Grazie a G. e al suo cervello in formazione ho ricordato Andrea Lagomarsini che saluto e ringrazio con affetto

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Alcuni di voi hanno gradito – trovandolo insolito – il ragionamento sul neonato e il suo cervello in divenire messo in relazione metaforica con la necessaria capacità di veder crescere l’Intelligenza dello Stato.  Proseguo quindi questo pensiero a ruota libera sul cervello del neonato e i modi con cui apprende e arriva a controllare la complessità che gli si presenta dinanzi dopo la nascita. Lo faccio con gli ovvi limiti scientifici che connotano un non addetto ai lavori principalmente per poter, mentre scrivo, pensare al mio piccolo punto G. che ormai spero tutti sappiate non essere altro che l’iniziale del delinquentello di cui mi sono innamorato (Dal caos alla coscienza… ).

Ho fatto cenno alla capacita del feto/neonato di udire e di imparare. Ora vediamo se riesco a scrivere qualcosa di comprensibile e di significativo sulla capacità di vedere. Passo al vedere perché insieme all’udire stiamo parlando di facoltà senza le quali nessun organismo preposto alla Sicurezza dello Stato ha speranza di saper svolgere il proprio dovere e adempiere alle proprie finalità. Perché è di questo che sempre, alla fine, nel blog proviamo a scrivere e, se siamo in grado, ragionare stimolando riflessioni sulla complessità della materia “intelligence ubiqua” come la chiamo, formalmente, dal 2005 e che ora i cittadini organizzatisi nel M5S hanno denominato recentemente “Intelligence collettiva”. Definizione abile che aiuta a capire subito il punto di vista sul tema, rendendolo meno oscuro e temibile. Era ora e con queste parole intendo inviare, unilateralmente, un grazie a chi si sta attivando (il cittadino e deputato Angelo Tofalo) a sostegno di questo strategico ragionamento, senza il quale come ho sempre detto, non riconquisteremo la democrazia e con essa la necessaria sovranità.

I ricercatori già da molti anni sono in grado di studiare la percezione del bambino e per capirne i meccanismi hanno prima utilizzato le sue preferenze naturali combinate con la semplice reazione dei movimenti degli occhi e della testa.

Messo di fronte a due immagini proiettate su uno schermo bianco, il neonato volgerà lo sguardo verso quella che presenterà più motivi, più linee e contorni. Se una delle due è una serie di linee bianche e nere e l’altra è semplicemente una macchia grigia di intensità media più o meno omogenea, il bambino volgerà lo sguardo verso le strisce. È quindi possibile misurare l’acutezza visiva di bambini piccolissimi, restringendo gradualmente le strisce finché questi, di colpo, smettono di preferirle.

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Ciò, anche a uno grezzo come me, indica quale sia il dettaglio più sottile (in altra sede diremmo “l’indizio più tenue e sfumato”) che il bambino è in grado di apprezzare e, successivamente, tenerne conto. Ad oggi risulta che la vista di un neonato è meno acuta di quella di un ratto adulto, e 50 volte meno di un essere umano adulto. Ma anche questa capacità mediocre consente al bambino di rapportarsi al suo ambiente visivo. Il bambino è sostanzialmente miope, cioè mette meglio a fuoco gli oggetti (in altra sede diremmo gli avvenimenti e  i personaggi) che si trovano a breve distanza dai suoi occhi: all’incirca, la distanza che lo separa dal volto della madre quando sta tra le sue braccia, oppure quando è disteso nella culla.

Sappiamo molto ma ancora lo si può definire in apparente contraddizione, “ben poco” del modo in cui il cervello si organizza via via che percorre le successive tappe neurologiche dello sviluppo, ma è assai probabile che i segnali provenienti dagli organi di senso e trasmessi lungo i nervi aiutino il cervello a ricostruire e raffinare i propri circuiti, così da sviluppare meccanismi atti a riconoscere le connessioni abituali tra forme  e suoni. Così facendo si prepara al gran balzo che lo definirà adulto del saper vedere ciò che c’è “ma non si vede”, abilità che è alla base di ogni attività intelligente ed investigativa.

Il riconoscimento di combinazioni abituali di stimoli nell’ambiente esterno è la base di ogni capacità futura di organizzare classificazioni complesse e non solo di quelle che  consentono di distinguere un cane da un gatto o una persona da un’altra. Il bambino entro i primi tre mesi di vita ha già imparato a riconoscere diversi volti umani: una delle  capcità visive più sofisticate e più importanti che possediamo. Come sa bene chi, usando l’amica elettronica, si è indirizzato a dare vita a macchine capaci di riconoscere un volto, tra miliardi di altri, prima che compia, se intenzionato a farlo, l’atto suicida/iconoclastico.

Il gioco metaforico che l’osservare G. mi ha suggerito continua perché, tra l’altro mi spinge, in modo benefico, indietro nel tempo, facendomi ricordare persone e intelligenze dedicate a queste straordinari settori della ricerca (e della possibile convivenza sicura) che mi mancano e che solo la stupidità e la viltà di alcuni uomini me li ha fatti perdere “di vista”. Uno di questi mi ha scritto, recentemente, parole umane e riparatrici di strappi che non dovevano determinarsi facendomi piacere e consolandomi non poco.  Colgo l’occasione per salutare Andrea Lagomarsini, la sua intelligente consorte e i figli che non ho potuto conoscere.

Con dispiacere.

Continua.

Oreste Grani/Leo Rugens

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