Reggio Emilia: la via socialista alla ‘ndrangheta

Era intollerabile che i dipendenti delle coop venissero trattati peggio degli operai delle fabbriche… L’idea era che i dirigenti [del P.C.I. ndr] fossero dei venduti, gente corrotta dalla borghesia e dal potere Alberto Franceschini, riferendosi agli anni Sessanta

«Gli uomini del clan cutrese erano convinti che, dopo anni di collaborazione, ci fosse a Reggio Emilia un’operazione da parte delle cooperative per espungerli dai settori economici loro tradizionalmente affidati, cioè edilizia e movimento terra. Per questo ingaggiarono una battaglia politica e mediatica Roberto Alfonso procuratore capo, prima metà del 2015. Leggi articolo originale

L’analisi di Alberto Franceschini nato e cresciuto politicamente a Reggio Emilia, fondatore con Curcio e Cagol delle Brigate Rosse, riguardo i comportamenti delle coop e il mutamento della classe dirigente del P.C.I. emiliano incominciato oltre sessant’anni fa – gli storici saranno più precisi – fa impressione alla luce della cronaca che inchioda le cooperative rosse e la dirigenza del PD a gravissime responsabilità politiche. Sembra più una visione che una analisi.

Difficile non condividere un’altra considerazione di Franceschini, il quale rimarca come il P.C.I. abbia deciso nel 1974 in accordo con il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, di troncare ogni legame con il brigatismo, temendo che gli sviluppi del terrorismo si sarebbero rivolti contro il partito stesso, conseguenza inevitabile della originaria denuncia del tradimento della classe operaia. Viene da pensare che il partito comunista non dovesse proprio avere la coscienza pulita in proposito, e che temesse un rapido propagarsi dell’incendio. Alla luce di cosa siano diventati gli eredi diretti del P.C.I. – i reggi palle di un Renzi qualsiasi – fa impressione la lucidità dell’analisi di molti “rivoluzionari” dell’epoca. Schermata 2015-10-19 alle 22.09.52

Ora si può contestare che la violenza fosse la soluzione – non lo è stata in effetti soprattutto alla luce degli ultimi semi leggibili colpi di coda: D’Antona e Biagi – ma che l’analisi fosse errata è difficile sostenerlo, tanto più davanti a notizie sconfortanti come quelle riguardanti le coop rosse emiliane. e l’intreccio con le ‘ndrine.

Tanto degrado non può essere ascritto altro che all’impoverimento culturale della Nazione una delle cui cause è senza dubbio la pochezza intellettuale e morale delle sue classi dirigenti, soprattutto di quelle che si erano proclamate difensori dei lavoratori e che hanno goduto per decenni di un’egemonia quasi incontrastata.

Forse non è un caso che il M5S, testa genovese e anima emiliano-romagnola, abbia trovato in Bologna una piattaforma di lancio e di elaborazione, mostrando nella sua struttura rigida e impermeabile, qualcosa che ricorda  più un’organizzazione clandestina che un partito, quale dichiara di non essere, peraltro.

Nell’attesa che la primavera porti i frutti sperati di tanta passione e dedizione, buona lettura.

La redazione

Fasanella, Franceschini, Che cosa sono le BR, Rizzoli

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