Coca e panettone fanno rima per Cantone

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Cantone attacca: «Milano capitale morale, Roma non ha anticorpi»

Milano 28.10.2015

La consegna del Sigillo della città di Milano a Raffaele Cantone, con Giuliano Pisapia (Fotogramma) La consegna del Sigillo della città di Milano a Raffaele Cantone, con Giuliano Pisapia (Fotogramma)
Milano «si riappropria del ruolo di capitale morale d’Italia». Lo ha detto il presidente di Anac Raffaele Cantone, ricevendo dal sindaco Giuliano Pisapia il «Sigillo» della città. «Sono onorato di questo riconoscimento e sono onorato di riceverlo in un momento in cui Milano si riappropria del ruolo di capitale morale d’Italia, in un momento in cui la capitale reale non sta dimostrando di avere gli anticorpi morali di cui ha bisogno e che tutti ci auguriamo recuperi», ha detto il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. Vedi articolo originale www.corriere.it

‘Ndrangheta, Gratteri: “Milano la più grande piazza di cocaina d’Europa, noi la contrastiamo da Reggio”

Reggio Calabria 28.9.2015

LaPresse/Roberto Monaldo
“Questa indagine e’ importante perche’ riguarda le famiglie piu’ ricche della ‘Ndrangheta che si interfacciano alla pari con la mafia americana e sono capofila di una decina di locali in Canada, a Toronto”. Cosi’ a margine della conferenza stampa sull’operazione che ha visto 50 fermi per associazione mafiosa e spaccio di stupefacenti Nicola Grattieri, procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Reggio Calabria. Coinvolte nell’operazione le quattro famiglie piu’ “potenti” dell’Ndrangheta: i Macri, i Commisso, i Coluccio e i Crupi: “Sono le famiglie di raccordo con altre famiglie di ‘Ndrangheta che investono in importazione di cocaina. Nel corso dell’operazione siamo anche riusciti a trovare un vero e proprio arsenale. Basti pensare che quando c’e’ stata la guerra di mafia a Siderno con la famiglia erano 500 gli uomini pronti a sparare”.

Si tratta dell’”elite” della ‘Ndrangheta: “Stiamo parlando di ‘Ndrangheta vera. La ricchezza e’ nel 4 o 5 per cento dell’organizzazione, gli altri sono morti di fame, portatori di acqua. Ci ha impressionato, nel corso di un’intercettazione, sentire che uno diceva all’altro di aver contato tutta la notte il denaro con due macchinette e di non essere riuscito a finire”. Ma il lavoro da fare e’ ancora tanto: “Milano e’ la piu’ grande piazza di consumo di cocaina di tutta Europa. Noi cerchiamo da Reggio Calabria, per quanto possiamo, di contrastare questo fenomeno. Ma da soli non ce la possiamo fare”. Dall’indagine, prosegue Gratteri, emerge ancora una volta come Cosa Nostra si rifornisca di cocaina dall’Ndrangheta. “Questa indagine e’ stata possibile perche’ ormai da anni abbiamo un rapporto di fiducia e di stima con il Ros centrale e lo Sco di Roma dove c’e’ un fuoriclasse come Andrea Grassi. Abbiamo la fortuna di lavorare con questa elite di polizia giudiziaria e siamo credibili in ambito internazionale”, prosegue ancora il procuratore aggiunto. “Riusciamo a lavorare con grande sinergia con tutte le polizie e le procure del Sudametrica e Nordamerica. Dovrebbe essere scontata la medesima sinergia con i paesi del nord Europa ma speso ci capita di lavorare meglio con il Sudamerica.

Delle due l’una, o è morale consumare cocaina o a Milano non si pippa più (non credo) o Cantone è un tipo davvero strano, ma strano strano.

Essendo cresciuta in un condominio edificato nel 1968 con soldi mafiosi custoditi presso la banca Rasini (leggi articolo in fondo alla pagina) e avendo appreso che risale al 1969 il patto delle famiglie calabresi sulla Lombradia, avendo assistito al sacco della città per opera dei più disparati mariuoli, all’ascesa e al crollo del craxismo sostituito dal leghismo/berlusconismo e schifezze assortite, mi chiedo quale miracoloso intervento divino abbia potuto mondare la città che torna a essere “capitale morale”.

Ma quando cazzo mai è stata “capitale morale”, Milano? Forse all’epoca dei Parri, degli Aniasi? A quelli pensa Cantone? Non credo.

A leggere i libri di storia del prof. Aldo Giannuli e della studiosa di fenomeni complessi Stefania Limiti dedicati al “Noto servizio” o “Anello”, si ha l’impressione che dal 1945, a Milano, abbiano agito soggetti di ogni genere e specie (un Padre Zucca, per esempio) in appoggio ora ai gruppi industriali milanesi, ora alla politica e infine alla malavita organizzata mandata al confino, cioè in vacanza in Lombardia.

Se il padre di Silvio era socio di Antonio Virgilio, il costruttore mafioso di condomini in Città Studi o a Brescia, parliamo dei primi anni Sessanta, mi dice Cantone quando pensa che Milano sia stata capitale morale del Paese? Forse nei mitici anni Ottanta, quando i Panseca ammorbavano il paese con le loro piramidi di vetro? Oppure quando gli onesti magistrati milanesi attaccarono alla giugulare il potere politico radendo al suolo una intera classe politica? Questo non credo, direbbe Razzi/Crozza.

Ci dice Cantone a che epoca storica fa riferimento?

Forse pensa al periodo in cui alle bombe esplose e non esplose corrispondeva la morte accidentale di un anarchico nonché depistaggi e infine la morte di un commissario?

Forse pensa al periodo in cui i Feltrinelli, i Simioni, i Moretti, i Dotti ecc. tramavano per costituire il partito armato? Anche questo non credo…

Forse pensa al P.C.I. lombardo che ha sfornato una classe dirigente degna di San Vittore oltre a essere foraggiata, nella sua componente migliorista dal giovane Silvio Berlusconi? Si veda Michele De Lucia, Il baratto, Kaos Edizioni.

Di quale epoca storica parla, Cantone? Si riferisce forse alla Milano dei Beccaria, dei Verri, dei Cattaneo o dei Manzoni? Non credo.

Allora la Milano del tetro Cardinale Federico Borromeo o di quel Sant’Ambrogio che a detta degli storici già speculava sui terreni cittadini per costruire il suo potere circondando la città con le sue quattro basiliche?

Gentile lettore, mi scuso per avere affastellato episodi e nomi senza un filo logico, ma trovare una logica in una città che sente scorrere nelle sue viscere correnti  d’acqua sorgiva e trame o giochi di potere di ogni genere e che ha avuto la capacità di convincere i propri abitanti di essere un luogo morale non mi è possibile. Alla fine prevale il disgusto, il sapere che un Miglio insegnava a un Prodi, preso l’Università Cattolica a diventare un qualcosa che con il bene della Repubblica a mio avviso non ha nulla a che fare, mi confonde e mi fa perdere il filo, perché contro la forza del denaro anche l’intelligenza e l’amor di patria devono capitolare.

Un ultima notizia del 28.10, lo stesso giorno in cui Cantone parla di una Milano morale:

Grazie a una «soffiata», un gruppo di pluripregiudicati pugliesi ha saputo che un macellaio di Milano, in realtà contabile di un’organizzazione dedicata al traffico di droga, custodiva in casa 200mila euro. A quel punto è scattato il piano per la rapina. Il colpo, per cui sono state arrestate martedì dalla polizia 5 persone, risale al 28 maggio scorso, in via Polesine 21 a Milano, ai danni di un cittadino marocchino titolare di una macelleria islamica.

Non c’è nulla da ridere.

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Dionisia

P.S. Dimenticavo di rivolgere un pensiero a Comunione e Liberazione e a quel capolavoro di furto che è l’ospedale San Raffaele, feudo di Don Verzé, grande amico degli spioni nostrani.

Azzaretto, Rovelli, Popolare Lodi, tutti i padroni della Rasini

Ma torniamo in piazza Mercanti e seguiamo le sorti della microbanca Rasini. La Milano del boom economico poi della crisi e del terrorismo prima della Milano da bere è una città amministrata ininterrottamente dai primi anni sessanta da sindaci di area socialista, da Bucalossi fino a Pillitteri. Fino a Mani Pulite. In questo contesto tra il 1961 e il 1972 sono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia 372 mafiosi che costruiscono una fitta rete d’affari criminale. Molti di questi nomi compaiono nell’informativa della Criminalpol (rapporto 0500/C.A.S del 13 aprile 1981), duecento pagine sulle indagini sulla mafia a Milano e in Lombardia e i suoi collegamenti con le famiglie siciliane e con quelle americane di Cosa Nostra.
Sulla base dei nomi, dei legami e delle intercettazioni finite in quel rapporto, la notte del 14 febbraio 1983 vengono arrestati vari imprenditori perchè legati a Cosa Nostra e si scopre che lo sportello-gioiello di piazza Mercanti serviva come lavanderia di denaro sporco. In manette finiscono Giuseppe Bono, Antonio Virgilio, Salvatore Enea e Luigi Monti, tramite i quali erano diventati clienti della Banca Rasini i clan mafiosi della famiglia Fidanzati, Bono e Gaeta. Virgilio e Monti hanno legami, documentati da intercettazioni telefoniche, con Vittorio Mangano, il mafioso palermitano assunto come stalliere ad Arcore da Berlusconi e amico di Marcello Dell’Utri (ma questi saranno protagonisti di alcune prossime puntate).

Un giro d’affari pazzesco per quegli anni: sul conto corrente di Antonio Virgilio transitano tra il 28 febbraio del 1980 e il 31 maggio del 1982 operazioni per quasi cinquanta miliardi; la Rasini ha scontato a Virgilio oltre un miliardo di lire (360 milioni da una gioielleria di piazza di Spagna); Salvatore Enea, un altro della mafia dei colletti bianchi ha fatto versamenti per 828 milioni di euro. Questo il mondo che si muove intorno allo sportello di piazza Mercanti. Va precisato e messo in evidenza che la famiglia Berlusconi non ha più alcun tipo di contatto o legame operativo con la banca a partire dal 1973 quando Luigi si dimette e il conte Rasini cede il comando agli Azzaretto. In rispetto alla cronaca va anche aggiunto che un incendio distrugge tutti i documenti bancari relativi al periodo antecedente al 1973 (così risulta dalle dichiarazioni dei responsabili della banca nell’ambito del processo Dell’Utri). A ben vedere, l’unico, a parte Berlusconi, ancora lucido e vivente che conosce i segreti della Banca è Batliner (vedere puntata precedente) che controllando un terzo del capitale sociale dell’istituto è decisivo per ogni scelta. Non solo: il libro inchiesta di Pinotti e Gumpel ricostruisce il dietro le quinte delle tre fiduciarie del Liechtenstein e arriva ad ipotizzare che «tre protagonisti della finanza vaticana (Sindona, Calvi e Marcinkus) avrebbero una partecipazione coperta nella Rasini». Dopo il blitz di San Valentino anche gli Azzaretto decidono che è meglio lasciar fare.

Tra l’83 e l ’84 il controllo dell’istituto passa alla famiglia di Nino Rovelli, “re della petrolchimica” sarda, protagonista dello scandalo Imi-Sir. Le più recenti cronache giudiziarie ci hanno spiegato che uno dei protagonisti di quell’affaire, l’avvocato Cesare Previti (nello staff legale di Berlusconi già dai primi anni settanta), riuscì a corrompere i giudici per far avere ai Rovelli un risarcimento di mille miliardi di lire.

Perché Rovelli, mai stato banchiere, si prende la Rasini? Chi gli chiede questo favore? Ancora una volta Pinotti e Gumpel, che a loro volta riprendono un’intervista alla baronessa Cordopatri cliente della Rasini, arrivano ad alcune conclusioni: dietro la Rasini c’è Giulio Andreotti, già dai tempi degli Azzaretto. «Certo è – scrivono a proposito dei motivi che hanno convinto i Rovelli prima e la Popolare di Lodi poi a rilevare la banca di piazza Mercanti – che una bancarotta della Rasini non avrebbe giovato a nessuno. Avrebbe richiamato gli ispettori della Banca d’Italia e creato uno scandalo. Andava impedito un altro caso Sindona. Si spiega così il colpo dei Rovelli: salvare una banca amica del Vaticano». Nel 1992 la Popolare di Lodi assorbe la Rasini. E il 5 settembre 2003 anche le tre società del Liechtenstein vengono cancellate. Evapora così, prima nel fuoco poi nel nulla, la memoria della banca dei segreti.