Un delitto passionale (Ponte di Nona) se opportunamente interpretato può essere catartico per l’intera città

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Ormai è chiaro che il duplice omicidio di Ponte di Nona ha origini in una tormentata storia d’amore e di “rispetto” mancato. Certamente il tutto è maturato in un degrado e in un contesto reso ancora più violento dal largo uso che in quel territorio si fa di droghe di ogni tipo, sia per uso personale e a fine di lucro vendendole a terzi. Da quelle parti se una donna mette al mondo dei bambini la questione – quasi sempre – diventa competenza del Tribunale dei minori e comunque di quel poco di “assistenza sociale” che si riesce a mettere in atto. Comunque,  lo sfacelo dell’amministrazione centrale si riverbera ancora più gravemente che in altre zone della città. Diritto alla casa, dice Papa Francesco (vedi post Papa Francesco ce l’ha insegnato, occupare una casa non è reato) e a Ponte di Nona in molti si sono dovuti impadronire di un alloggio. Diritto alla maternità e alla difesa del ruolo della donna afferma con forza ancora maggiore Papa Bergoglio e, da quelle parti, quando va bene, i figli vengono destinati con le madri (spesso a loro volta criminali) in case-famiglia. A volte gli “amori” (chiamiamoli così) finiscono con due ragazzi uccisi e l’assassino (già catturato) sarà condannato a 30 anni o poco meno. L’Elena contesa, causa di tanto male, sarà maledetta in eterno da madri e sorelle delle vittime e dell’assassino.

Nelle periferie romane ci vuole una rivoluzione culturale e un apostolato sul campo di cui ad oggi non si intravede lo skyline. Eppure, da quelle parti, l’alba e il tramonto, paradossalmente, sono bellissimi, in particolare quando i raggi del sole colpiscono, a chilometri di distanza, le finestre degli edifici sorti sulle colline dei Castelli Romani. A che pro tanta bellezza se la vita è perduta sin dalla primissima età? Si gioca a calcio per merito di qualche imprenditore locale a pochi metri da dove si è consumato il duplice efferato/disperato delitto ma niente di più. La speranza, come al solito, è di diventare un Totti. A centocinquanta metri in linea d’aria da dove i proiettili hanno fermato quelle due esistenze e hanno devastato la vita di altre decine di personaggi coinvolti a vario titolo (figli piccoli, fratelli, madri, padri lontani o vicini, amici fraterni, complici in mille piccoli reati quotidiani) si gioca in un Casinò di quelli che ormai sono presenti ovunque sul territorio nazionale. Si spera di diventare Totti o di fare fortuna con le slot: nessuno alla fine diventerà nessuno e nessuno vincerà un cazzo. Forse è ora di riflettere (rapidamente) e poi agire con risolutezza e fantasia se non si vuole che centinaia di migliaia di persone costrette a vivere in quei territori ritengano (a ragione) che la Repubblica ha passato la mano e che da loro eventualmente si pretende esclusivamente di pagare il canone RAI forzatamente immesso nella bolletta della luce. Luce che gli si è pronti a spegnere se – come potrebbe accadere – non riescano a pagare i bollettini di conto corrente con regolarità. Già che c’erano, i nostri onesti e ligi amministratori, potevano equamente distribuire il carico del canone (per continuare a mantenere lautamente i 10.000 ossequiosi imbellettatori della realtà) anche sulla bolletta dell’acqua così, lasciati al buio e senza possibilità di lavarsi, molti dei nostri compatrioti potevano ancor più facilmente scegliere di rimanere nelle mani di quella criminalità organizzata che con i proventi della droga, prostituzione usura, estorsioni concorre a rafforzare i numeri del PIL così come i veri delinquenti partitocratici hanno voluto che si considerassero tali attività criminali. Osservando l’andazzo in Sicilia, Calabria, Campania  e in quasi tutte le periferie delle grandi città si ha certezza che in troppi nei palazzi della Repubblica hanno deciso di spartirsi con la criminalità le risorse umane del Paese violando tutti i principi fondanti la Costituzione. A prescindere dal Senato, riformato renzianamente o meno.

Oreste Grani/Leo Rugens