Si avvicina il Processo Alemanno ed altri: quattro fonti aperte tutte e quattro interessanti, degne della massima attenzione

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Si avvicina il processo ad Alemanno, Carminati e soci e non si deve perdere l’occasione per fare chiarezza di come sia stato possibile che tutto questo avvenisse nella Capitale sotto gli occhi strapagati di tanti espertissimi professionisti della sicurezza nazionale. Penso che quando tali nomi d’eccellenza si riteneva che fossero espertissimi in qualcosa si parlasse della loro di sicurezza e dei loro appannaggi. Il ritornare sempre degli stessi nomi deve giustamente allarmare e far presumere che, non essendo stati compagni di classe o fidanzati delle stesse ragazzine, tutti questi signori siano in realtà legati da altro o, meglio, tenuti insieme da qualcuno. Proveremo a cimentarci in quella semplicistica attività che va sotto il nome di “6 gradi di separazione” e vedremo se, non con cinque/sette passaggi ma con soli due, si trova qualcuno che conosce tutti questi (cioè i Tavaroli, i Mori, gli Alemanno), uno a uno, in un atipico facebook capace di tenerli tra di loro legati. Quasi fosse un vincolo massonico, senza esserlo perché la Massoneria, se esistesse in Italia, sarebbe una realtà di pensiero troppo complessa ed elevata per accogliere feccia di questa natura. Sono legati ma per altro come era un tempo tra l’aretino Licio Gelli e i suoi criminali piduisti.

Leggete intanto le prime quattro “fonti aperte” scelte e cominciate ad impratichirvi con i nomi dello scacchiere in modo che quando noi diremo “il tale conosce – da anni e per queste circostante – il talaltro”, non vi sembrerà che stiamo insinuando qualcosa per fini subdoli ma solo e unicamente per amore di Verità. Ma anche e soprattutto, diciamolo con sincerità e potendo permetterci di non temere nessuno, perché ci siamo rotti il cazzo di consentire a chiunque di infangarci.

Che c’entra? C’entra, c’entra.

Torniamo agli articoli scelti.

Nella fonte “lavocedellevoci.it – Andrea Cinquegrani”, ci sono tre inesattezze che vanno evidenziate ma che non tolgono nulla al valore delle notizie stesse:

– Morucci non si chiama Mario ma Valerio a meno che non si intendesse Moretti (e non Morucci) che si chiama in effetti Mario ma non fu l’autore della telefonata con cui si annunciava la morte di Moro;

– Loris Facchinetti non era esponente di Ordine Nuovo ma aveva una sua struttura denominata “Europa Civiltà”;

– Marco Bernardini (il “pentito” dell’inchiesta Tiger Team della Telecom) non era in organico al Sisde ma un semplice collaboratore del servizio.

Per il resto sommate l’esilarante prosa di Travaglio a tutte le altre notizie di dominio pubblico e ditemi se esagero quando dico che ci deve essere stato un santo (laico) in Paradiso perché questa merda non esplodesse prima. Con un po’ di pazienza vedrete che troveremo chi li conosceva e li frequentava tutti. Come primo indizio, il “nostro”, secondo me, deve avere una storia personale fatta di grande dimestichezza con il mondo militare, dei Servizi e degli affari, con particolare attenzione al business della galassia Sip/Telecom.

Se avessi soldi (che non ho) chiederei al ministero competente l’autorizzazione per indire un “concorso a premi” per chi indovina di chi si tratti. Perché è più difficile di come appare, ad un primo superficiale esame, scoprire chi sia il puparo che ha fatto in modo che venisse suggerito a Gianni Alemanno il nome di Mario Mori. Che Ciardi fosse lo sponsor in prima linea è ovvio ma questa gente va sempre interpretata secondo la perversa logica dei complottisti, dei doppiogiochisti, dei traditori della Patria: lanciano il sasso e nascondono la mano sempre “nera”. Tanto traditori della Patria da aver consegnato la Capitale della Repubblica a quelli stracciaculi di Carminati e Buzzi che, alla fine, si potrebbero dimostrare meno peggio dei pupari e dei pupi messisi in azione intorno alla marionetta Alemanno. La massima responsabilità è sempre di chi deve custodire i custodi! Se non spettava a questi fuori classe della sicurezza accorgersi di quanto avveniva e quindi prendere le distanze da persone, prebende ed onori, mi dite a chi doveva toccare tale compito? Non credo che Carminati fosse più abile del “o’curto”, in arte Totò Riina. Rimaniamo in attesa del processo del secolo!

Oreste Grani/Leo Rugens


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Mario Mori resta consulente del Comune

È stato in bilico per tanto tempo, più volte sembrava sul punto di lasciare o di essere lasciato, e invece – notizia di ieri – Mario Mori, ex comandante dei Ros, l’uomo che arrestò Totò Riina e che è sotto processo a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, resta dov’è: consulente per la sicurezza di Gianni Alemanno, incarico già ricoperto dall’ottobre 2008, a 108 mila euro (lordi) l’anno. La consulenza di Mori scadeva ieri, ma – giusto il giorno prima, martedì – l’ex generale dei Carabinieri è andato a colloquio privato da Alemanno. L’incontro è durato in tutto 10-15 minuti: Mori, saltando l’anticamera, è stato accompagnato dal delegato alla sicurezza del Campidoglio Giorgio Ciardi che più di altri ha spinto per la sua riconferma.

Il generale ed Alemanno si sono confrontati a tu per tu, senza intermediari, ed in poco tempo hanno trovato l’accordo: Mori resta per altri due anni, praticamente fino alla fine del mandato del sindaco. La delibera è passata in giunta ieri pomeriggio: il generale avrà il contratto decurtato del 10%, come previsto anche per i dirigenti comunali. Col generale, restano i suoi uomini: Mario Redditi, direttore dell’ufficio extradipartimentale per la sicurezza, e Giuseppe Italia. E questa, in realtà, sembra che sia stato uno dei fattori decisivi: perdendo Mori, Alemanno avrebbe dovuto rimettere mano a tutto il comparto sicurezza, tema sul quale si è giocato (e si gioca) gran parte del suo mandato da sindaco. Le frizioni del passato, così, al momento sembrano cancellate. Anzi, nei corridoi di palazzo Senatorio si dice che, dopo tanti assestamenti, la squadra della sicurezza composta da Mori, Ciardi, il capo dei vigili Angelo Giuliani e il vicecapo di gabinetto Alfredo Mantici, lavori di comune accordo. La riprova, almeno formale, ieri mattina quando nell’ufficio dell’ex Ros, a via di San Teodoro, sono passati proprio Giuliani e Mantici per fargli le congratulazioni.

da archiviostorico.corriere.it – Ernesto Menicucci


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Carabinieri alla corte di Alemanno. Dal Campidoglio alle aziende

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. In una stagione politica di veleni, scandali e dossier a gogo, il sindaco Giovanni Alemanno ha interpretato alla lettera l’antico adagio e così ha deciso di circondarsi di persone sulla cui fedeltà non c’è ombra di dubbio. Insomma, il Comune di Roma ha scelto: ex carabinieri ovunque, dai trasporti alle metropolitane; dalla sicurezza sino all’expo. Forse a suggerire una certificazione di serietà potrebbe essere stato Maurizio Gasparri, sponsor di Alemanno ma anche fratello del generale Clemente Gasparri. Oppure una prudente fissazione del sindaco che della politica si fida poco, mentre si sente al sicuro se circondato da ex militari.
Così Affaritaliani.it ha spulciato i curricula di molti tra manager e politici romani e ha scoperto che tutti hanno un passato che li unisce: o provengono direttamente dai ranghi della Benemerita oppure hanno un passato in divisa. Ecco chi sono. In testa all’elenco, senza dubbio il generale Mario Mori. Il comandante del Ros e del Sisde in congedo, passato alla storia per l’arresto di Totò Riina e indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento riguardo la mancata cattura di Provenzano nel 1995, è salito in Campidoglio poco dopo l’elezione del sindaco e ad ottobre dello scorso hanno ha avuto rinnovata la delega sino alla scadenza del mandato per lui e per i suoi uomini Mario Redditi, già comandante di Tornado nella prima Guerra del Golfo e poi con Mori al Sisde e Giuseppe Italia, quest’ultimo proveniente però dalla Polizia.

Passiamo alle aziende. Divisa e gradi da sottotenente per Federico Bortoli, ad di Roma metropolitane e anche per Attilio Tranquilli, vicepresidente di Confindustria e ora in Unindustria, ma anche chiamato dal sindaco come Ad di Investimenti Spa, la società cassaforte della Nuova Fiera di Roma. Azienda che vai, carabiniere che trovi, così sulla poltrona di presidente del cda dell’Agenzia per la Mobilità, siede Massimo Tabacchiera, anche lui nell’Arma coi gradi di tenente. Identica provenienza anche per il consigliere comunale Francesco Maria Orsi, già delegato al Decoro e accusato di riciclaggio e cessione di sostanze stupefacenti e coinvolto nel pasticcio dell’Expo.
Poteva mancare un carabiniere-assessore? Ecco che dal “rimpasticcio” di gennaio spunta Antonello Aurigemma, anche lui ex che come primissimo atto per sollevare la polvere dai tappeti dell’Atac ha disposto una commissione d’inchiesta composta sì da pensionati dell’Atac ma anche da carabinieri affiancati dalla Guardia di Finanza.
Chiude l’elenco di quelli per i quali è stato possibile rintracciare un passato militare, il delegato alla Sicurezza Giorgio Ciardi. Amico del generale Mori, l’ex cc è stato il primo sponsor nell’operazione di rinnovo del contratto dell’ex capo del Sisde come consulente del sindaco. Insomma, al Comune di Roma avanti c’è posto. A patto di avere un passato militare.

da Affaritaliani.it – Fabio Carosi


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Mario Mori, carriera e errori ma “il talento va premiato”

ROMA – “Il generalissimo Mario Mori, [ex comandante dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde] fra le varie fortune che hanno costellato la sua carriera, deve aggiungere anche questa: non aver mai incontrato qualcuno che premiasse il suo impareggiabile talento: non c’era bisogno di arrestarlo, bastava sputargli in un occhio”, scrive Marco Travaglio riferendosi a un episodio del film  Totò a colori, in cui “il presunto musicista Antonio Scannagatti càpita in una casa di esistenzialisti a Capri. Alla vista di un’immonda crosta di “pittura moderna” alla parete, rischia l’infarto. E s’informa presso l’autore. Che risponde: “C’est un’imitation de Picassò!”. E lui: “Imitation de Picassò? E l’hai fatta tutta tu con le tue mani? Ma veramòn? Il talento va premiato”. Fa sedere il sedicente artista su una sedia da barbiere, gli avvolge una tovaglia al collo, lo prega di coprirsi un occhio con la mano e di dilatare con due dita (“pimice e pomice”) le palpebre dell’altro. Poi, al colmo della suspence, ci sputa dentro”.

L’editoriale di Marco Travaglio si sviluppa così:
“Ricapitoliamo il curriculum con l’ausilio della memoria depositata dai Pg Scarpinato e Patronaggio al processo d’appello a Palermo per la mancata cattura di Provenzano.
Nato a Postumia nel 1939, Mori diventa tenente dei Carabinieri nel 1965. Dopo un primo periodo in Veneto, nel 1972 entra nel Sid, il servizio segreto civile comandato dal generale Maletti (P2), crocevia di trame e deviazioni assortite.
Lì, secondo un ex colonnello, Mori recluta adepti per la loggia di Gelli, intercetta abusivamente Maletti e fabbrica anonimi con Pecorelli (P2). Ragion per cui viene cacciato dal Sid e restituito all’Arma, ma col divieto di operare a Roma: uno così è troppo persino per Maletti.
Infatti lo spediscono a Napoli, ma lo promuovono capitano. Il talento va premiato.
A Roma torna il 16 marzo ’78, giorno del sequestro Moro, per guidare la sezione anticrimine del Reparto operativo e occuparsi di terrorismo: le indagini sul sequestro e l’omicidio Moro passeranno alla storia come un capolavoro di cialtroneria, tant’è che a tutt’oggi non sappiamo quanti spararono in via Fani e quanti carcerieri ebbe Moro.

Nel 1986, promosso tenente colonnello (il talento va premiato), Mori è in Sicilia a comandare il Gruppo Carabinieri Palermo 1. Sua l’idea, nel ’90, di fondare il Ros, di cui è vicecomandante con delega sulla mafia. Infatti, nel giugno ’92, dopo la strage di Capaci, inizia a trattare col mafioso corleonese Ciancimino, in tandem col fedelissimo De Donno, senza informare il comando dell’Arma né la Procura (come sarebbe suo dovere di ufficiale di polizia giudiziaria).
Ad agosto diventa colonnello: il talento va premiato. Il 15 gennaio ’93 coordina la cattura di Riina, ma si guarda bene dal perquisire il covo: meglio lasciarlo svuotare dai mafiosi, all’insaputa della Procura.

Nel ’93 viene intercettato Nitto Santapaola: è in una villa, basta andarlo a prendere. Sventuratamente il Ros irrompe nella villa sbagliata, a 50 metri da quella giusta, a sirene spiegate, con tanto di conflitto a fuoco con uno che non c’entra nulla: così Santapaola sente e vede tutto dalla finestra, e si dà.
Nel ’95 la scena si ripete con Provenzano: si sa che sta per arrivare in una masseria di Mezzojuso, basta andarci e catturarlo. Troppo facile. “Osservazione a distanza”. Così a distanza che Zu Binnu arriva, tiene una riunione e se ne va indisturbato. Ce n’è abbastanza per promuovere Mori generale e comandante del Ros (è il ’98, Ulivo al governo). Il talento va premiato.
E pure insegnato, perché le nuove leve prendano esempio e imparino: comandante della Scuola allievi ufficiali carabinieri.
Manca qualcosa? Ah, sì: nel 2001 il governo Berlusconi lo promuove direttore del Sisde. L’uomo giusto al posto giusto. Infatti il Sisde inizia a trafficare coi boss in carcere, sempre all’insaputa dei pm. Nel 2006, finalmente, arriva la pensione.
Ma può lo Stato privarsi di un simile genio? No che non può. Consulente per la sicurezza del sindaco di Roma Alemanno. Poi controllore, nominato da Formigoni, sulla regolarità degli appalti Expo contro le tangenti e le infiltrazioni mafiose. Risultato: tutti a San Vittore. Ma hai fatto proprio tutto tu, con le tue mani? Ma veramòn? Il talento va premiato”.

da blitzquotidiano.it – Marco Travaglio


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MORI E ULTIMO ERANO A CAPO DELLA SICUREZZA CON ALEMANNO. QUALI I RISULTATI ?

Il recente articolo sul forzato addio al Noe di Sergio De Caprio, al secolo il capitano Ultimo (leggi) ha suscitato non pochi commenti “trasversali”. C’è chi apprezza notizie poco o per niente conosciute, evidentemente non la mancata perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano – fatti e processi ben noti – quanto l’incredibile storia dell’archivio da 3000 nomi, tranquillamente portato via dal covo incustodito (e chissà ora – anche se non è difficile immaginarlo – a quali scopi servirà). C’è chi invece non apprezza e insulta. Come fa, con marcato aplomb britannico, Angelo Jannone – uomo del Ros, fedelissimo di Mario Mori, poi passato alla Security Telecom – che sul nostro blog scrive: “questo articolo è un cumulo di cazzate”.

Visto che ci troviamo, allora, ne spariamo un’altra, per certi versi ancor più attuale (e siamo in ansia per il commento british firmato Jannone). Risale al 2008, sindaco nella capitale Gianni Alemanno. Che ha fatto della Sicurezza il suo cavallo di battaglie elettorale e vuol mantener fede alla promessa. Una città dove i cittadini non abbiano paura, si sentano tranquilli e al riparo da ladri, assassini, delinquenti, mafiosi d’ogni risma. Ecco che viene varato in pompa magna il “Patto su Roma sicura”, siglato con il ministero degli Interni. E sapete chi viene nominato per attuarlo? Il generale, appena in pensione dal suo Ros, Mario Mori: una consulenza da 108 mila euro lordi l’anno. E sapete chi sceglie come suo braccio destro Mori? Il capitano Ultimo, naturalmente, richiamandolo dal Noe, dove lavorava.

In quei due anni il legame si consolida, e il dinamico Alemanno pensa bene di fondare una rivista dedicata alle politiche della sicurezza, Theorema. E chi chiamerà a dirigere il comitato scientifico? Il sempre presente Mori, che obbedisce e porta in dote l’altro suo fedelissimo, il colonnello Giuseppe De Donno. Tra i collaboratori eccellenti di Theorema spiccano le firme dell’ex brigatista Mario Morucci – l’autore dell’ultima telefonata che annunciava l’esecuzione di Aldo Moro – e Loris Facchinetti, una delle colonne di Ordine Nuovo. Un bel mix, al servizio dei Servizi & della Politica!

L’incarico viene rinnovato due anni dopo, il giorno prima della scadenza: bastano dieci minuti di colloquio tra il primo cittadino e il generale per rinnovare fino alla scadenza del mandato sindacale. “Perdendo Mori – scrive il Corsera – Alemanno avrebbe dovuto rimettere mano a tutto il comparto Sicurezza, tema sul quale si è giocato (e si gioca) gran parte del suo mandato di sindaco. Restano i suoi uomini: Mario Redditi, direttore dell’ufficio extradipartimentale per la sicurezza, e Giuseppe Italia”. Squadra completata – viene aggiunto – “da Ciardi, il capo dei vigili Angelo Giuliani, e il vice capo di gabinetto Alfredo Mantica”. Piccolo mistero: che fine ha fatto il nome di Sergio De Caprio per il secondo biennio? A quanto pare, stava già sorgendo qualche frizione, tanto che prima della fine dei due anni l’incarico di Mori passerà allo stesso Mantica (che fra l’altro faceva segnare la sua presenza anche nell’organigramma di Theorema).

L’amicizia, comunque, veniva da lontano. All’indomani della terribile notizia del rinvio a giudizio a carico di Mori e Ultimo per la mancata perquisizione del covo di Riina, i primi attestati di stima e solidarietà arrivano proprio dai camerati. Ecco cosa scrive Alemanno: “Mi associo a Mantovano e Gasparri nell’esprimere solidarietà al prefetto Mori per questo rinvio a giudizio che appare incomprensibile dopo la richiesta di proscioglimento avanzata dalla procura. Sono convinto che il prefetto Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio siano leali servitori dello Stato e che sarà riconosciuta la loro innocenza nella prosecuzione dell’iter processuale”.

Sorge spontanea una domanda: ma cosa hanno fatto, per la Sicurezza dell’Urbe, i super consulenti Mori e De Caprio? C’erano solo prostitute e rifugiati politici a tormentare i sonni dei romani? O non bolliva in pentola qualcosina di più grossicello? Quello che verrà poi scoperchiato con Mafia Capitale non riguardava lorsignori? Un’occhiatina ai rapporti intessuti dalle band crimininali e d’affari proprio all’interno del Campidoglio non era prevista? Uno sguardo ai business dei Casamonica fuori contratto? O forse esistono due modi per intendere la parola Sicurezza? Che non si rubino mele nei supermercati e non si colgano le rose nei giardini… Il resto è un optional.

P.S. Siamo già stati nel mirino di Angelo Iannone, a proposito di un servizio di dicembre 2006, firmato da Nicola Biondo, giornalista e autore di numerosi libri sulla mafia. Nell’articolo venivano dettagliati i ruoli di parecchi uomini del Ros passati alle Security di Telecom, come Jannone, omologo di Giuliano Tavaroli per il Brasile. Biondo in una ventina di righe dettagliava alcune tappe nella carriera di Jannone, come la collaborazione alla stesura del famoso rapporto ’91 Mafia-Appalti finito sulla scrivania di Falcone e Borsellino. Ma quelle frasi infastidirono molto Jannone, che sembrava non gradire gli accostamenti professionali a Mori e De Donno. Mori, a quel tempo, si occupava a pieno titolo degli spionaggi in casa Telecom, e delle fughe di notizie a proposito di alcuni documenti dei quali era a conoscenza l’ex agente Sisde Marco Bernardini. L’unico a uscire come una viola mammola, da tutto quel putiferio, è stato Marco Tronchetti Provera, fresco di assoluzione da tutte le accuse: lui poteva tranquillamente “non sapere” cosa gli uomini della sua Security facevano per lui o per la sua Pirelli…

da lavocedellevoci.it – Andrea Cinquegrani

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