Chiare, fresche e dolci acque… se ci sono e se vengono democraticamente distribuite

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Nessun problema appare oggi così decisivo quale prova di buon governo del Paese più della gestione dell’acqua come bene della collettività. A Messina, da oltre una settimana, per una prevedibile semplice frana, le cose sono andate in modo tale da far ritenere fuori luogo tale affermazione. Si rompe una tubatura e nella città dove la signora senatrice Dorina Bianchi e il signor Ministro dell’Interno Angelino Alfano vorrebbero piantare piloni stratosferici per “gettare un ponte” tra cantieri siculi e calabri, l’intera popolazione rimane senza acqua. Lascio a voi ogni riflessione su tali bizzarre priorità di spesa: ponti sullo stretto prima di acqua sicura per tutti come l’art.43 della Costituzione recita. Almeno fino a quando Matteo Renzi, in accordo con Denis Verdini e i tanti Angelino Alfano e Dorina Bianchi, non provvederanno a cambiarlo o a sopprimerlo. Acqua (Bambara trattò il tema durante la campagna elettorale a Siena nella primavera 2011); Messina (la città dove Bambara cresce e studia pur essendo nata anagraficamente a Milano); Dorina Bianchi (è la persona che Bambara ritenne  possibile essere sua interlocutrice politica e professionale a prescindere da un rapporto di disistima che intercorreva tra me e la senatrice a causa – come detto altre volte – di informazioni riservatissime di cui la stessa diceva di essere in possesso e che “uomini dei servizi” le avevano fornito sconsigliandole di frequentarmi; diritti inalienabili (di cui Bambara si è sempre culturalmente e professionalmente interessata) sono quattro indizi che si fanno fascio e mi spingono a ricordare e postare un brano scritto dalla stessa Emanuela Bambara in tema d’acqua quale matrice aurea della Vita e della Pace. Chissà come si deve essere sentita da “messinese” in presenza di tale violenta condizione. Lo faccio anche stimolato dal fatto certo che, nel web, da alcuni giorni, in molti cercano “Emanuela Bambara” abbinando il suo nome a quello del sottoscritto. Mi dispiace per lei e per quanto di negativo le si dovesse riflettere da tanto disdicevole legame. Per lenire il danno, riproduco il brano a cui ho fatto riferimento nella speranza di fare cosa gradita alla Rete e all’autrice. Una riflessione sull’acqua ne tira un’altra per cui pubblico anche uno scritto di Scialom Bahbout che era – quando lo redigeva – Rabbino capo di Napoli e del Meridione d’Italia. Oggi Bahbout è rabbino nella prestigiosa Venezia e colgo l’occasione, se dovesse mai leggermi, per salutarlo e augurargli buon lavoro. Una ciliegia ne tira un’altra e, come si dice, non c’è due senza il tre: sul tema acqua, quindi, pubblico anche il brano a suo tempo scritto da Alberto Massari, persona amica che mi è cara come nessun altra. I tre brani sono tratti da una stessa pubblicazione che fu curata proprio da Alberto Massari in occasione della “propaganda” che decidemmo di attuare durante la già citata attività politica a Siena.

Forse in molti dobbiamo riflettere su cosa non deve più accadere a Messina, in Italia, nel Mondo.

Oreste Grani/Leo Rugens

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P.S.

Alcuni anni addietro sono stato a Palma di Montechiaro, comune siciliano famoso per alcuni record che oggi non ho voglia di ricordare per non deprimermi troppo, proprio con Bambara e quel Fabrizio Sanna di cui, in altro post, vi ho scritto. Mentre organizzavamo un convegno sull’emigrazione due notizie ci raggiunsero, raggelandoci: sulle spiagge del vicino Porto Empedocle erano stati rinvenuti (pescati nelle reti pietose) 35 cadaveri di migranti sfortunati provenienti dalla Libia (amici cretini, Gheddafi era il boss incontrastato della Libia ma la gente partiva e moriva come oggi. Un po’ meno ma come oggi) e nel territorio di Palma di Montechiaro, da 25 giorni, per la povera gente, mancava l’acqua. Dico per la povera gente perché per noi e i nostri ospiti in albergo era tutto normale. Accadeva oltre dieci anni addietro e tutto sembra immutato e immutabile.


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LA MATRICE AUREA DELLA VITA E DELLA PACE

L’acqua è la fonte della vita, il latte della Terra, «matrice del mondo e di tutte le sue creature», come bene affermava Paracelso nel 1500. È il “diritto dei diritti”, la risorsa primaria, bene comune e patrimonio dell’umanità Quante volte lo abbiamo sentito dire, o magari, noi stessi lo abbiamo dichiarato, con enfasi attutita dall’ovvietà di una convinzione a torto, invece, considerata condivisa. Il Referendum che ci apprestiamo a votare è sgradito testimone che quel principio che nella coscienza comune e nell’opinione popolare è stato sempre dato per scontato, assiomatico, viene oggi messo in discussione e, anzi, in pericolo, dalla stessa ipotesi di privatizzare l’acqua, e cioè, di trasformare in merce, in bene di lucro, e dunque, in strumento di potere, di sopraffazione, di sperequazione e di conflitto, la matrice stessa della vita.
La privatizzazione dell’acqua è in contrasto con un principio etico e civile fondamentale, finanche acquisito e riconosciuto esplicitamente nelle costituzioni nazionali e nei trattati internazionali, poiché coincide, essenzialmente, con il riconoscimento del diritto alla vita stessa. Soprattutto in questo secolo, in cui si registra una diminuzione significativa della disponibilità dell’acqua, inversamente proporzionale all’aumento del fabbisogno, con una sempre maggiore sperequazione nell’utilizzo e nell’accesso, numerose organizzazioni e istituzioni a livello mondiale si sono preoccupate di promuovere raccomandazioni e risoluzioni, convenzioni e trattati, programmi di sensibilizzazione pubblica e campagne mediatiche per promuovere una coscienza etica e politiche legislative a tutela di un equo accesso al primo dei diritti umani fondamentali, universali, inalienabili, inderogabili e imprescrittibili: il diritto all’acqua, cioè, il diritto alla vita. L’acqua è riconosciuto come diritto, per esempio, nelle Convenzioni ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale e di discriminazione contro le donne, sui diritti del fanciullo e delle persone con disabilità, per la protezione dei civili in tempo di guerra.
In particolare, la Risoluzione delle Nazioni Unite del 26 luglio 2010 sancisce all’art. 1 che, appunto: «L’acqua, “fonte di vita”, è un bene comune, che appartiene a tutti gli esseri umani e ad ogni specie vivente sulla Terra»; e quindi ribadisce, all’art. 3, che: «Il diritto all’acqua potabile e sicura e ai servizi igienici è un diritto essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani». E poiché, all’art. 5: «L’acqua è un bene disponibile in quantità limitata a livello locale e globale, pertanto va utilizzata senza sprechi e senza pregiudicarne la qualità presente e futura»; e dunque, all’art. 6: «La proprietà del bene “acqua” deve rimanere saldamente in mano pubblica; il governo e il controllo politico dell’acqua devono essere partecipati e democratici, inclusivi delle comunità locali». Per cui, all’art. 8: «Le istituzioni locali e nazionali – dai comuni allo Stato – devono assicurare gli investimenti necessari per garantire il diritto essenziale all’acqua potabile e ai servizi igienico- sanitari per tutti e l’uso sostenibile». Lo scienziato inglese Philip Ball, autore di H2O. Una biogra,ia dell’acqua (Rizzoli), indaga questo straordinario composto chimico, che è l’acqua, nei diversi aspetti (fisici e chimici, geologici, astronomici, storici, mitici, religiosi, spirituali, materiali e concettuali) e definisce con diversi nomi il liquido così speciale, anomalo, per la sua composizione e per il suo valore vitale; tra l’altro: linfa cosmica, vero elisir, e oro blu. La preziosità dell’oro, ricorda l’autore,
dipende non soltanto dal suo valore economico e materiale, ma anche, e soprattutto, dal suo valore simbolico, di perfezione spirituale, di raggiungimento delle mete di vita interiore. L’acqua è la condizione della stessa sopravvivenza dell’uomo, ed è, per l’umanità, anche «una forza di cambiamento sociale: una preziosa risorsa della quale far tesoro, da proteggere
e usare saggiamente, perché l’alternativa è la privazione, la malattia, il degrado ambientale, il conflitto e la morte».
Il nostro pianeta è composto per 2/3 d’acqua, di cui circa il 3,5% d’acqua dolce, la maggior parte della quale immobilizzata nelle calotte polari e nei ghiacciai, per cui meno dell’1% è potabile. La disponibilità dell’acqua per gli abitanti della Terra non è, dunque, infinita né inesauribile, ed è anzi sempre più ridotta rispetto all’aumento demografico, e distribuita in modo ineguale.
Da una verifica del 2010 degli Obiettivi del Terzo Millennio delle Nazioni Unite stabiliti nel 2008, risulta che i “poveri” d’acqua, i cittadini della Terra che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, sono oggi circa un miliardo. Le risorse idriche pro-capite si sono ridotte di quasi la metà negli ultimi 50 anni e gli esperti prevedono che diminuiscano di
oltre il 30% soltanto nei prossimi 15 anni, mentre il fabbisogno raddoppierà. Ben si comprende, allora, come l’acqua possa diventare un bene raro e strategico, suscettibile di speculazione e causa di conflitti. Una speculazione di un bene che ha una caratteristica unica tra tutti i beni, e cioè, che è un bene indispensabile alla vita. La privatizzazione dell’acqua significa riconoscere a pochi un diritto di proprietà sulla vita di tutti. La speculazione sull’acqua è una speculazione sulla vita. Le scelte politiche e legislative sull’acqua sono scelte etiche, sul mondo che vogliamo costruire e abitare e, perfino, se lasciare che il mondo viva e con quali abitanti.

EMANUELA BAMBARA


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ACQUE SUPERIORI E PURE

La tradizione mistica ebraica della Kabbalah individua nell’acqua il simbolo della sefirà Chessed che indica la qualità divina dell’amore, al contempo la Torà (il Pentateuco) è preso a simbolo stesso dell’acqua. Infatti, come la Torà simboleggia la vita morale, così l’acqua è lo strumento essenziale della vita materiale.
Il termine ebraico che traduce la parola acqua è màim מים . Alcuni fanno derivare la parola shamaim (שמים cielo) dall’unione di esh (אש fuoco, formato da due lettere delle quali la alef, la prima lettera, è muta) e di màim: i cieli sarebbero quindi l’unione di acqua e fuoco, oppure il cielo è il luogo in cui c’è l’acqua (sham màim).
Nell’ebraismo, l’acqua riveste un’importanza particolare. Se ne fa grande uso in molte circostanze: si lavano le mani al mattino, dicendo la relativa benedizione, versandola alternativamente sulle mani per purificarle prima di iniziare la giornata e porsi al servizio di Dio; si lavano le mani dicendo la benedizione prima del pasto (come facevano i sacerdoti
prima di mangiare il proprio pasto sacro); le donne si immergono nel Mikvè (bagno rituale) alla fine del ciclo mestruale in segno di purificazione; lo stesso fanno anche gli uomini prima di alcune feste solenni; chi viene accolto in seno al popolo ebraico convertendosi, deve immergersi completamente in un bagno rituale oppure in acqua di fonte o nel mare.
Una speciale festa era celebrata l’ultimo giorno della festa delle capanne (Simchat bet hashoevà) in cui si facevano giochi di acqua e molte manifestazioni di gioia.
Possiamo anche osservare che la parola maim מים (acqua) si scrive in ebraico con due mem diverse: la prima aperta e la seconda chiusa. Secondo i mistici questa particolarità rappresenterebbe allegoricamente l’acqua della creazione per la quale è detto: “Dio separò tra l’acqua inferiore da quella superiore”. L’acqua inferiore è quella tutti noi conosciamo,
mentre quella superiore non ci è nota. Questo sarebbe il motivo per cui la prima מ è aperta, mentre la seconda ם è chiusa, per indicare che all’uomo sfugge il significato dell’acqua superiore, mentre rimane alla sua portata solo quella inferiore.
Le due acque sono separate dalla lettera ebraica più piccola, la jod, che è la prima lettera del Nome quadrilittero della Divinità nella Bibbia: questo potrebbe forse insegnarci che, per preservarne la purezza, Dio ha voluto dividere le due acque. Sta all’uomo – che deve completare l’opera della creazione – far sì che le acque superiori alimentino quelle inferiori rendendole fertili.

SCIALOM BAHBOUT


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NUOVI DIRITTI

Il 12 e 13 giugno, gli italiani sono chiamati a esprimersi su alcuni quesiti referendari, due dei quali riguardano l’acqua che tutti i giorni scorre dai rubinetti delle abitazioni. Il comitato promotore, costituito da numerosi soggetti, ha raccolto un milione e quattrocentomila firme, dimostrando una forza inaspettata e un’altrettanto forte motivazione da parte dei firmatari.
Capofila ideale di questa numerosa schiera di cittadini consapevoli abbiamo eletto il Prof. Stefano Rodotà che da tempo studia con attenzione alcuni temi strategici per il futuro della democrazia: “no copyright, software libero, accesso all’acqua, al cibo, alla salute, alla conoscenza, ad Internet”, intesi come “nuovi diritti fondamentali della persona”.
È allarmante pensare che l’accesso all’acqua, al cibo e alla salute siano qualificati come nuovi diritti, tuttavia basta volgere lo sguardo a realtà a noi molto vicine, per esempio le periferie delle città o numerosi centri minori, per osservare livelli di povertà incompatibili con la dignità dei singoli garantita dalla Costituzione.
Di seguito è riportato il testo tratto dal sito del comitato promotore dei due referendum (www.acquabenecomune.org) che espone e commenta i due quesiti ai quali vi invitiamo a votare SÌ!

I QUESITI REFERENDARI
ESTENSORI
Gaetano Azzariti, ordinario di diritto costituzionale Università di Roma La Sapienza
Gianni Ferrara, emerito di diritto costituzionale Università di Roma La Sapienza
Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico Università di Napoli Federico II
Ugo Mattei, ordinario di diritto civile Università di Torino
Luca Nivarra, ordinario di diritto civile Università di Palermo
Stefano Rodotà, emerito di diritto civile Università di Roma La Sapienza

PRIMO QUESITO
Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione.

«Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea” convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?»

SECONDO QUESITO
Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma.
«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»

Finalità del primo quesito: fermare la privatizzazione dell’acqua. Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015. Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.

Finalità del secondo quesito: fuori i profitti dall’acqua. Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici: si impedisce di fare profitti sull’acqua.

ALBERTO MASSARI