Dal caos alla coscienza: anch’io, in tarda età, ho trovato il mio punto G.

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La vita, come si dice, mi ha riservato, soprattutto negli ultimi anni, non poche amarezze. In particolare ho conosciuto l’ingratitudine da parte di chi non mi aspettavo che provasse, “contro di me”, un tale sentimento. Mentre mi si faceva buio e il peso di queste “scortesie” cominciava a farsi sentire, è arrivato (non importa spiegare perché e come) a cambiare il mio stato d’animo, un bambino meraviglioso, un ragazzino (lo chiamo così ma in effetti ha solo sei mesi) che non cessa di stupirmi. È figlio di una persona a me carissima che, a differenza di altri, non mi ha mai fatto sentire, un solo giorno, mal giudicato per quanto ho messo in atto, certamente, commettendo anche non pochi passi falsi. Il piccolo/grande o il grande/piccolo che dir si voglia, vive da alcune settimane, con sua madre, a casa della mia compagna di avventura umana (anche lei, eroica, non mi ha abbandonato un solo minuto anche se mi critica ferocemente su tutto e per tutto ciò che ancora riesco di negativo a fare) e, questa loro presenza, madre, figlio e mio indiscusso tenero amore, in assoluta simbiosi, mi ha permesso di osservare come la vita del piccolo uomo, passo dopo passo, si organizzi. In queste ore (erano i primi giorni di quel grigio novembre), 43 anni addietro, per motivi che mi strazia ancora ricordare, mio figlio naturale veniva trasferito, all’età di 100 giorni, armi e bagagli, a casa dei miei genitori per rimanervi per tutta l’infanzia e gran parte dell’adolescenza. Trasferimento e lontananze che sono stati determinanti per la sua e, certamente, per la mia di vita.

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Tornando al piccoletto che la Provvidenza (o chi per lei) mi ha inviato, il vivere con lui è divenuto osservatorio privilegiato (quasi ogni ora del giorno è sotto i miei occhi) su come gli umani (chi più chi meno, a seconda di dove nascono) si organizzano mentalmente per affrontare la straordinaria avventura della vita. La presenza del “delinquentello” (così sento naturale chiamarlo) mi ha spinto a recuperare tra i materiali selezionati per la scuola di formazione di cui vi ho più volte parlato, alcune riflessioni e spunti didattici che mi sono sembrati attinenti a ciò che assisto accadere, giorno dopo giorno. A volte, credetemi, ora dopo ora. I ragionamenti che (in modo riduttivo se non maldestro e di questo me ne scuso) riporto sono opera di Colin Blakemore che di cervello e di comportamenti evolutivi mi è sempre sembrato capirne come pochi.

Mi è piaciuto, ad esempio, vedendo agire G. (il delinquentello ha diritto all’anonimato finché la madre non mi autorizzi diversamente) ricordare che noi tutti iniziamo il nostro lungo viaggio verso la conoscenza come la più piccola unità di materia vivente: un uovo fecondato. Se l’affermazione non è precisissima dal punto di vista scientifico, fatemela ugualmente passare. Alla nascita, il cervello di un essere umano, ci ricorda Blakemore, ha più cellule nervose di quante ne avrà mai in futuro anche se probabilmente il neonato non ha ancora mai avuto neanche un’esperienza conscia. Le cellule che daranno vita al cervello (quelle proprio e non altre!) fanno la loro comparsa circa 19 giorni dopo il concepimento e cominciano a moltiplicarsi rapidamente. Il problema dell’aborto si, aborto no, in parte, gira intorno a questo “informazione” e a questa questione etica. I neuroni si collegano alle vie nervose, e queste con altre vie, formando reti di stupefacente complessità. Gli organi di senso – gli occhi, le orecchie e la moltitudine di altri recettori presenti in tutto il corpo – spingono le loro lunghe fibre, dette assoni, fin dentro il sistema nervoso centrale. Mentre scrivo non posso non ricordare come e perché, oltre venti anni addietro, scelsi il ragionamento di Blakemore come esempio metaforico di come si dovesse provare (e ancora lo si potrebbe) a costruire un organismo/istituzione “intelligente”. Nel proseguo di questo post e di altri che dedicherò al mio trovato Punto G. (cretini, G. è l’niziale del bellissimo nome del deliquentello di cui sopra) non tornerò più sul senso metaforico e analogico di questo percorso mentale che mi ha spinto un giorno a ragionare di intelligenza dello Stato e a suggerire, anni dopo, di farne il cuore del Convegno “Lo Stato Intelligente” di cui vi ho parlato altre volte. Sappiate volgari, violenti, velleitari avversari di ciò che era mio intendimento fare che – comunque – riuscirò a portare a termine il disegno, resistendo un’ora più di voi. Oggi è quanto vedo con chiarezza (avevo è ho ragione io che, o l’Intelligence di un Paese é il suo stesso cervello/anima, come dice il maestro Le Carrè, o rimane semplicemente uno stipendificio che serve ad attaccare l’asino dove il padrone vuole e a giustificare sistematiche dispersioni di fondi come la storia, quasi macchiettistica, giudiziaria del settore, dimostra) in presenza dei segni riscontrabili, istante per istante, dello sviluppo del mio amichetto. Nel giro di sei anni questo bambino, con il suo cervello, percepirà il mondo, sarà padrone del linguaggio e consapevole del passato. Così si dovevano immaginare i piani di (ri)nascita del Servizio contestualmente alla riforma del 31 gennaio del 1977 e date successive. Oggi la “creatura” sarebbe grandicella e capace di badare a se stessa e alla Repubblica. Torniamo al racconto metaforico, promettendo di non tediarvi sempre meno su come avrebbe potuto funzionare il parallellismo.

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Nelle vie sensoriali dicevamo interne al cervello, lo sviluppo procede a cascata, dall’esterno verso il centro. Dalla periferia verso il centro, direbbe il cardinal Francesco Coccopalmerio come quando suggerì, a poche ore dalla elevazione di Bergoglio, la via che eleggendo il nuovo pontefice si sarebbe dovuta seguire se si fosse voluta fare nuovamente “intelligente” la Chiesa.

Le fibre sensoriali, sviluppandosi verso il centro, fanno capo a nuclei di neuroni intercalati lungo il percorso che conduce alla corteccia celebrale. Ovunque arrivino, gli assoni stimolano nella struttura che li accoglie (ecco il reclutamento e la selezione) una fase di crescita e di sviluppo che non bisogna “temere” ma anzi e soprattutto assecondare. Perché è questo l’inizio del vero organizzarsi del sistema immunologico. Che è il passaggio necessario a preservare e difendere la Vita che in quanto armoniosa tenderà ad essere equa e quindi “sicura”. Come dovrebbe essere una repubblica libera e democratica.

Una delle più sorprendenti scoperte emerse dalle ricerche degli ultimi quarant’anni è che, molto prima che il bambino venga alla luce, la Morte svolge, su larga scala, un ruolo cruciale nello sviluppo del cervello. Alcuni settimane prima della nascita, il nervo ottico che si diparte dall’occhio di una scimmia contiene oltre 2 milioni di fibre: il doppio che nell’animale adulto. Non mi sento di inoltrarmi su come si passi dalla scimmia (nei laboratori) all’uomo perché, solo a pensarci, mi sento in difficoltà emozionale pensando a tutti gli esperimenti “crudeli” che ci sono voluti. Via via che queste fibre penetrano nel cervello in formazione permanente (!) dirigendosi verso i loro obiettivi, alla ricerca di cellule con le giuste caratteristiche con cui connettersi, la Morte spazza la retina eliminando il vasto eccesso di cellule nervose e i loro assoni ormai superflui. In questo caso, il controllo della morte cellulare è in parte influenzato da una battaglia per la conquista dello spazio (la tanto detestata e temuta meritocrazia mi viene da pensare), che si svolge nel cervello fra gruppi di fibre che si dipartono da due occhi. Si è scoperto inoltre che molte cellule della corteccia cerebrale sembrano avere la capacità di inviare assoni verso bersagli inconsueti (avete capito cretini?) ma che successivamente, ad un determinato stadio di sviluppo, ritirano questi collegamenti e al loro posto ne stabiliscono di nuovi (avete capito cretini?) senza che le cellule muoiano. Spero che non ci sia più nessuno che non colga come la Natura sia maestra di strategia e come la bioemulazione della stessa sia la strada, a suo tempo abilmente tracciata dal Grande Architetto che ha sognato/disegnato l’insieme degli edifici, da seguire.Tutto questo movimento di cellule e assoni è ben lungi dall’essere uno spreco (come direbbero quegli uomini concreti e con i piedi per terra che Leo Rugens detesta) come potrebbe sembrare. È invece un’abile  trucco (a’mbecilli, avete capito?) che la Natura ha escogitato per perfezionare la complessa connettività del cervello, modellando la perfetta macchina neuronale a partire da una sovrabbondanza di cellule e da un eccesso di interconnessioni.

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Considerata fra gli avvenimenti che caratterizzano, in una sia pur tumultuosa successione, i primi mesi di vita del feto, la nascita appare una transizione secondaria. Essa, tuttavia, è ben più che un semplice passaggio da un ambiente fatto di liquido tiepido, nel quale tutte le esigenze corporali sono soddisfatte attraverso il cordone ombelicale, a un freddo mondo fatto di aria da respirare e di cibo da ingerire e, soprattutto, da digerire. La nascita è l’emergere del bambino (spero che un giorno, caro tenero G., tu possa leggere queste riflessioni che mi hai aiutato a fare e a trovare il coraggio civile e culturale di donare a chi ne volesse fare uso) dall’oscura continuità dell’utero al dominio dell’esperienza (vedete che ci siamo e che ci avviciniamo al tema dei temi che è quello del tempo – apparentemente troppo lungo agli occhi dei frettolosi ciucci presuntuosi – necessario per  capire e affrontare le prove che solo “il campo” può offrire), ad un universo differente, dove è bombardato (perché di guerra/e stiamo parlando) da infiniti e variegati stimoli sensoriali. È quasi impossibile (ad oggi) immaginare le percezioni di un neonato, ma è facile comprendere perché William James le abbia descritte come “una confusione brulicante e ronzante”.

Fino a pochi anni fa, gli psicologi dell’età evolutiva praticamente ignoravano il primo e il secondo anno di vita. Ora invece usano tecniche sempre più ingegnose per esplorare la mente del bambino ancora privo della parola. Ciò che noi sappiamo delle percezioni, dei pensieri e dei sentimenti degli altri esseri umani proviene per lo più da ciò che essi ci dicono. È così anche nel campo a cui, dalla prima riga scritta in questo post, alludiamo. Un problema è: come facciamo a sapere cosa sa un bambino? Evidentemente ci serve un altro modo di chiederlo se siamo interessati realmente saperlo questo qualcosa che lui sa o dovrebbe sapere. Abbiamo bisogno, con l’infante e con altri, di trovare un’altro modo di chiedere, un altro canale attraverso cui una mente può evadere i propri limiti e confini e arrivare a  soddisfare il proprio bisogno di comunicare ciò che si sa o che si vuole sapere. Una cosa su cui il nostro neonato eccelle è succhiare. Anche nell’altro campo a cui alludiamo, è così. Si sono fatti non pochi esperimenti per osservare e misurare le reazioni di suzione e le preferenze dei bambini appena nati. Queste preferenze si abbinano al primo dei sensi su cui mi voglio oggi soffermare e che è quello dell’udito. La voce della madre determina reazioni diverse da quelli di altri suoni anche artificialmente costruiti. La funzione dell’ascolto e del “formatore” capace di accompagnare il neonato/l’allievo a sapersi organizzare potete quindi, nel gioco metaforico che ho scelto, capire quanto lo ritenga importante.  Questa ultima affermazione si porta dietro quella della capacità di essere madri (formatrici quindi) all’altezza della complessità che il resto della vita dell’individuo scelto/voluto drammaticamente pone. Chi formerà “madri” all’altezza del compito?

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I bambini sanno certamente succhiare e anche in modo intelligente, quindi. Basandoci su questa certezza, non è questione da poco quella del latte, della tetta e di un capezzolo atto al nutrimento. Caro G., non ti spaventare ma sappi che siamo solo al primo post a te personalmente dedicato e a questi vitali argomenti. Comunque, sento nuovamente (e qui ringrazio tutti quelli che mi stanno aiutando) di aver tempo per scrivere e tu altrettanto per prepararti a saper parlare e leggere e mandarmi a quel paese. Intanto mi godo la tua straordinaria vitalità ed intelligenza. Grazie a te, a tua madre e soprattutto a chi ha fatto in modo (con saggezza preventiva e capacità di soluzioni dei problemi annessi e connessi) che voi poteste essere ospitati,e così facendo tornare la Speranza, che come si sa, è l’ultima signora/regina a morire. Prima di quella imperatrice indiscussa che la Morte.

Fine 1° post dedicato all’intelligenza in divenire di G. o a chi per lui.

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Oreste Grani grazie anche a G. ancora Leone Ruggente