardia. Leggete e meditate e così fate con gli starnazzi – su una materia tanto delicata – di Raffaele Fitto (inquisito e condannato), Vito D’Ambrosio (inquisito e condannato), Agazio Loiero (inquisito e condannato), Giuseppe Chiaravalloti (inquisito e condannato, Giancarlo Galan (inquisito e condannato), Filippo Bubbico (indagato), Enzo Ghigo (si è auto eliminato dalla casta).

Mi sembra che di tutti i citati si sia, ad oggi, salvato solo Vasco Errani: ritengo che 2 (Ghigo e Errani) su 10 faccia il 20% di “presentabili”. Forse, Francesco Alberti che scrive ancora sul Corriere, dovrebbe fare un articolo su queste percentuali e su questi politici piazzisti venditori di cazzate e di stereotipi.

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Sempre quel 18 luglio 2000, altri chiedevano a gran voce 41.000 “culi neri” da mettere al lavoro nelle industrie affamate di produzione mentre Enrico Letta (già si aggirava facendo il Ministro del Lavoro nel Governo di quel sorcio di Amato) annunciava necessità per altri 30.000 extracomunitari. Che dire di tal Paolo Guerrini che sproloquiava, ben pagato da Sottosegretario al Lavoro, di altre migliaia di persone da ingaggiare. Non una di queste teste di cazzo che ancora non si aggiri farneticando di tutto e del contrario. Sono sempre gli stessi; sono una vera casta di intoccabili. Errore, mi scuso: Letta si è tolto di mezzo dopo il palo che gli ha piazzato tra le “scapole” Matteo Renzi.  

Oreste Grani/Leo Rugens