In troppi fecero “spallucce” e ancora paghiamo quel gesto di sufficenza

Francesco Cossiga

L’Italia giuridica ha sempre avuto una tradizione notevole in campo di studi dedicati alla Costituzione. Uno dei maggiori costituzionalisti del mondo democristiano del dopo guerra alcuni ritengono che sia stato il senatore Nicolò Lipari. Difficile che i sei lettori e mezzo di Leo Rugens sappiano qualcosa di Lipari per cui vi giro una breve nota a lui dedicata. Nel caso contrario, mi scuso per le lungaggini.

Nicolò Lipari è un giurista italiano, professore emerito di istituzioni di diritto privato presso l’Università La Sapienza di Roma fino all’anno accademico 2008/09, nonché senatore per la Democrazia Cristiana nel corso della IX e X legislatura.

Sono andato a pescare il nome del senatore perché fu uno di quelli che a fronte del famoso discorso provocatorio (uno dei tanti) del picconatore Francesco Cossiga, fece spallucce. In quel discorso il Presidente della Repubblica (ancora in carica), dopo la caduta del Muro di Berlino, intuendo che il Mondo non sarebbe più stato lo stesso, cercò di spingere la classe dirigente del Paese nella direzione di un necessario superamento della divisione del Paese (che da 45 anni era diviso ideologicamente) attraverso un nuovo patto, un patto di verità. Ma in pochi capirono. A quella particolare congiuntura, Cossiga dedicò prima le esternazioni e le picconate, poi il discorso alle Camere in cui avvertiva che il male della divisione che aveva sempre fatto debole l’Italia avrebbe finito per continuare a riprodursi se non si fosse dato vita a qualcosa che nascesse da una piena e completa confessione. Questo fu un pensiero che sembrò, soprattutto ai laico-azionisti, essere tipico di un cattolico (la capacità taumaturgica della confessione dei peccati) ma in realtà era anche e soprattutto rivolto ai comunisti e la loro cultura dell’autocritica e delle doppie verità o, altri direbbero, del doppio livello.

Per riportarvi a quel clima e a quei tempi usiamo un ragionamento che il senatore Giovanni Pellegrino che ha tra le altre responsabilità politiche  diretto la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato e la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, fece, dando risposta ad una delle tante intelligenti domande che Giovanni Fasanella seppe inserire nel libro intervista BUR “La Guerra Civile”.

Domandò Fasanella: “Quel Parlamento (a cui Cossiga aveva indirizzato il messaggio ndr) aveva ancora capacità e autorevolezza, ma non il coraggio di dire la verità al Paese”.

Rispose Pellegrino: “No, questo coraggio purtroppo non lo ha avuto. E’ impressionante la sordità con cui il mondo politico accolse il messaggio di Cossiga: lo attribuì alla sua follia. Non dimenticherò mai la risposta che diede il senatore Niccolò Lipari (ecco il senso della mia evocazione apparentemente a freddo ndr), uno dei migliori costituzionalisti della DC, a una mia domanda. In quel momento della mia vita politica – aggiunse Pellegrino – io non conoscevo la storia effettiva del Paese e ritenevo improprio il messaggio di Cossiga. Quando chiesi a Lipari che cosa secondo lui avemmo dovuto fare, rispose che il Presidente della Repubblica poteva mandare messaggi alle Camere, ma nella costituzione non c’era scritto che le Camere erano obbligate a rispondere. La Dc per prima ritenne che quel messaggio non meritasse risposta”.

Non capire il divenire delle cose al momento opportuno, è tutto e questo è vero in tutti gli aspetti della vita, in particolare quella politica.

Stiamo ancora pagando il prezzo di quell’aver “fatto spallucce” a quel accorato appello.

Oreste Grani che ogni tanto se ne va indietro nel tempo per provare a non temere di fare “incursioni nel futuro”.