Cosa lega Luigi Bisignani all’arresto dei 14 membri dell’ex CdA delle Pagine Gialle?

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Pagine Gialle? Ritengo che nell’ultimo decennio, quando proprio non sapevate a che pensare di meglio, un volta vi sarete chiesti: “Ma a che servono le Pagine Gialle in versione cartacea, chi le stampa, chi le paga? A cosa servissero, ritengo che si possa rispondere “a poco o niente”, non andando così lontano dal vero. “Chi le paga?”, mi sembra di ricordare che ci fossero delle tariffe per inserzionisti valide nel giurassico della telefonia o altri trucchi contabili presenti in bolletta Sip/Telecom. Ma potrei sbagliare e non vorrei quindi insinuare nulla. Sono certo di chi invece le mitiche Pagine Gialle le stampasse: la ILTE di Torino, cioè Luigi Bisignani. La ILTE, se ben ricordo, stampava perfino gli elenchi telefonici della Libia di Gheddafi.

Proprio lui, il Bisignani della P2, P3, P4, P all’infinito, sempre rinnovata nella forma ma non nelle finalità.

Parliamo non di vecchie storie stantie riconducibili all’ultra novantenne Licio Gelli ma di una forma tentacolare polpopiovresca che attraverso un trasversalissimo cupolone (da non confondere con l’altro cattolico apostolico romano) politico-affaristico-massonico-giudiziario tenta periodicamente di tenere in scacco e al suo servizio l’Italia o quello che ne rimane. Un mostro degli abissi che af-fratella (arraffa, arraffa fratello!) esponenti del centro, di destra e della sinistra. Un mostro inaffondabile, con un suo Capitano Nemo , in versione maligna, interpretato da decenni sempre da Luigi Bisignani. In molti ritengono di sapere già chi esso sia ma io, viceversa, mi permetto di reiterare alcuni nostri post a lui dedicati e di ricordare ancora una volta che non poche  figure in servizio permanente effettivo negli organi dello Stato, con o senza stellette, maschi o femmine, subiscono ancora il fascino di questo Ken Follett mancato. Vediamo se il filibustiere sempre in piedi, messo al bando da quel Vaticano che lo ha abbandonato, per scelta o perché non può non essere fedele a Papa Francesco, ora riesce a sopravvivere anche all’effetto domino degli arresti odierni relativi al CdA delle Pagine Gialle. Dalle parti di Leo Rugens si dice che “Luigino sempre in piedi” sta per afflosciarsi, definitivamente. Vediamo se il “figlioccio” del “divo” Andreotti si sottrae anche questa volta al granchio d’acciaio che vuole decretarne la morte civile. Quella naturale sono affari suoi e della sua coscienza.

Anche Bisignani si arrende a Di Pietro
L’ ultimo sberleffo gli e’ arrivato da Umberto Bossi. “Bisignani? Una volta mi diede un suo libro, si intitolava “Nostra signora di…nostra signora di non so che”. Ci fece pure una dedica: “Al presidente del consiglio del futuro”. La solita scemata che mettono tutti”. E lo schiaffo in diretta tv a Luigi Bisignani, l’ uomo che scriveva storie di spionaggio e che e’ finito in una trama superiore ad ogni immaginazione: l’ Enimont. L’ uomo che ha portato i 93 miliardi della maxitangente nella banca del Vaticano. L’ uomo che e’ sfuggito in modo inquietante alle polizie di mezzo mondo con una doppia latitanza. E che infine ieri mattina si e’ arreso ad Antonio Di Pietro. L’ annuncio e’ stato dato nell’ aula del processo Cusani dallo stesso Di Pietro. Senza nascondere l’ orgoglio, il pm ha detto: “Un quarto d’ ora fa Bisignani si e’ consegnato a me. Se interessa…”. Eccome se interessa! Bisignani e’ al centro di una ragnatela di misteri, costruita intorno all’ Enimont, il capolavoro del malaffare. A soli quarant’ anni l’ ex caporedattore dell’ Ansa, iscritto nelle liste della P2 e diventato il responsabile delle relazioni esterne dei Ferruzzi, puo’ vantare un curriculum degno delle sue spy story. La sua ombra compare in tutte le leggende della chimica piu’ velenosa. Con una mediazione incredibile: fare intervenire lo Ior, la banca del Vaticano, nel riciclaggio dei cct dalla supermazzetta. Quei soldi erano il buco nero dell’ inchiesta. Poi il 18 dicembre il segreto e’ caduto. Per la prima volta l’ istituto pontificio ha collaborato con i giudici italiani. E si e’ scoperto che la gran parte di quei miliardi, oltre cinquanta, era finita su un conto lussemburghese. Un deposito che l’ accusa ritiene intestato a Mauro Giallombardo, uomo di fiducia di Bettino Craxi. Altri rivoli a nove zeri sono arrivati nei conti della Dc romana e dei referenti dei Ferruzzi. Tutto . comunica ufficialmente la Santa Sede . su disposizione di Bisignani. Crollato il muro dello Ior, la fuga del giornalista perdeva di significato. E diventava sempre piu’ difficile, anche per un esperto come lui che passava per il “Ken Follett” italiano. Il nucleo di polizia tributaria gli dava una caccia terribile. I finanzieri di “Mani pulite” erano gia’ riusciti a stanarlo a Londra nell’ elegante quartiere di Earl Court. Il latitante se la prendeva comoda: abitazione signorile, figli iscritti a settembre nella migliore scuola. Ma gli investigatori italiani lo hanno individuato e si sono rivolti ai colleghi di Scotland Yard. Quando i poliziotti britannici hanno bussato, nella sua casa londinese c’ era solo un distinto maggiordomo: “Mister Bisignani has just left”. Ossia: “Il signor Bisignani se ne e’ appena andato”. Un episodio che ha alimentato altri misteri: chi lo aveva avvertito? Gherardo Colombo, il giudice che scopri’ le liste di Licio Gelli e che adesso indaga su Tangentopoli, lo ha sottolineato nel processo alla loggia segreta: “Quando l’ inchiesta Mani pulite si imbatte in uomini della P2 succedono cose strane”. Mentre la procura si infuriava contro i poteri occulti, Bisignani continuava la sua crociera. Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, forse passando per Parigi. Fino a Chicago, ultima tappa. Ormai era diventato un veterano della clandestinita’ . Il primo ordine di cattura contro di lui era stato firmato dal gip Italo Ghitti a fine luglio, con la grande retata dell’ Enimont. Secondo la procura, il suo compito era chiaro: aveva gestito la fetta di tangente destinata a Paolo Cirino Pomicino. Per l’ accusa quella era la parte che spettava alla corrente andreottiana. E il giornalista era sempre stato considerato molto vicino al gruppo del Divo Giulio. Nel suo passato c’ era anche un’ esperienza come capo ufficio stampa di Gaetano Stammati, il ministro andreottiano dell’ Eni Petromin: uno scandalo dove petrolio e P2 si intrecciano. A meta’ settembre la Cassazione annulla quel provvedimento per un vizio di forma. E il latitante riappare. Si presenta nei corridoi della procura per una deposizione spontanea con il sapore della beffa. Ai sostituti procuratori Colombo e Francesco Greco racconta poco o nulla e se ne va. Completamente libero. La tregua dura poco: il 19 ottobre Ghitti firma un nuovo mandato. Identico il reato, identico il risultato: Bisignani riprende il volo. La sua assenza non ferma i magistrati: il suo fascicolo continua a lievitare. Un ritratto che diventa sempre piu’ scuro: non solo il postino di una bustarella, ma il regista di gran parte delle relazioni pericolose tra i Ferruzzi e i partiti. Un compito che continua a mantenere anche dopo l’ esilio di Raul Gardini e l’ arrivo sul trono di Carlo Sama. E che gli ha fruttato, come ha spiegato in aula lo stesso Sama, un regalo di quattro miliardi. Ovviamente pagati con i cct. Oltre che con i politici, Bisignani manteneva ottimi rapporti pure con i cardinali. Ed eccolo escogitare un piccolo capolavoro: il trasferimento del tangentone attraverso la Santa Sede. Quale banca piu’ sicura dello Ior, l’ istituto che aveva resistito per anni persino ai terribili giudici del crac Ambrosiano? Un calcolo distrutto dalla rivoluzione di Mani pulite. Bisignani assiste al crollo da lontano. A Milano, nelle udienze del processo Cusani, si continuava a ripetere il suo nome. A tutti i testimoni veniva rivolta la stessa domanda: “Conosce Bisignani?”. E ieri mattina alle nove il colpo di scena. Nell’ aula arriva un altro pubblico ministero, Piercamillo Davigo. Di Pietro sussurra alla sua scorta: “Preparate la macchina…”. Poi chiede: “Presidente, chiedo scusa ma mi devo assentare per un paio d’ ore”. Via fino all’ aeroporto della Malpensa. Il jet dell’ American Airlines proveniente da Chicago era atterrato pochi minuti prima, alle 9.55. Bisignani stretto in un loden verde parla con i suoi difensori Francesco Paola e Fabio Belloni. Scambia anche poche frasi con Di Pietro. I finanzieri finalmente riescono ad ammanettarlo e lo portano nel comando dove viene notificato il mandato di cattura. E poi un’ altra corsa, verso il penitenziario di Opera. E il carcere dell’ Enimont: li’ sono stati reclusi tutti i protagonisti dell’ affare maledetto. E li’ oggi davanti al gip Ghitti potrebbe venire scritto un altro capitolo di questo giallo infinito. Ma Di Pietro ha promesso al presidente Tarantola che non lo interroghera’ : da gran prestigiatore vuole fare spuntare le sorprese in aula, nella testimonianza gia’ fissata per la prossima settimana.

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Portaborse con vocazione letteraria, Andreotti il suo primo sponsor

Luigi Bisignani, tra tanti del sottobosco politico che hanno guadagnato la notorieta’ per un incarceramento marca Tangentopoli, merita uno spazio a parte. Un po’ perche’ nella categoria dei portaborse tuttofare . quelli disposti anche a “sporcarsi le mani” . e’ una star. Un po’ perche’ la sua storia caratterizza bene quella mentalita’ , molto italiana, che considera le furbizie, gli intrallazzi e le amicizie giuste, una strada per arrivare presto al successo: mentre la realta’ insegna che portano piu’ spesso dritti in galera. Bisignani ha 40 anni, laurea in Economia, moglie e quattro figli. Il padre era un dirigente della Pirelli Argentina, amico di Giulio Andreotti e molto stimato negli ambienti massonici. Mori’ presto e Luigi, con il fratello Giovanni (ora all’ Alitalia), fu affidato proprio al potente leader dc. A 20 anni era gia’ giornalista dell’ agenzia Ansa. Ma l’ impegno civile di informare lo interessava poco. Gli piaceva di piu’ il profumo del potere. A 23 anni divenne addetto stampa di Gaetano Stammati, discusso ministro, naturalmente in governi Andreotti. Nell’ 81 scoppio’ lo scandalo P2. Bisignani risulto’ con Stammati nella loggia di Licio Gelli. L’ Ordine dei giornalisti, pero’ , lo giustifico’ e non perse lo stipendio dell’ Ansa. Ma l’ ambizione di sfondare in prima persona s’ infranse. Si rassegno’ a muoversi nell’ ombra. E, instancabile, inteccio’ contatti coi notabili del Palazzo, del Vaticano, dell’ esercito, di aziende, di banche e di poteri non sempre palesi. Aveva libero accesso nell’ ufficio di Andreotti e non rinnego’ mai i rapporti con Gelli. Sbandierava tante altre amicizie eccellenti: dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, a quello dell’ Iri Romano Prodi, al direttore della Banca d’ Italia Lamberto Dini, fino a politici, finanzieri, manager, militari, faccendieri, attrici note e meno note. A sopresa, si cimento’ in un vero lavoro. Usando come spunto le sue esperienze, scrisse una spy story politico affaristica clericale, che l’ editore Rusconi pubblico’ nell’ 88 col titolo “Il sigillo della porpora”. Per il dibattito di presentazione si esposero Andreotti (allora ministro degli Esteri), il craxiano Giuliano Ferrara e il noto critico Enzo Siciliano. La pubblicita’ , diretta e indiretta, fu massiccia. E il libro ristampo’ ben quattro edizioni. Siamo alla fine degli anni Ottanta. C’ era il boom. Della P2 non si parlava piu’ . Cosi’ , come Andreotti ridivento’ capo del governo, Bisignani lo segui’ a Palazzo Chigi, per tenere i collegamenti, anche col luogotenente andreottiano Pomicino. Ma non aveva incarichi ufficiali. Lo stipendio lo passava sempre l’ Ansa, dove era diventato caporedattore con “incarichi speciali”, alle dipendenze del direttore Giulio Caselli: scavalcando tanti colleghi piu’ anziani e piu’ presenti in redazione. Siamo in epoca Enimont. Le tangenti di Gardini e dei Ferruzzi piovvero sui politici anche tramite la banca Ior del Vaticano. Bisignani si presto’ per compiti delicati. Fece perfino celebrare nella Sede di Pietro il matrimonio tra la vedova Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama, tornato scapolo con una sentenza della Sacra Rota. Nel 92′ usci’ il secondo romanzo, “Nostra signora del Kgb”, di impronta anticomunista. Ma Andreotti perse la corsa per il Quirinale e lui riparo’ a capo delle Relazioni esterne dei Ferruzzi. Dipendeva da Sama, che era diventato il nuovo leader della famiglia ravennate e comandava, pur senza esperienza manageriale, anche alla Montedison. Bisignani teneva i rapporti col Palazzo. Metteva bocca nel quotidiano del gruppo Messaggero. Ottenne la poltrona di consigliere dell’ Ansa e acquisto’ autorita’ presso tanti giornalisti ambiziosi. Sembro’ perfino recuperare sul fratello, che (con la spinta di Andreotti) era alla guida dell’ Alitalia, senza aver mai gestito prima un’ azienda. Andreotti pero’ e’ franato. L’ inchiesta sulle tangenti Enimont e’ esplosa. E a Luigi, come con Stammati e a Palazzo Chigi, e’ andata male presto. L’ accusano di aver intermediato tangenti per il suo padrone Sama, che le elargiva praticamente a ogni politico con un minimo di potere. Da un mandato di cattura s’ e’ salvato per un errore formale. Il secondo l’ ha costretto alla latitanza e, da ieri, in galera. Qui scrivera’ un altro libro?

Questo è quanto scrivevano di lui, sul Corriere della Sera del 8 gennaio del 1994, i giornalisti Giancarlo Di Feo e Ivo Caizzi. Solo apparentemente notizie datate. Basterà aggiungere la cronaca del 48% degli scandali scoppiati in Italia da quel momento in poi e starete leggendo il proseguo della storia di Luigi Bisignani intrecciata a quella del vostro martoriato Paese. Il 52% non coperto è per il 48% appannaggio di Giancarlo Elia Valori e il residuo 4% è avvenuto per iniziativa di mascalzoni che non sopportavano di avere padroni. Ci sono, come è naturale, anche nel malaffare gli uomini liberi. Ma come vedete ci sono anche delle priorità: se in Italia non vi impegnate a mettere mano alla sradicamento delle due male piante primarie (Bisignani/Valori) che le percentuali vi indicano (potremmo essere disponibili a tenerci quel fisiologico 4% di criminali che hanno agito a prescindere dai cupoloni) non c’è futuro di vendemmie possibili: il vino se lo berranno sempre loro e a voi vi lasceranno la feccia mentre paradossalmente “la feccia” sono loro.

Oreste Grani