Regole e identità sono due pilastri della sicurezza

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“Il ponte delle spie” di Spielberg è tante cose ma posso dire che ha un protagonista eccezionale: la Costituzione americana.

“Lei è tedesco, io irlandese” dice l’avvocato James Donovan a muso duro all’agente della CIA “Ma cosa ci rende uguali e ciò che siamo se non le regole stabilite dalla Costituzione degli Stati Uniti?” parola più parola meno questo è il succo del discorso e l’asse portante della vicenda.

L’avvocato ribadisce il concetto una seconda volta, quando sottolinea che solo mantenendosi coerenti rispetto al dettame costituzionale si conserverà l’identità nazionale quindi il rispetto dell’avversario. Tradire o venire meno ai propri principi è un sintomo di debolezza poiché dimostra una scarsa fiducia nella robustezza della propria identità. Alzare la voce, mostrare i muscoli e non essere coerenti è un errore madornale se si vuole affrontare un nemico determinato e coerente per quanto infinitamente più debole. Questo è il messaggio che Spielberg indirizza a quanti pensano di mettere in sicurezza il proprio paese venendo meno ai principi costituzionali in tema di diritto da un lato, rivendicando la propria superiorità etica sulla base di quella stessa Costituzione, che si tradisce, dall’altro.

Spielberg dice che spia o non spia, il nemico va trattato scrupolosamente in base alle “regole”; non c’è scorciatoia che tenga, si chiami Guantanamo o waterboarding, tantomeno un processo ingiusto.

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Mi sento di estendere il concetto di coerenza anche a quanti si sono arrogati il diritto di trattare questioni di Stato essendo a libro paga e in affari con una delle due parti, in particolare con quella che non parla la propria lingua. Altrettanto estendo il concetto a quanti svolgendo le funzioni di Ministro della Repubblica hanno lasciato la trattativa a soggetti del genere, rifiutando una proposta onesta da parte di chi può dimostrare la propria totale indipendenza dalle parti nonché la propria fedeltà alla Costituzione, fedeltà che non è un giuramento a sancire in modo esclusivo.

L’avvocato protagonista del film sa di essere stato pesato dai russi proprio per la fedeltà dimostrata alle “regole” durante il dibattimento processuale nonché per il coraggio con cui sfida l’opinione pubblica e la Corte suprema, che respingendo l’istanza lo consacra a difensore della Costituzione e a unico possibile interlocutore del “nemico”.

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L’indipendenza, l’essere tutto d’un pezzo paga, tuttavia, a patto che l’istituzione, nel caso del film l’Agenzia, nella figura di Allen Dulles decida di agire riconoscendo la correttezza dell’impostazione del caso ponendosi tuttavia in contrasto con il potere giudiziario e politico. Qui il dilemma, inutile nasconderlo. Tuttavia, posto di fronte a un problema di sicurezza nazionale – il pilota dell’U2 catturato dai russi e detentore di segreti militari – Dulles punta sulla trattativa e sull’unica figura che i sovietici avrebbero accettato come controparte: James Donovan, avvocato avvezzo a “calcolare il rischio”.

Peccato che in altre occasioni l’alleato americano abbia puntato su figure di mediazione davvero immonde, alcune morte finalmente, altre vive e sbraitanti o silenti e tramanti, comunque indesiderate.

Dionisia

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Allen Dulles