“Energie superiori” ovvero come qualcuno, facendo scientemente fallire il progetto, ritiene di poter disperdere il patrimonio da esso rappresentato

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Sette anni addietro (con la velocità con cui le cose accadono perché realmente accadono o perché si racconta con enfasi che accadono perché si possa distrarre i più da altre cose di maggiore importanza che realmente continuano ad accadere) usciva su “Limes” una scheda elaborata, con dovizia di particolari, da Angelantonio Rosato, nella sua veste di consigliere redazionale della prestigiosa rivista italiana di geopolitica, che portava un titolo affascinante e  anche un po’ enigmatico: “Tubi da guerra”.

Enigmatico, come all’inizio vi potrebbe apparire questo post di cui come al solito, anzi più del solito, mi assumo la responsabilità di quanto affermo qualora dovesse essere necessario dare chiarimenti  in tutte le sedi di legge previste.

Per ora torniamo ai tubi da guerra. Il pezzo (un riquadro) mi era rimasto in mente sia pur trattando una materia, i tubi, che non mi era e non mi è certamente familiare. Al massimo, mi è capitato (spesso) di non capire “un tubo” di qualcosa, come dicevamo, a scuola, da ragazzi, un secolo e mezzo fa. Sono andato alla ricerca di quel pezzo e, trovandolo, ho deciso di pubblicarlo oggi per provare a dare un contributo (per quello che può servire) alla comprensione dello shangai che  si è disposto sul tavolo adibito al Grande Gioco. Nessuno ci obbliga a giocare con le bacchette diversamente colorate ma se non vogliamo solo e sempre assistere, forse, una lettura attenta a questa memoria preziosa su chi stende tubi e soprattutto chi ci doveva (ci sta ancora?) guadagnando, potrebbe rivelarsi utile.

Così, non tanto per fare qualcosa di generico, ma per non dover sempre spiegare agli amici curiosi perché un giorno, a freddo (o a caldo?) ho deciso di interessarmi della Repubblica del Kazakhstan, delle strategie del Presidente Nazarbayev, degli errori che nella caccia disperata al latitante Ablyazov poteva aver commesso (forse volutamente mal consigliato da qualcuno), perché i servi italioti erano entrati in modo così maldestro nella vicenda dell’espulsione della signora Shalabayeva, non più ormai “puttana russa” come in modo non encomiabile qualche solerte servitore/danneggiatore dello Stato italiano aveva ritenuto opportuno apostrofarla durante l’irruzione.

Mi interesso del Kazakhstan perché da anni lo considero, ed è, il paese nevralgico nell’ipotesi che, non riuscendo a scoppiare una azzerante guerra mondiale almeno scoppi un sia pur effimera pace, in Eurasia.

Leggete con attenzione e, a prescindere da come ogni singolo spezzone di tubo sia stato messo giù o meno, negli ultimi 7 anni, capirete perché non dovevano essere quei nostri “non encomiabili” funzionari del Ministero dell’Interno che dovevano decidere di cose tanto delicate e strategiche. Niente perle agli incapaci.  Dico “agli incapaci” per non offendere nessuno tanto meno il figlio di Umberto Improta, sbirro dei miei tempi, che non posso non ricordare nella sua dedizione e capacità investigativa. Dico “perle” perché il Kazakhstan è una vera perla preziosa.

Leggo dalla stampa che un giovane (è un brillante quarantenne) ambasciatore si è insediato a Via Cassia dopo un prudente ma opportuno turn over che ha rimandato in patria alcuni e in Messico altri, di quelli che non erano certo stati lucidissimi nel architettare la cattura della Shalabayeva e di sua figlia. Non erano stati lucidi anche perché da troppi anni evidentemente frequentavano personaggi del mondo lobbistico italiano che a mala pena ormai si sanno allacciare le scarpe e che, viceversa, certi di poter trafficare con il ricco Kazakhstan, gli hanno solo, violando lo spirito d’amicizia che viceversa quel grande paese si sarebbe meritato, procurato perdita di immagine e di credibilità internazionale. Con la sola eccezione di chi italiano, in totale spirito di servizio, aveva disegnato un percorso culturale (la presenza al Salone del Libro di Torino di cui vi abbiamo parlato nel post “Leggere libri per sconfiggere l’apatia” Sergio Mattarella) unica possibilità per rimuovere la figura barbina che altri arruffoni sempre desiderosi di guadagnare (soldi o appoggi) avevano determinato. Tradendo, invece di servirli, neo Arlecchini, i due padroni: la Repubblica Italiana e quella Kazaka. Reati sofisticati, all’inizio di difficile comprensione giuridica, che lasciano tranquilli, in un primo momento, i gaglioffi che li commettono perché pensano che i loro comportamenti saranno protetti dalla superficialità che a volte viene usata nel giudicare gli avvenimenti complessi. A volte le cose vanno veramente così e i traditori della Repubblica se la scampano. A volte no, come mi è successo di constatare altre volte soprattutto quando il narratore dei fatti ero io in prima persona.

Comunque, per ora, leggete “Tubi da guerra” che riguarda il quadro geopolitico di riferimento dentro cui si inquadra la complessità italo-kazaka e la necessaria amicizia tra i due popoli. Nei giorni a seguire vi racconto una storia che conosco in prima persona e dettagliatamente perché ne sono stato, con altri, l’ideatore, l’esecutore e, ad oggi, con altri, la vittima.

Oreste Grani/Leo Rugens.

P.S. Se fossi in quelli che pensavano di lasciargli il cerino in mano (do you remember?) ora, imbracciato un fucile da caccia grossa, tenterei di abbatterlo questo leone/toro infuriato. Ma ormai il dado è tratto e la vostra Waterloo (dovreste sapere di cosa si tratta ricordandovi appassionati della biografia dell’Imperatore) è certa. A differenza di chi pratica il mestiere del doppiogiochista e del sabotatore, con una certa dose di eccentricità, a me piace suonare il tre canonici squilli di tromba (certo che so che sono aboliti ma io sono un uomo di altri tempi) e mi compiaccio cavallerescamente di avvertire che “dopo” non si faranno prigionieri.

 

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