La macchina del futuro, ovvero come prefigurare la pace possibile a Gerusalemme

Israele+Palestina

La drammatica situazione del conflitto israeliano-palestinese si aggrava anche perché in troppi vaneggiano e stanno perdendo la bussola. Dopo la visita odierna a Berlino di Netanyahu ci sembra che il premier israeliano non abbia chiaro cosa fare per evitare ciò che – dopo Hitler – Nasser ebbe a dire oltre cinquanta anni addietro: “Allah ha radunato da tutti gli angoli della terra gli ebrei dispersi affinché gli arabi possano ucciderli tutti in una volta sola!“. Queste incertezze mi spingono a salire sulla macchina del tempo di mia invenzione e a scegliere la data del 26 febbraio 1965 per assistere al Cairo all’incontro tra Ulbricht (leader comunista della DDR) e quell’altro democratico Nasser che minacciava da mesi il “mondo libero” di riconoscere la Germania comunista se Bonn, capitale della Germania democratica, non cessava di inviare armi a Israele e non rinunciava a stabilire normali rapporti diplomatici con le Stato ebraico. Con la macchina del tempo qualcosa in più sul significato e sul peso della presenza di Mosca e di Washington, in Medio oriente, finalizzata ad alimentare le carneficine, sarebbe possibile. Difficile altrimenti per i giovani capire che cosa sia stata la guerra fredda artificio bellico seguito alla Seconda Guerra mondiale in modo che, senza soluzione di continuità, si passasse alla Terza carneficina planetaria.

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Mettere in ordine perché e come furono Conrad Adenauer e il cristiano-sociale bavarese Franz Joseph Strauss che si batterono con vigore a sostegno dello Stato ebraico (centinaia di carri armati furono “donati” ad Israele per pressione della parte politica che per semplicità chiameremo “revanscista” della rinascita della Germania) e non gli esponenti progressisti, gli amici della distensione e della pace è ancora difficilissmo. Così come era difficile, con la Stasi imperante, sotto le insegne della “sinistra” ma al tempo stesso di uno Stato di Polizia (DDR) erede della Gestapo, capire cosa suggerisse ai giovani dalemiani tanto odio per Israele.Qualio sono i lontani motivi per cui Massimo D’Alema (ex comunista) oggi  è amico di Hamas così come nel segreto potrebbero essere altri esponenti della sinistra italiana quali, ad esempio, il presidente della Commissione Difesa del Parlamento italiano, Nicola La Torre (ex comunista) o il responsabile politico del governo italiano per i rapporti con i servizi segreti, Marco Minniti (ex comunista). Tutti rigorosamente ex-comunisti ed ex dalemiani di ferro. Gente erede culturale e politica di personale di partito che per anni ostacolò accordi tra il MEC (così si chiamava allora) e la nascente agricoltura israeliana. Gente che non colse, pur essendo di “sinistra”, quanto ci fosse di antispeculativo e di “democratico” in gente che per pura passione “nazionalistica” volle trasferirsi su una terra povera, ingrata, avara, occupata per il cinquanta per cento dal deserto, in un clima soffocante, dove ogni lavoro di impianto in quel momento e con quelle tecnologie costava molto più caro che altrove e rendeva molto meno.

Una scelta poco “capitalistico ebraico” e mi scuso per l’uso sciatto e stereotipato della parola. Israele era un Paese socialista e neutrale (altro che i mostri della DDR e della Stasi!) e per questo si vedeva rifiutare i suoi pompelmi e le sue prime arance nel mercato europeo. Le scelte che si facevano in politica estera italiana non erano a difesa, come poteva sembrare, degli agricoltori siciliani (di cui a nessuno fregava un cazzo) ma era una storia sordida di chi stava con i guerrafondai di una parte o del’altra. E a farne le spese fu da subito il futuro dei due popoli, ebrei e palestinesi, che nessuno volle aiutare a convivere. Aizzare il nazionalismo arabo e la volontà di sterminare tutti gli ebrei del Mondo rendeva di più (per il futuro) a chi poteva “vendere” (anche se in quel momento ad Israele venivano “regalati” armamenti dagli eredi dei nazistissimi Krupp gli stessi che li avevano tenuti nelle officine tedesche durante la guerra a fare le bestie da soma) armi ai litiganti. Perché mettere pace a Gerusalemme se la guerra avrebbe, per cento e cento anni, reso di più? La politica della distensione era un inganno dietro cui si nascondevano i mostri del blocco sovietico e ancora oggi li ritroviamo dietro ad Hamas e ad Assad e a chi vuole accoltellare, come soluzione finale, tutti gli ebrei. Sempre ringraziando Allah.

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A Tel Aviv altri bei capolavori non hanno saputo capire l’insegnamento di Ben Gurion e di Shimon Peres, tanto anziano e saggio oggi da esserci stato nei giorni di cui la macchina del tempo di Leo Rugens ci consente di avere testimonianza diretta. Peres trattò con Strauss, ministro della difesa tedesca occidentale, in gran segreto negli anni successivi (era il lontanissimo marzo del 1960 quando al Waldorf Astoria di New York Adenauer promise a Ben Gurion una serie di aiuti tedeschi) alla vera occasione mancata di “far pace”. Alcuni studiosi per facilitare questi momenti difficilissimi andarono perfino a recuperare le lettere degli ebrei tedeschi caduti durante la prima guerra mondiale (molti erano partiti volontari e quasi tutti erano stati decorati per i loro atti di valore) e consigliarono di farne dono alle autorità del giovanissimo stato israeliano. Temo che la macchina del tempo mi sveli che nulla è cambiato e che chi era pronto a soffiare sul fuoco partendo da Mosca oggi sia ancora vivo e vegeto e che altrettanto dagli amici dei produttori di armi americani arrivi solo altra benzina da mettere sul fuoco. I missili che Nasser voleva usare per radere al suolo Israele qualcuno li aveva costruiti e venduti. I duecento carri armati che Bonn regalò a Ben Gurion qualche acciaieria tedesca li aveva “corazzati”. Forse è ora, prima di dover assistere all’olocausto dell’Umanità intera, che qualcuno faccia scoppiare la Pace a Gerusalemme.

Proviamo a creare una vastissima zona neutrale che possa coincidere proprio con il Mediterraneo che va subito demilitarizzato. Questo è il sogno ma come vi ho detto altre volte il sogno è un’incursione nel futuro che se interpretata opportunamente ne prefigura le possibili realizzazioni.

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In un documento redatto alcuni anni fa con i migliori interpreti del pensiero ipaziano che si potessero trovare in circolazione si poteva leggere che “Utopia non è un luogo dello spazio ma un luogo del tempo. Non è l’isola ideale che non esiste; è invece la freccia lanciata verso il limite del possibile.
È la “macchina del futuro”, il congegno immateriale che attualizza nel presente le potenzialità del reale nel suo incessante divenire di progresso, già concepite dalla mente umana e dalle conquiste della scienza. Presente e futuro possono coniugarsi soltanto nel pensiero dell’uomo, in questa realtà altra che è come un mondo parallelo al mondo quotidiano, e nella quale si entra attraverso la capacità di progettare l’invisibile, ciò che non è ancora, ma che è già scritto in segni cifrati sulle tavole del tempo.
A muovere questa macchina del futuro sono le idee: il carburante più volatile, e non esauribile nei suoi giacimenti sommersi, mette in moto costantemente la ruota del tempo annullando la semplice logica della successione passato-presente-futuro. Viaggiatori, spinti dalla curiosità di Ulisse, si avventurano nell’oceano dell’utopia, per spostare i termini della realtà, per ridisegnare la configurazione del mondo. Fermi nei porti restano quelli che ritengono invalicabili le Colonne d’Ercole su cui essi stessi hanno segnato il confine dell’impossibile.

Proviamo a ricordare che nei secoli si è ritenuto che le Colonne d’Ercole, fossero “cosa mediterranea”.

Oreste Grani/Leo Rugens