Marco Di Stefano, da Marrazzo alla Leopolda, ma per strada s’è perso l’Alfredo

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Si avvicinano sia il maxi processo di Roma Capitale un po’ mafiosa sia l’intelligente e strategica apertura del Giubileo straordinario voluto da Papa Francesco nella Repubblica Centrafricana.

Centro e periferia come abbiamo sempre detto e nel nostro piccolo universo, teorizzato. Questi due eventi non dovrebbero in alcun modo incrociarsi vista la diversa statura dei protagonisti e dei loro dichiarati interessi e finalità. Eppure, alcune realtà su cui i carabinieri sono stati chiamati ad investigare, obbligano a ricordarsi che imprese di accoglienza coinvolte nel malaffare romano fanno riferimento, formale e sostanziale, alla Chiesa. Non certamente la Chiesa voluta da papa Bergoglio. Stiamo parlando, in modo inequivocabile, di strutture gestite da religiosi e coinvolte a diverso titolo nella maxi inchiesta. Mi riferisco ad esempio alla Domus Caritatis e alla Confraternita San Trifone. Intorno a queste strutture potrebbe emergere che certamente non di coppola si tratta ma non certo di bruscolini se è vero che in un anno la confraternita, solo su un centro di accoglienza profughi, ha fatturato 20 milioni. Speriamo inoltre che, durante il dibattimento, si chiarisca come sia possibile che per l’emergenza abitativa si scelgano appartamenti che risultano costare all’amministrazione capitolina fino a 3500 euro al mese. Altri, meno impegnativi (si fa per dire) scendono a 1200 euro mese. Auspico che tutta questa girandola di numeri siano bufale messe in giro artatamente da agenti provocatori e mestatori di professione  per generare nella popolazione già esausta per altro, quel sano odio aggiuntivo che potrebbe scatenare la rivolta contro i poteri dello Stato.

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Basta! Proviamo a non dire troppe cazzate e vediamo invece se qualcuno in aula conferma anche questi dati e queste sparizioni di denaro. Così come sarebbe utile, alla comprensione di quali complessità siano sotto intese a questo groviglio bituminoso, sapere se corrisponda al vero che Alfredo Guagnelli, l’assistente di tale Marco Di Stefano (uno dei politichetti coinvolti nella vicenda romana, deputato PD star e coordinatore dell’ultima Leopolda di Renzi Matteo) sia sparito nel nulla e per come non se ne trovano tracce, sia possibile ipotizzare che sia morto.

A questo punto dire “morto ammazzato” non fa una piega. L’assistente di Di Stefano o spunta da qualche parte o è deceduto e non per un raffreddore mal curato.

Oreste Grani/Leo Rugens

Corruzione, “indagato il deputato Pd Di Stefano”, protagonista alla Leopolda

Il tavolo lo aveva scelto lui. Roba seria, che odora tanto di moderno. “Pagamenti digitali” si chiamava il tema da svolgere scelto dal deputato del Pd Marco Di Stefano nel garage della Leopolda, l’assise renziana divenuta tappa obbligata per quei democratici che ci tengono a rimanere in sella. E chissà come ha presentato la questione della tracciabilità dei denari su quel tavolo, pensando all’inchiesta romana sulla vendita di palazzi all’Ente previdenziale dei medici che – secondo quanto ha rivelato Il Messaggero – lo vede indagato per una presunta tangente da 1,8 milioni di euro. Una cifra niente male, che per gli investigatori sarebbe arrivata dai costruttori romani Pulcini, finiti ai domiciliari per corruzione nell’ambito dell’inchiesta che ha colpito, a fine ottobre, il direttore regionale dell’agenzia del demanio del Lazio.

Secondo il quotidiano romano, la tangente sarebbe servita ad assicurare ai costruttori due contratti d’affitto a sei zeri per conto della “Lazio service”, società controllata della Regione. A raccontare della presunta mazzetta oversize è l’ex moglie del deputato del Pd, Gilda Renzi e Bruno Guagnelli, fratello del suo ex braccio destro, Alfredo: “Mio fratello mi disse, ridendo, che Daniele Pulcini diceva sempre che l’assessore era un ladro, perché aveva preteso un milione e 800mila euro per il buon esito di un affitto o di un acquisto di un palazzo di cui aveva bisogno la Regione Lazio nel 2009”, riporta Il Messaggero. Racconto che sarebbe stato poi confermato dall’ex moglie, ascoltata dagli ufficiali della Guardia di Finanza. Il deputato del Pd, dunque, avrebbe chiesto e ottenuto – secondo quanto trapela – i soldi quando occupava il ruolo di assessore al Demanio della giunta Marrazzo, prima di presentarsi alle elezioni per la Camera. Accusa che l’interessato respinge, spiegando che “quanto mi si attribuisce – si legge in una nota – esula completamente dalle competenze politiche che ho rivestivo nel 2008 e negli anni successivi”.

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Al caso si aggiunge un giallo, con una sparizione sospetta. Il testimone chiave Alfredo Guagnelli – che potrebbe confermare il racconto del fratello Bruno – è introvabile dall’8 ottobre del 2009, ovvero sei mesi dopo l’incasso di 300 mila euro che, per la Finanza di Roma, provenivano da una tangente partita dai costruttori Pulcini. A cinque anni dalla scomparsa la Procura ha deciso di firmare una specifica delega d’indagini, affidate alla sezione omicidi della Squadra mobile. Il fratello Bruno – che a sua volta oggi si sarebbe trasferito in Brasile – non ha mai creduto all’allontanamento volontario di Guagnelli. Il giorno della scomparsa l’ex braccio destro del deputato Di Stefano aveva detto agli amici di dover andare in treno a Firenze per un appuntamento, senza aggiungere altri dettagli.

Ma non è tutto. E’ sempre il Messaggero a riportare un’intercettazione del gennaio 2013 in cui il futuro parlamentare, non contento della posizione in lista, spara a zero sul Pd e sulle primarie indette in fretta e furia a ridosso del voto: “Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non è che so’ imbrogli finti, imbrogli ripresi, non è tollerabile questa storia… Se imbarcamo tutti, ricominciamo dai fondi del gruppo regionale. Sansone con tutti i filistei, casco io ma cascano pure gli altri”.