I pirati barbareschi dell’Algeria – Pompeo De Angelis

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Krim Belcacem

Il 28 aprile del 1827, Hussein Dey, governatore della reggenza ottomana di Algeri, con tre colpetti di scacciamosche sfiorò la guancia del console di Francia Pierre Duval, al termine di un colloquio agitato. La questione era: il re francese Carlo X non intendeva pagare un debito, vecchio di trentun anni, di 7 milioni di franchi, contratto da Napoleone per acquistare in Algeria il grano per la Grande Armèe du Directoire. Per ottenere il dovuto, il Dey Hussein faceva pressione elevando il canone della pesca di corallo da 60.000 a 214.000 franchi l’anno. La pesca dell’oro rosso era la più lucrosa attività dei marsigliesi e dei napoletani sulla costa magrebina. Inoltre, il Dey non ammetteva che la Francia stesse costruendo un fortino a La Calle, al confine con la Tunisia, a difesa delle sue stazioni pescherecce. Pierre Duval, a nome anche di altri stati, protestò contro la protezione della pirateria barbaresca che il Dey assicurava per prelevare una quota del bottino. La ricchezza personale di Hussein era considerata tra le più grandi del mondo. In questa cornice, Duval ricevette “le coup d’éventail”.

Il governo di Parigi chiamò ventaglio uno scacciamosche e, a causa dell’uso che il Dey fece della ventola sul viso del console, ruppe le relazioni diplomatiche ritirando il diplomatico in patria (giugno 1827). Quindi, la marina francese bloccò il porto di Algeri con sei navi cannoniere, ma l’azione non ebbe efficacia. Il Dey aggiunse all’arma del ventaglio l’abbattimento del fortino di La Calle e l’espulsione dei pescatori francesi dalla costa centrale magrebina. Algeri seguitava a vivere approvvigionata dall’interno e dalle navi corsare; le sue case iniziavano dalla piana e salivano per gradi un monte, chiuse da muraglia in pietra e da fortificazioni, un molo si protendeva nel mare e proteggeva le navi dal vento atlantico: opere costruite dai pirati. In Algeri s’inurbavano le tribù dell’interno, vi abitavano le confraternite, tra cui quella dei predoni del mare, vi predicavano, accanto ai marabutti, i santoni di ogni tendenza coranica. Vi si parlavano tre lingue: l’arabo dei mori, il franco dei rinnegati (un misto di spagnolo, di francese e di italiano) e il turco, lingua del palazzo e degli affari di stato. Dey Hussein, pur non ricevendo soccorso da Istanbul, seguitò a resistere ai colpi di ventaglio delle navi francesi nel suo porto. Dopo tre anni di schiaffeggi, il 3 marzo 1830, il marchese di Polignac Presidente del Consiglio nel regno di Carlo X, annunziò la partenza di una spedizione in Algeria per ripristinare il prestigio della corona e per regalare al popolo l’orgoglio di un conquista territoriale. Personalmente, Carlo X riteneva che la ricchezza del Dey turco fosse l’obiettivo principale della spedizione. Il 25, 26 e 27 maggio partì da Tolone una squadra di 107 navi da guerra e di 350 bastimenti di trasporto con una truppa di 37.000 uomini comandati dal gen. Bourmont. Furono necessari 27.000 marinai per far navigare la flotta. Insomma una spedizione enorme per l’epoca. Il 14 giugno le milizie sbarcarono a Sidi Ferruch, a 27 km ad ovest di Algeri e attaccarono la capitale. Un soufflette d’éventail pone fine a una storia d’imperialismo ottomano durata 313 anni e segna l’inizio di una storia di colonialismo francese, che durerà 132 anni. Mentre Algeri viene bombardata e sta per essere facilmente presa dal generale Bourmont, possiamo inserire un flash back e ricordare come i turchi vennero in possesso di quel paese così lontano dal Bosforo.

L’impero ottomano non si fondava sul mare quando fu istituito da Maometto II della dinastia di Otman, nel 1453, con capitale Costantinopoli. Lui, chiamato dai cristiani il Gran Turco, o Il Gran Signore, intendeva possedere il mondo descritto da una mappa di Tolomeo su pergamene di capriolo, che un greco gli aveva tradotto in arabo. Si sentiva demiurgo di imperi, ma non sapeva come affrontare il mare. Il suo popolo proveniva dalle steppe asiatiche, il suo simbolo era la coda di cavallo e, a cavallo, gli otman avevano conquistato le grandi praterie, circondate da alte montagne, ma il mare era una prateria strana, senza confini, batteva su coste frastagliate, su litorali di sabbia stretti e lunghi, circondava le isole e s’insinuava negli anfratti di roccia in cui si annidavano i mercanti navigatori, che vi creavano approdi e magazzini, segnandoli su indecifrabile portolani, inutili, se non si sapeva adoperare la bussola e il sestante. Quando i turchi s’imbarcavano cantavano: “Allah, facci tornare a casa, facci mettere piede sulla terraferma.” Dal mare, nel 1455, contro il turco, arrivò il cardinal Scarampo con sedici galee, mille marinai cinquemila soldati e trecento cannoni, perché papa Callisto III aveva fatto voto alla Santa Trinità di cacciare da Costantinopoli Mohammed, figlio del diavolo e nemico del Crocefisso Salvatore. Così cominciò la guerra fra i cristiani occidentali e ottomani islamici, tra una flotta di galee pesanti con la bandiera bianca e la croce, contro le piccole e sottili barche con la bandiera rossa e la mezzaluna. Le navi crociate dominavano il Mediterraneo orientale e le imbarcazioni turche non osavano uscire dallo Stretto di Dardanelli. Maometto II, intanto, conquistava la Crimea e cacciava le colonie genovesi dalle sponde del Mar Nero, occupava l’Anatolia Centrale, la Morea, fino al confine con i mamelucchi, si insediava in Albania, ma soprattutto risaliva con centomila soldati la valle del Danubio e poneva l’assedio a Belgrado, nel 1457. Quando Maometto II assediò dal mare la fortezza di Rodi, i cavalieri gerosolomitani, che la abitavano, risultarono invincibili. Anche la spedizione di Acmer pascià con centocinquantamila vascelli in Puglia, nel 1480, a parte la strage di Otranto, non ebbe alcun senso. Rivelava che il gran Sultano aveva impiantato un arsenale navale a Gallipoli, usufruendo dell’esperienza veneziana, ma che non sapeva manovrare la marina in battaglia o nell’assedio a Brindisi.

Maometto II morì il 3 maggio 1481. Suo figlio, il successore, Bajazid II, ingaggiò come suo ammiraglio Ahmed Kemaleddin, marinaio di Gallipoli che razziava nel mare Egeo e che sapeva navigare in mare aperto. Per cui il pirata, in quanto capo della marina ottomana, fu chiamato Kemal Reis e portava le sue navi fino all’Andalusia e riparava nei porti magrebini di Bona e di Tunisi, dove vendeva schiavi e da cui ripartiva per saccheggiare le coste catalane, quelle delle Baleari e della Corsica, in nome del Sultano. Fra la pirateria e l’impero ottomano ci fu un sodalizio religioso-politico-militare, per cui i pirati guadagnarono il titolo di corsari. Dice Braudel: “Si parla di corsa e di pirati e la distinzione, chiara sul piano giuridico, senza cambiare i problemi da cima a fondo, ha tuttavia la sua grande importanza. La corsa è la guerra lecita, resa tale da una dichiarazione formale di guerra, o da lettere patenti, da passaporti, commissioni, istruzioni” (1).

Il grande corsaro dell’impero ottomano fu Kair ad Din, personaggio d’importanza cruciale nella storia europea, che mi permetterò di rievocare. Figlio di un giannizzero, seguì il fratello primogenito Aruj, che dall’isola di Lesbo partì per esercitare la pirateria nel Mediterraneo Centrale. Questi pirati di Lesbo, nel 1505, elessero il loro covo sulla costa tunisina, nella penisola di Djerba, ospiti del re di Tunisi, Musaly Mohamed a cui cedevano un decimo della refurtiva e della vendita degli schiavi. Aruj divenne noto, in Italia, con il nome di Oruccio Barbarossa. Oruccio è una italianizzazione di Aruj e Barbarossa indica che era di pelo rosso. Il fratello Kair lo seguiva e apparve di migliori qualità marinare e di una audacia maggiore. La banda di Barbarossa si stabilì a Djidjelle sulla costa della Cabilia, nel 1513, togliendo quella stazione ai genovesi. I due fratelli capitanavano una potenza marinara in crescita, che fu invocata, nel 1516, dal re beduino Selim Eutemi affinché abbattesse il forte, detto el Pegnon, sull’isolotto di Ben Mezegren, frontale al porto di Gezeir (Algeri per gli stranieri), tenuto da un presidio spagnolo. Contemporaneamente il sultano turco Selim I mandava da Istanbul un emissario per convincere Kair a trasferirsi alla sua corte come rais della flotta ottomana. Oruccio Barbarossa prese el Pegnon vincendo gli spagnoli e cacciò Selim Eutemi dal trono impadronendosi lui stesso della corona. Penetrò il territorio e scelse come reggia Tlemcen, città situata fra i monti, a 90 km da Orano sul confine con il Marocco. Fu felice di essere lontano dai torbidi del mare, in un regno colorato di ulivi e di orti. Viveva ritirato in un palazzo con giardino, circondato dalle mura, ma non riuscì a farsi dimenticare. Fu assediato dalle truppe spagnole del marchese di Comares e mentre fuggiva per raggiungere Algeri, dove il fratello teneva la reggenza, fu ucciso nel 1518. Kair prese il posto e il soprannome di Barbarossa, anche se era di pelo nero e scrisse, al sultano dei turchi Selim I il Crudele, che si era reso signore di Algeri e di una parte della Barberia, ma temeva di non potersi mantenere. Pregò la Sublime Porta di proteggerlo dalla rabbia dei cristiani e protestò che ogni sua ambizione era di portare all’impero le terre africane, in modo che i confini del sultano si allargassero fino all’oceano occidentale dei portoghesi. Il Gran Signore esaudì volentieri la richiesta e gli mandò duemila giannizzeri come guardia del corpo e lo patentò corsaro. Oltre che reggente, il secondo Barbarossa si proclamò anche protettore della religione per cui fu chiamato Kair ad-Din. Rase al suolo el Pegnon e costruì un molo fino all’isolotto. Per due anni effettuò la guerra di corsa, con spedizioni che si aprivano ad ogni primavera e terminavano a fine agosto. Nella cattiva stagione, assoggettava le tribù berbere alle tasse. Si arricchiva e mandava il 12 per cento del bottino a Istanbul. Nel 1520, Selim I morì e divenne sultano suo figlio Solimano e se Solimano fu detto il Magnifico, Barbarossa merita il titolo di Grande Ammiraglio di Allah. Nel 1533, si era traferito alla corte della Sublime Porta con grandi onori e incarichi. Ad Algeri, rimase un castrato suo figlioccio, Hassan Aga, schiavo di origine sarda, che amministrò lo stato. Kair ad-din faceva razzie nell’Italia meridionale spingendosi fino a Sperlonga per accrescere la sua fortuna e il suo esercito, con il quale prese Tunisi, nel 1534. Nello stesso anno, Solimano conquistava Bagdad vuotando le casse dello Stato per finanziare la campagna militare e Barbarossa le riforniva con le rapine alle città cristiane delle coste. Il dominio del Mediterraneo era diventata il principale impegno dei due imperi, quello turco di Solimano rappresentato da Barbarossa e quello dell’imperatore del sacro romano impero, Carlo V, rappresentato da Andrea Doria. Nel primo duello (1534) trionfò Andrea Doria, che riprese Tunisi, nel secondo (1541) vinse Hassan Agan, figlioccio di Barbarossa, che ricacciò in mare la grande armata di Carlo V che aveva assalito Algeri. Il terzo scontro (1543-1544) significò l’apoteosi di Barbarossa, che alleato della Francia, sostenne il re cristianissimo Francesco I nel combattere il sacro imperatore asburgico. Ormai ultraottantenne Kair ad-Din si ammalò e, nonostante tenesse nel letto dei fanciulli cercando nel loro calore la guarigione, morì nel 1547. Aveva trasformato il Mediterraneo in un lago ottomano: le sue conquiste inclusero anche Nizza. L’Algeria rimase governata da Hassan Aga fino al 1543, anno della sua morte. Lo sostituì Hassan, figlio di Kair ad-Din. Il sultano turco decise poi la successione dei governatori di Algeri. Il magreb, nel 1587, fu sistemato dal Sultano Murad III in tre reggenze: Tripoli, Tunisi, Algeri. La caratteristica particolare di Algeri fu di essere la capitale della pirateria turco-moresca per più di tre secoli. Appena una nave commerciale varcava Gibilterra, o partiva da Barcellona, si stagliava all’orizzonte una squadra di predatori con il turbante.

La Francia di Carlo X cosa pretese dall’Algeria, nel 1830? Nell’economia dell’epoca, il territorio valeva poco: oltre il corallo e le spugne, offriva la cera, il miele e la lana. La pirateria era un affare che poteva essere eliminato bruciando le flotte dei masnadieri nei porti africani, che Istanbul non sapeva più difendere. Non era la ricchezza del territorio, né un colpo di ventaglio che poteva motivare la guerra ai turchi e l’occupazione francese dell’Algeria musulmana. All’alba del 4 luglio 1830, tutte le batterie marittime e terrestri spararono i loro colpi sul forte Bab Azzoun e sulla Casbah. Il Dey Hassim patteggiò la resa con il generale Bourmont e poté lasciare Algeri con la sua famiglia, il suo harem, le sue ricchezze e si trasferì a Napoli a bordo della Jeanne d’Arc. Il 5 luglio cominciò il martirio della città. I soldati e gli ufficiali si scatenarono nel saccheggio di Algeri e delle località vicine. Lo stato maggiore si accaparrò il tesoro della reggenza valutato in 230 milioni di franchi a fronte di una spesa per la spedizione di 47 milioni di franchi.(2) La prima pretesa della Francia fu l’argent du pillage. Non è raro, nella storia, che una conquista territoriale ha per scopo principale il prelievo, nella casse dello stato assalito, dell’oro e dell’argento. Un distaccamento occupò Bona e ottenne la sottomissione del bey di Costantina; un altro prese Orano. L’Algeria tutta divenne dominio della Francia, in meno di un mese.

Nel 1830, la Francia, nella sorpresa dell’azione, inaugurò una colonia ben diversa da quelle del Canada, dei Caraibi e dell’India. In Algeria iniziò la colonizzazione europea della Barberia secondo un formula esposta da Isidoro Pacensis: “Gli europei scrutano gli ordinati accampamenti degli arabi” (3), ma non per respingerne l’invasione sui Pirenei, ma per avanzare nelle terre loro e per assoggettare i barbari alla civilizzazione. Gli Europei! Isidoro Pacensins fu il primo a usare questa espressione per definire i cristiani che vivevano a settentrione del Mediterraneo. Il mito, che raccontava come l’amore di Giove per una bella fenicia di nome Europa, portò la potenza del Dio dal sud al nord. Dopo il 1830, gli europei torneranno nel Nord Africa per trasferirci dei contadini e degli artigiani.

Il governo di Parigi affermò che aveva preso l’Algeria non nell’interesse della Francia, ma per il buon nome della civiltà europea e l’amministrò usando un manualetto, che conteneva poche e inesatte nozioni sul paese. Data l’ignoranza di quello che aveva rubato, il proposito del governo fu di occupare qualche parte del territorio da francesizzare lasciando il resto in mano ai capi musulmani. Vennero create due Algerie, in una confusione di sentimenti: per la prima volta, i francesi vissero a contatto con i musulmani conoscendoli genericamente come arabi. L’Algeria francese divenne un dipartimento d’oltremare con una sua classe dirigente, fornita di capitali provenienti dalla madrepatria, che crearono industria, banche, scuole, negozi e una agricoltura che privilegiava le vigne e gli agrumeti, con prodotti da esportare in Francia, facendo concorrenza alla madrepatria. L’Algeria musulmana, privata delle sue terre migliori, cercò di opporsi con la guerriglia dei berberi guidati dall’emiro Abd al-Qadir, che si arrese nel 1847. I figli dei genitori francesi ottennero i diritti cittadinanza metropolitana e ai musulmani fu concesso solo di praticare la loro religione. La prima Algeria era francese, la seconda era una non-nazione algerina. Cercherò di riassumere il secolo della colonizzazione attraverso due uomini dell’Algeria: Albert Camus e Krim Belcacem, due nativi opposti.

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Albert Camus

Albert Camus nacque nel 1913 a Dréan e appartiene alla terza generazione bianca dell’Algeria francese. Ha scritto di sé: “Sono cresciuto sul mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da allora aspetto. Aspetto le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido”. (4) Si era laureato all’Università di Algeri e poi si era spostato a Parigi e la terra natale gli apparve un “mondo di povertà e di luce” di struggente nostalgia (malattia della mancanza del nostro paese) nel grigio de la ville lumiére. Molti, nati e vissuti in Algeria, tornati nel territorio metropolitano, ebbero il sentimento di una patria perduta e il ricordo dell’infanzia di sole e di notti di luar. Non divennero totalmente francesi a causa della melanconia, che li prendeva al cuore.

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Krim Belkacem, assassinato a Francoforte il 18 ottobre 1970

Krim Belcacem nacque in Cabilia nel 1922. Venne considerato “harkis”, in quanto era stato reclutato come caporale nell’esercito francese. Furono definiti harkis gli autoctoni verso i quali la Francia aveva qualche debito di riconoscenza per il servizio reso da questi durante la seconda guerra mondiale. Ottennero qualche diritto civile in più. Belcacem, nel 1946, divenne membro del PPA (Partito del Popolo Algerino), che reclamava la decolonizzazione dell’Algeria. Nel 1947, accusato di aver ucciso una guardia forestale, si diede alla latitanza con un gruppo di compagni, con i quali organizzò le spedizioni di guerriglia contro i presidi francesi isolati, maquisard nella catena montuosa del Djurdjura, la cui cima più alta misura 2308 m. Aveva venticinque anni e da quel momento divenne un fuorilegge. Il 1° novembre 1954, festa di Ognissanti, una serie di attacchi di guerriglieri a caserme, a stazioni radio, a depositi, a cabine elettriche dimostrarono che era nato Il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) Un documento dice: “L’assalto generale che il popolo algerino sferra al colonialismo gli apre la strada a una reale liberazione”. (5) Krim Belcacem fu uno dei sei capi storici del FLN e dell’ALN (Armée de Liberation National), che condusse sette anni di guerra contro l’armata francese per ottenere il diritto dell’Algeria di essere nazione sovrana. Un’altra Algeria, quella di molti berberi combattenti, prova nostalgia per i passi altissimi dei Djurdjura cespugliosi e per le scanalature in cui correre mentre un aereo sorvola.

Camus ragionava in modo opposto a quello del Fronte Nazionale Algerino perché aveva vissuto l’Algeria bianca. “Per quanto riguarda L’Algeria l’indipendenza nazionale è una formula puramente passionale. Non c’è mai stata una nazione algerina. Gli ebrei, i turchi, i greci, gli italiani, i berberi avrebbero altrettanto diritto di esigere il comando di questa nazione virtuale.” La nazione algerina musulmana si proclamò con la pace di Evian del 1962. I francesi dovettero scappare dalla colonia che avevano mantenuto per 132 anni. I governanti della nuova Algeria li minacciavano: “la valigia o la bara”.

Il mondo assistette al primo attraversamento di massa del Mediterraneo: profughi della guerra e della cacciata dal suolo natio. Fuggirono gli illusi che chiamavano l’Algeria il “dipartimento francese del sud”. Addensati sui vaporetti furono bollati come pieds noirs (piedi neri), in senso spregiativo. Abbandonarono immediatamente l’Algeria 900.000 francesi. Si riversarono in Francia anche gli harkis musulmani e l’intera comunità ebraica. L’insieme delle persone in fuga dal magreb fu di circa un milione e mezzo. Oggi, i profughi che attraversano il Mediterraneo per raggiungere da disperati l’Europa hanno superato quel record. Intanto, l’Algeria è riaffondata nell’Africa verso il Mali. Che tristezza: non conosco un paese più sognato e più tragico.

Pompeo De Angelis

1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1953.

2. Pierre Peran, Main basse sur Alger. Enquete sur un pillage, juliet 1830, Paris 2004.

3. Isidoro Pacense scrivendo nell’VIII secolo la cronaca della battaglia di Poitiers del 732 d.C. vide contrapposti per la prima volta gli arabi musulmani agli europei.

4. Albert Camus. L’Eté, Paris

5. A. Mandouze, La rivoluzione algerina nei suoi documenti

La colonizzazione durò dal 5 luglio del 1830 al luglio del 1962. 132 anni.