Post dedicato ad “Anonymous” e ad una intellettuale che sembra ignorare la grazia implicita nell’anonimato

anonymus

“Lo sapevano già Platone ed Aristotele: la società democratica è anonima. E da questo anonimato trae tanto la sua forza che la sua debolezza. L’anonimato è ciò che costituisce la massa in luogo della gerarchia, che sostituisce una persona, una maschera sociale intercambiabile, alla  continuità della famiglia e della stirpe, che fa  prevalere l’aspetto aritmetico su quello qualitativo; e che suppone anche che in media la gente faccia scelte conformi ai propri interessi, che dunque nessuno sappia meglio di nessun altro quale sia l’interesse collettivo.”

Qualche ora addietro pranzavo con un caro e intelligentissimo amico (offriva lui, a me e ad altri, un pranzo di lavoro e di ragionamenti sulla delicata fase che attraversa il Paese e su cosa fosse opportuno fare per affrontare responsabilmente i tempi complessi che si delineano) e si parlava, tra l’altro, di cosa può spingere, in modo risolutivo, i cittadini a comportamenti equilibrati e di rispetto delle regole e lui, coerentemente con la sua formazione profondamente liberale, suggeriva condizioni senza le quali il rispetto della norma non sarebbe mai stata “liberamente” scelta. I toni e i contenuti della conversazione erano di qualità tale da farmi chiedere perché questo Paese debba essere ridotto come è ridotto, avvinto dagli esiti di mille comportamenti illeciti e di pulsioni alla sopraffazione di uno sull’altro, quando, viceversa, quattro cittadini – nell’anonimato – sono capaci di arrivare, in un lasso di tempo breve (la durata di un pranzo), in una cornice semplice ma conviviale, a decisioni operative prese nell’interesse dello Stato repubblicano e senza trascurare, nel compiere tali scelte, il proprio equo legittimo tornaconto personale e questo metodo di facile attuazione (volendolo) non possa essere anche quello del “governo della Nazione”? Forse perché il tavolo affianco al nostro era composto da quattro “noti”, a cominciare da Bobo Craxi, e noi, che altrettanto trattavamo argomenti legati agli interessi collettivi, lo facevamo in spirito, che chiamerei “anonimo”? Questa vicinanza e al tempo queste differenze, mi hanno spinto, tornato a casa, a cercare un brano che ricordavo tra quelli scelti, anni addietro, per dare spunto a eventuali momenti d’aula legati al percorso formativo ideato per addestrarsi all’aristocratica arte del ritirarsi sapendo dire di NO.

Ugo-Volli

Sono riuscito a trovare il brano (Anonimato e notorietà) e a ricordare il nome, Ugo Volli, del docente di Filosofia del linguaggio all’Università Statale di Milano, che aveva elaborato le considerazioni che vi prego di leggere, con la raccomandazione di notare la data in cui furono scritte: marzo del 1992. Da pochi giorni era stato arrestato, in flagrante reato di corruzione, grazie anche ad una intelligente investigazione facilitata da tecnologia celata artigianalmente in una penna (spero di ricordare bene), il “mariuolo” socialista Mario Chiesa, nel suo ufficio al Trivulzio, a Milano, in quel momento “capitale” della corruzione politica ed amministrativa. Con quell’arresto iniziava la grande operazione giudiziaria-politica che ancora è denominata “mani pulite” e che avrebbe dovuto azzerare il malaffare nelle istituzioni facendo risorgere, da quelle macerie morali e giudiziari, la nuova Repubblica. Sembrò per qualche tempo ma non fu così e ancora mi chiedo perché. Fattomi anziano, 23 anni dopo, so che ieri a pranzo, ancora di tecnologie intelligenti utili ad eventuali investigazioni si parlava al mio tavolo e a quello a fianco viceversa si ragionava, con i soliti toni (niente di illecito tengo a precisare) della “res publica”. Nel caso specifico, il tema erano cose interne alla RAI ma sarebbero potute essere promozioni in Finmeccanica, piuttosto che un organigramma ministeriale o la scelta di un fornitore per la mensa di un asilo comunale. Vicini i tavoli da pranzo, quattro loro, quattro noi, eppure lontanissimi gli approcci. Ritengo che sia un problema culturale irrisolto di reclutamento, selezione e formazione di chi debba divenire custode della cosa pubblica e con quali motivazioni di fondo.

Leggete e mi scuso nel caso vi sembrasse che il brano, lungo, c’entri “come i cavoli a merenda” o, a pranzo, che dir si voglia.

Oreste Grani/Leo Rugens

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