Leonessa e i suoi cittadini

copertina bella fanciulla

 

Leonessa, città ai piedi del Terminillo, nella Provincia di Rieti e collegata all’Umbria dall’altopiano di Cascia ha editato il trecentesimo numero di una sua rivista intitolata “ Leonessa e il suo Santo”: il santo è San Giuseppe da Leonessa.  La rivista è importante e bella e il suo direttore  Anasio Pendenza commemora il  significato della sua pubblicazione con queste parole: “Credo che tutti coloro che hanno preso la penna  per scrivere qualcosa sulle pagine della rivista, sia cronache brevi, sia articoli più impegnativi, come quelli  sulla storia, tradizioni, vita leonessana, vita del nostro Santo ecc. lo hanno fatto con inchiostro indelebile perché nei loro scritti c’è la loro anima, il loro cuore, il passato, il presente e il futuro di Leonessa.” A mio parere, la rivista è la prova, che riesce a durare a lungo nel tempo, della profondità della cultura di uno delle migliaia di centri dell’Italia, cosiddetti provinciali. Nel trecentesimo numero viene  risollevata la questione de “La strage a Roma a Via Rasella” firmata da Giuseppe Chiaretti, firma di non poco conto. Ma la questione di quell’attentato della primavera del 1944  è difficile da discernere e da considerare.

Mons. Giuseppe Chiaretti, nato a Leonessa il 19 aprile del 1933, è arcivescovo emerito della diocesi di Perugia- Città della Pieve. Aveva undici anni quando serviva la Messa, celebrata da suo cugino Don Concezio Chiaretti, nella chiesa  di Santa Maria in Leonessa. Era il Venerdì Santo della Pasqua di sangue del 1944, esattamente il 7 aprile. La madre del celebrante corse verso l’altare urlando: “Figlio scappa, i tedeschi ti stanno cercando!” Un battaglione delle SS aveva bloccato le porte della città e sequestrato gli uomini del Comitato di Salvezza, che agiva in luogo del CLN, mantenendo la pace nella contrada. Quando don Concezio uscì dalla chiesa fu preso dai soldati tedeschi e, insieme agli altri 22 prigionieri, condotto a Fossatelle, un terrapieno in vista dell’abitato, dove a gruppi di cinque  i  sequestrati furono abbattuti a raffiche di mitra e con colpi di grazia. Il chierichetto Giuseppe fu testimone oculare dell’eccidio. Le SS colpirono anche le frazioni di Villa Gizi, Villa Carmine, Riovalle, Vallunga dove uccisero altre 18 persone. Cinquantuno martiri  Settimana di Passione dell’altopiano  sono ricordati da un cippo marmoreo  a Fossatelle, su cui campeggia la scritta: “Ecce Agnus Dei”. L’esecuzione capitale  non rientrava nelle rappresaglie dei tedeschi per loro militi uccisi dai partigiani, ma in una operazione, detta “Schenze, o Osterei (Uovo di Pasqua), intesa a dominare la zona affinché la ritirata tedesca da Roma potesse svolgersi senza attacchi della Brigata Gramsci, composta di comunisti italiani e di titoisti slavi. Ma i partigiani, nella impossibilità di affrontare due divisioni corazzate tedesche, si erano dispersi nelle montagna e nei boschi e non tentarono nessuna azione militare.

Il futuro vescovo   non solo visse la Passio del cugino sacerdote, ma è stato anche colpito dalla morte violenta di un altro suo concittadino di Leonessa, Antonio Chiaretti, che lavorava a Roma come operaio della Teti, società dei telefoni. Costui, con un altro leonessano, Pietro Viotti faceva parte del gruppo di “Bandiera Rossa”, ovvero del Movimento Comunista d’Italia (Mcd’i),  una espressione politica del Lazio e dei quartieri popolari romani, nel panorama della Resistenza al fascismo, “in disaccordo  con la linea ufficiale del Partito Comunista … Tra le due entità, che numericamente si equivalevano, c’era una significativa diversità: Bandiera Rossa  era favorevole ai sabotaggi (e ne fece molti), ma non agli atti di guerra e di guerriglia in città, che avrebbero coinvolto la popolazione.” –  Così scrive mons. Chiaretti.

Eppure un leader di Bandiera Rossa, come il telefonista Antonio Chiaretti, contrario al “mischiarsi” con i partiti borghesi, quindi con il CLN, si trovò sul posto  di un attentato guerrigliero dei GAP e vi trovò la morte come è registrato all’Anagrafe di Roma: “Chiaretti Antonio, nato a Leonessa  il 25 – 9 – 1896, coniugato con Angelina De Acutis,  a Roma il 23 – 3 – 1944 per scoppio di bomba.”  Morì in Via Rasella, durante lo svolgimento dell’attentato in cui furono uccisi 32 tedeschi altoatesini  per la deflagrazione di un ordigno nascosto in una carrozzella  della nettezza urbana, agguato realizzato dallo studente comunista Rosario Bentivegna e organizzato da Giorgio Amendola, membro della giunta militare del CLN, ma di cui non sono mai state scoperte le responsabilità vere, suddivise fra Alleati, sub governo di Salerno, mandanti comunisti e vertice del CLN. La ostilità del PCI verso Bandiera Rossa è ricordata da mons. Chiaretti con una citazione di Paolo Striano, nel quinto volume della Storia del PCI – La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo (pag. 100, nota 4, che riporta il giudizio di Pietro Secchia: “Anche Bandiera Rossa, che si arroga il diritto di organo comunista ha assunto posizioni attesiste e apertamente opportuniste… Si accorge o no, Bandiera Rossa, di fare con questa sue posizioni il giuoco di Hitler?”)[1]. Ma che ci faceva Antonio Chiaretti in via Rasella, dove i compagni commettevano un atto contrario alle sue convinzioni e alla linea politica di Bandiera Rossa? Risponde l’arcivescovo: “Antonio Chiaretti, capofila del gruppo (Bandiera Rossa), quel mattino si era recato volutamente a via Rasella per salvare il salvabile.” La risposta è insufficiente e andrebbe ancora ricercata nelle pieghe della vicenda. La rappresaglia tedesca comportò la decimazione di 335 ostaggi italiani presi dal carcere di Regina Coeli alle Fosse Ardeatine. Tra questi 68 appartenevano a Bandiera Rossa e l’alto prelato leonessano ricorda che altri undici erano stati uccisi dai tedeschi a Forte Bravetta, il 2 febbraio del 1944. La morte di ottanta militanti  provocò l’eclisse di un movimento comunista alternativo e il via libera al “partito nuovo”  di Togliatti e alla tattica della collaborazione  con i badogliani.  Il frazionismo tipico socialista venne interrotto dalla scomparsa dei gruppi concorrenti  e fu avviata la politica di Fronte Popolare che arrivò, con la lo  strumento dell’unità d’azione delle sinistre, alle elezioni politiche del 1948.

Oggi, è scomparso il PCI e forse anche l’antifascismo. Resiste una sotterranea simpatia tripartita (PCI, PSI, DC) residuo dei governi unitari italiani fino al 1947 e la strategia della tensione è stata bloccata con la sconfitta delle brigate rosse e nere. Oggi, dettano legge le bombe dei terroristi islamici. Noi ultraottantenni arginiamo, nelle nostre biografie,  il fiume dei fatti dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Non sappiamo se i nostri ricordi valgano qualcosa, non so se l’esperienza della vita mi comporti il compito di chiarire le ombre più oscure del passato, oppure è meglio lasciar correre il fiume. Ma mi emoziona la sfida di mons. Giuseppe Chiaretti, classe 1933, di tornare, con insistenza, a quel 1943 – 1944, anno in cui cominciammo a cercare, da ragazzi, la nuova Italia. Oggi, sento che la fine assassina di Bandiera Rossa mi diminuisce.

Pompeo De Angelis

[1] Pietro Secchia: “Il sinistrismo maschera della Gestapo” in “ La nostra lotta”, n° 6 del  dicembre 1943.