Un equilibrio difficile fra sicurezza e diritti – Anna Pintore

 

 

Parigi, 17 giugno 1939, l'ultima esecuzione pubblica mediante ghigliotttina; Eugen Weidmann il nome del condannato

Parigi, 17 giugno 1939, l’ultima esecuzione pubblica mediante ghigliotttina; Eugen Weidmann il nome del condannato. La redazione è fermamente contraria alla pena di morte così come alla tortura.

 

La discussione odierna* sui rapporti tra diritti e sicurezza sembra quasi ipnotizzata dall’immagine della bilancia su cui pesare le due poste in gioco. Nell’ambito della cultura liberale, i più escludono che il terrorismo qaedista ci costringa a ridisegnare i rapporti tra diritti e sicurezza e giudicano con inquietudine le politiche antiterrorismo adottate dopo l’11 settembre. Talora si giunge perfino a raffigurare le nostre democrazie come in bilico o addirittura in caduta libera su un pendio scivoloso che condurrà allo stato di polizia e all’autoritarismo. Sono dell’opinione che questa rappresentazione a tinte forti sia da respingere.

Vorrei subito osservare che in qualunque democrazia liberale lo spazio dei diritti viene costantemente determinato in rapporto a ragioni di sicurezza (tale determinazione è, infatti, un problema del tutto estraneo ai regimi illiberali). Ad esempio, il diritto e il processo penale non sono altro che il prodotto in grande stile di un bilanciamento tra diritti e sicurezza, in cui le ragioni dell’efficacia deterrente e retributiva sono costantemente commisurate alle ragioni della libertà personale. Talora queste ragioni sono tra loro solidali: la lunghezza dei processi ad esempio va a detrimento sia della sicurezza che della libertà; talora vengono considerate prevalenti le ragioni della libertà: è il caso della presunzione di non colpevolezza; talora quelle della sicurezza: è il caso della carcerazione preventiva. Il risultato di questo bilanciamento, almeno nella sua ossatura, è talmente collaudato da non essere neppure percepito come tale. Non viene percepita come tale la circostanza che l’astratto territorio delle esplicazioni possibili della libertà naturale viene sempre circondato da confini dettati, fra le altre, da ragioni di sicurezza. Ciò non significa naturalmente che tale equilibrio sia incontestato in tutti i suoi aspetti, tantomeno che sia l’unico possibile.

 

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Dunque, affermare che sicurezza e diritti possono e devono essere bilanciati, lungi dall’apparire scandaloso è del tutto plausibile: ci dotiamo del diritto e dei poteri pubblici in prima istanza precisamente per questo. Altrettanto plausibile è osservare che il terrorismo globalizzato ha introdotto un elemento fattuale di sinistra novità nel contesto degli elementi da pesare, e precisamente, accanto alle morti e alla distruzione, l’infezione del panico che esso riesce con successo a diffondere e che produce costi individuali e sociali, materiali e simbolici, etici e politici. Questo elemento nuovo non può essere naturalmente trattato come la ragione sufficiente per ritoccare gli equilibri delle nostre tavole dei diritti, ma non può neppure essere escluso a priori dal computo dei fattori rilevanti. Del resto, escluderlo equivarrebbe a santificare l’equilibrio preesistente e a considerarlo, se non il migliore possibile, quantomeno superiore a uno alternativo che pesi anche i rischi e gli effetti del terrorismo. Ma questa superiorità non può essere semplicemente presupposta e andrebbe giustificata come tale. Le ragioni dei diritti e quelle della sicurezza non possono essere cristallizzate una volta per tutte; né d’altra parte è sempre plausibile posporre le seconde alle prime, se si conviene (come i padri del liberalismo, a partire da Locke, c’insegnano) che la sicurezza è lo sfondo imprescindibile della autonomia individuale e della stessa vita sociale.

Tuttavia è poco proficuo ritenere che il valore dei diritti e quello della sicurezza si possano pesare all’ingrosso, per concludere che la bilancia deve pendere più da un lato o più dall’altro. L’approccio all’ingrosso trascura infatti che ogni diritto può comprendere aspetti più o meno salienti e rilevanti dal punto di vista morale, esplicazioni più o meno strettamente funzionali alla protezione del valore di sfondo che lo giustifica; trascura inoltre il fatto che l’etichetta cumulativa di “sicurezza” può includere misure estremamente eterogenee e diversamente incidenti sulla vita del singolo e sui vari aspetti dei suoi diritti. Ad esempio, è vero che subire un controllo al metaldetector, un’ispezione personale, una carcerazione preventiva o la tortura sono tutte limitazioni dell’unico diritto alla libertà personale, ma sarebbe assurdo collocarle sulla stessa scala d’importanza, in rapporto al pur unitario interesse alla libertà personale che vogliamo proteggere. Perciò non dovremmo chiederci se siamo disposti a sacrificare i diritti in nome della sicurezza o viceversa; semmai dovremmo domandarci: quali aspetti dei diritti consideriamo importanti al punto da volerli salvaguardare in ogni caso, anche laddove un loro sacrificio portasse un vantaggio netto in termini di sicurezza, e quali no?

 

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Tuttavia, l’idea che ogni diritto sia un’entità complessa e includa esplicazioni potenziali di diversa rilevanza morale purtroppo non gode di molto credito nella vulgata liberal contemporanea, dalla quale viene di solito respinta come larvatamente autoritaria.

Ma una rappresentazione unidimensionale dei diritti rischia di distruggere le stesse ottime cose che la cultura dei diritti ci ha portato. Le discussioni nate intorno alle misure adottate dalle democrazie occidentali per combattere il terrorismo si ispirano, mi pare, proprio a una visione prevalentemente appiattita, in cui i diritti vengono considerati tutti egualmente importanti e in cui qualunque possibile aspetto di ogni diritto è considerato parimenti vitale e irrinunciabile.

Se però il prelievo di un’impronta digitale viene trattato come un oltraggio ai diritti al pari di una carcerazione senza processo, se viene reputato parimenti liberticida introdurre sistemi di videosorveglianza nei luoghi pubblici e istituire tribunali speciali controllati dall’esecutivo, ho l’impressione che la cultura dei diritti si sia trasformata al punto da perdere di vista il senso medesimo per cui riteniamo importante avere dei diritti. Tale cultura sembra aver dimenticato che i diritti non sono fini in sé ma sono strumenti di protezione di interessi individuali eminenti, strumenti che vanno calibrati in rapporto ai valori di sfondo, tenendo conto dei costi che ciascun diritto inevitabilmente impone nonché di altri parimenti importanti valori individuali e sociali. Nella flatland dei diritti l’imperativo di moltiplicarli ed espanderli indefinitamente conduce in realtà, paradossalmente, a perdere di vista gli individui, nonché le ragioni che rendono necessaria la società politica e una struttura di pubblici poteri. Se tutto ma proprio tutto ha valore supremo allora niente, alla fin dei conti, ha valore.

È dunque indispensabile sforzarsi di distinguere tra gli aspetti più e quelli meno importanti di ciascun diritto al fine di stabilire quali profili siano irrinunciabili e quali invece possano cedere di fronte a ragioni della sicurezza. Indispensabile ma purtroppo, occorre aggiungere, non risolutivo. Infatti, anche qualora si condividesse una prospettiva non unidimensionale in tema di diritti, è plausibile aspettarsi ragionevoli dissensi intorno alla relativa importanza dei vari aspetti di ciascun diritto e sull’invasività di ciascuna misura di sicurezza e quindi intorno al giusto punto di equilibrio.

 

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Per esempio, domandiamoci un po’ alla rinfusa: quanto dovrebbe durare la carcerazione preventiva di un sospetto terrorista e quanto sostanziata dovrebbe essere la presunzione di pericolosità che la giustifica? È appropriato costruire come reato il fine di terrorismo (in quanto distinto da specifiche attività criminali)? È giusto criminalizzare le opinioni a sostegno di organizzazioni terroriste o di approvazione di atti di terrorismo? E ancora: come trattare uno straniero arrestato nel territorio nazionale perché sospettato di terrorismo, ma non estradabile perché lo stato di provenienza pratica la tortura o applica la pena di morte? Come conciliare la garanzia della pubblicità dei processi con la necessità di tenere segrete informazioni giudicate vitali per la lotta al terrorismo? Come contemperare la libertà di ricerca scientifica col rischio che la pubblicità dei suoi risultati possa fornire al terrorismo strumenti per lo sviluppo di armi di distruzioni di massa? Non credo che esista la risposta giusta a questa e analoghe domande.

Eppure trovo abbastanza confortante la lettura delle pagine più recenti del celebre giurista liberal americano, Ronald Dworkin. Dworkin infatti non si limita a condannare, in nome dei diritti, le principali misure adottate dall’amministrazione statunitense, ma fornisce altresì utili indicazioni sul modo in cui una democrazia liberale dovrebbe condurre la lotta al terrorismo. Egli osserva che né il diritto di guerra né l’ordinario diritto penale si adattano alla situazione completamente nuova prodotta dal terrorismo internazionale. Tuttavia, i diritti che ambedue i modelli in forme diverse mirano a proteggere non possono di certo essere revocati: «dovremmo invece – egli dice – domandarci quale schema differente sia atto a rispettare quei diritti fondamentali e al contempo continuare a difenderci da questa minaccia nuova e grave». Dworkin risponde con una serie di suggerimenti, come ad esempio i seguenti: nel caso di prigionieri di guerra, poiché la guerra al terrorismo sarà lunga e priva di conclusione formale, dovrà essere il Congresso a determinare ed eventualmente estendere la durata massima della detenzione dei prigionieri (Dworkin suggerisce un limite massimo iniziale di tre anni). Per i sospettati di terrorismo che non hanno lo status di prigionieri di guerra occorrerà prevedere procedure e regole speciali opportunamente adattate alle circostanze peculiari: ad esempio il Congresso potrà istituire tribunali speciali (beninteso indipendenti) e prevedere un’apposita disciplina probatoria volta a proteggere le informazioni coperte da segreto. Tale disciplina dovrà necessariamente sacrificare, prosegue Dworkin, «la normale trasparenza al pubblico dei procedimenti giudiziari», ma dovrà come minimo «rispettare la cruciale separazione tra il potere giudiziario e quello esecutivo», oltre che prevedere comunque il diritto di difesa e la confidenzialità dei rapporti tra difensore e imputato, salvo in caso di grave minaccia alla sicurezza certificata da un giudice, nonché il diritto all’appello presso un tribunale indipendente dal potere esecutivo.

Non è indispensabile in questo contesto inoltrarsi nel merito delle osservazioni di Dworkin, che mi sembrano nella sostanza ragionevoli e condivisibili. Quel che trovo particolarmente significativo è l’angolo visuale dal quale esse vengono formulate. In primo luogo, quando parla di schema differente di protezione dei diritti fondamentali, Dworkin rigetta infatti proprio quella visione unidimensionale dei diritti che ho criticato poc’anzi. In secondo luogo, nel delineare questo diverso schema, egli adotta una prospettiva procedurale e sistemica, assumendo come parametro la struttura dei rapporti tra i poteri dello stato piuttosto che la sostanza (inevitabilmente controversa) di ciascun diritto. L’odierna retorica dei diritti ha purtroppo smarrito completamente questo punto d’osservazione, che è invece a ben guardare intrinseco alla tradizione liberale. Il test procedurale e sistemico implicito nel discorso di Dworkin suggerisce dunque di trattare come irrinunciabili precisamente quegli aspetti dei diritti individuali che sono trasposizioni soggettive delle fattezze strutturali di una democrazia liberale, e dunque la legalità e il primato del legislativo, la rappresentanza, la separazione e il controllo reciproco tra i poteri e le garanzie giuridizionali. I disaccordi a cui le ragioni dei diritti e quelle della sicurezza danno luogo restano incomponibili se ci si concentra sul contenuto dei diritti; ma forse essi possono essere mitigati mutando prospettiva ossia guardando, più che ai diritti come limiti del potere, al potere (al potere liberale) come limite dei diritti.

Tutti ameremmo avere, possibilmente non solo sulla carta, quante più libertà e quanti più diritti possibile, ma in un’ottica liberale non è plausibile sostenere l’illegittimità di qualunque restrizione dello spazio dei diritti in nome della sicurezza. Di fronte ad ogni misura adottata, anziché evocare derive autoritarie, dovremmo chiederci piuttosto se essa comporti una violazione dei principi che strutturano la gerarchia, la ripartizione e il controllo dei poteri, nonché le forme del loro esercizio. È bene sottolineare con forza che questo è un test minimo e solo negativo, perché indica solamente il confine estremo che a una democrazia liberale non è dato di superare.

I nostri ordinamenti al momento si muovono, ritengo, in uno spazio intermedio tra questo confine minimo e una situazione (ovviamente solo fittizia) di massima possibile espansione dei diritti individuali. Questo spazio è precisamente il luogo dei disaccordi sui limiti dei diritti in nome della sicurezza, ed è lo spazio della giustificazione pubblica e della responsabilità politica. Sarebbe imprudente giudicarlo tanto in modo irenico quanto in modo apocalittico. Se il giudizio irenico è infatti cieco ai rischi di abuso, quello apocalittico, trattando tutto come abuso, rischia di finire per assecondare quelli genuini.

*L’articolo è apparso in “Samizdat”, n. 42, 2006

Anna Pintore insegna Filosofia del diritto nell’Università di Cagliari. Nei suoi lavori più recenti si è occupata di democrazia e di diritti fondamentali.

 

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Nota della redazione

La rete ha permesso alla redazione di Leo Rugens di entrare in contatto con la Prof.ssa Anna Pintore e di ricevere la riflessione che avete avuto la pazienza e il piacere di leggere. Non aggiungiamo commenti salvo sottolineare che il punto delicato in ogni scelta in materia di sicurezza risiede nella possibile “violazione dei principi che strutturano la gerarchia, la ripartizione e il controllo dei poteri, nonché le forme del loro esercizio” a fronte delle più varie misure “eccezionali” invocate dagli agitatori politici di turno.

A quattordici anni dal 9.11, gli eventi di Parigi  dimostrano quanto l’Europa sia impreparata sia sul piano della sicurezza materiale sia sul piano della riflessione intellettuale a fronteggiare un fenomeno complesso qual è il terrorismo di matrice islamica e analogamente i flussi migratori contestuali alle aree di crisi dalle quali traggono alimento e ispirazione gli strateghi del terrore.

Se la risposta data dai Governi ai cittadini in merito al diritto alla sicurezza sono: frontiere chiuse, telecamere o il finanziamento della Turchia a contrasto dell’immigrazione cui si aggiunge l’abolizione del visto per i cittadini turchi che si muovano in Europa – ma non era un agente dei servizi turchi l’assassino di tre donne curde a Parigi? – nonché l’accelerazione dell’ingresso della Turchia nella UE allora possiamo dire serenamente che ci troviamo tanto lontani dalla serena razionalità espressa dalla Pintore quanto vicini al baratro di uno stato di insicurezza permanente.

Certo è che a fronte del sangue versato a Parigi, la Turchia porta a casa un bottino notevole (movente sufficiente a pensare male), l’Europa non si capisce cosa.