Non considererei il titolo dell’Unità solo il peto di una trombetta

Il giornale L’Unità, “quotidiano dei lavoratori”, fondato da Antonio Gramsci, e pervenuto, mollichella dopo mollichella (si fa per dire in quanto la testata e chi ne ha usufruito hanno usato, nei decenni, tonnellate di soldi provenienti dalle più diverse realtà ma quasi sempre soldi pubblici), ad essere la trombetta del dittatorello di turno riferendomi in questo caso a Matteo Renzi e ai suoi intimi sodali. Da Stalin a Renzi quindi, attraverso i soldi dei Marcucci e delle videocassette di Elle U Multimedia, usufruendo dei proventi (spesso nerissimi) delle Feste dell’Unità e di tantissimi fondi pubblici erogati dalla Direzione Generale per l’Editoria di Palazzo Chigi, struttura di potere partitocratico che nei decenni ha visto alternarsi alla sua guida di tutto, tranne che dei servitori della cosa pubblica. Tonnellate di soldi profusi (rigorosamente sottratti alla collettività attraverso le idrovore di tasse ingiuste), dicevo, per ritrovarseli – ancora vivi – a sputare sentenze sul “declino di Beppe Grillo” e del M5S.

La libertà di stampa evocata dal buon Jefferson, non riguarda l’Unità. L’Unità non è un giornale ma banalmente una “velinaccia renziana” che quindi, come  tale, non deve essere lasciata libera di scrivere cose e formulare titoli al solo scopo di farli poi mostrare, in TV e nella Rete, durante le rassegne stampa mattutine. La democrazia, la libertà, il diritto alla critica non hanno niente a che vedere con quanto vediamo prendere corpo ogni santo giorno: è come se, durante il fascio, uno avesse considerato una testata avente diritto a dire la sua, l’agenzia di regime “Stefani”. Quella era la trombetta di Mussolini e dei suoi gerarchi e come tale doveva essere trattata solo che la “Resistenza”, all’epoca, non aveva la forza militare di fare ciò che sarebbe stato opportuno politicamente mettere in atto.  L’Unità esce con il sostegno di editori che dovrebbero essere chiamati, tutti i santi giorni, a rispondere di come e quando hanno fatto quei soldi che poi si possono permettere di “buttare” dentro il tritacarne del giornale trombetta di cui stiamo parlando. Dico tutti i santi giorni dovrebbero essere cercate le tracce, a ritroso, fino a trovare come possa essere credibile che un imprenditore metta soldi in una cosa come l’Unità se non solo e unicamente per preparare le eventuali frecce al curaro da usare se per caso uno venisse legittimamente chiamato a rispondere della propria sconfinata ricchezza. Tutti i giorni bisognerebbe raccontare chi nei decenni ha messo soldi nell’editoria al solo scopo di serializzare, al momento opportuno (e adesso per loro è il momento opportuno di provare a sconfiggere i cittadini onesti organizzatisi nel M5S), il metodo Dino Boffo e le macchine sputa fango della disinformazione.

Dino Boffo, quando fu attaccato, si era schierato, con l’autorevole testata che dirigeva da 15 anni (L’Avvenire organo della Conferenza Episcopale Italiana) e le sue 100.000 copie vendute, su posizioni di netta critica nei confronti di Silvio Berlusconi e della vicenda di “Noemi”, la vera minorenne napoletana che frequentava il Presidente del Consiglio e che lo vezzeggiava chiamandolo “Papi”. Certo, oggi, la ragazzetta napoletana appare un’educanda a confronto di Francesca Immacolata Chaouqui e del suo giro di morbide cugine!

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Comunque, il titolo di ieri dell’Unità (Il tramonto del Grillo), “noi che abbiamo fatto il militare a Cuneo” (Antonio De Curtis) e che “abbiamo visto nascere OP” (Oreste Grani), lo consideriamo uno “squillo di tromba” da non sottovalutare considerandolo semplicisticamente solo il peto di una “trombetta”.

Leo Rugens che, ancora una volta, consiglia di far risuonare il “nessun dorma”.