Nashad Milhem arabo israeliano in fuga può divenire un caso atipico

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Per essere uno psicolabile – come lo descrivono prudentemente i parenti -Nashad Milhem mi sembra buono sia nella scelta dell’armamento che nell’uso dello stesso, tra la gente; ottimo nello sgancio; eccellente nel far perdere le tracce nel territorio più militarizzato e monitorato (anche telematicamente) del mondo. Note di qualifica (se esistessero per i terroristi e i matti) più che positive, quindi. Il “Forrest gump” degli attentatori latita da oltre 48 ore e potrebbe divenire un “caso atipico” se, nelle prossime 24, non venisse catturato.

Oreste Grani/Leo Rugens


IN ISRAELE, ALLA LUCE DEGLI ULTIMI AVVENIMENTI L’INTELLIGENCE POTREBBE COMINCIARE A MOSTRARE I LIMITI IMPOSTI DA UNA VISTA MIOPE E STRABICA

Israele+Palestina

Stanno per scadere le 24 ore che ci eravamo permessi di indicare come limite/indizio di una eventuale inadeguatezza della “rete” di intelligence e sicurezza in Israele rispetto alla vicenda di Nashad Milhem e del suo mitra Spectre Falcon (se è quello). Se entro poche ore non si trova i giovane terrorista, dalle mie parti si dice che “gatta ci cova” e che, delle due l’una: o Milhem non è uno pischello psicolabile, o lo è, ma, allora, non è più il solo dalle parti di Tel Aviv. Lo dico con assoluto affetto e rispetto per la fatica che le donne e gli uomini di Israele fanno tutti i giorni nel dover gestire e contrastare “i mostri antisemiti” che li circondano e che li vogliono sterminare. Ma anche preoccupato per la stanchezza che devono provare a dover essere governati da personaggi che, quasi fossero una quinta colonna, non riescono più ad avere il senso del divenire delle cose. Cioè, per la prima volta dal 1947, la cultura e la comprensione della complessità è merce rara in Israele e, soprattutto, tra i suoi attuali governanti. Come ci eravamo permessi di dire al dr. Itzhak Pakin anni addietro, durante le nostre sistematiche frequentazioni, presso gli uffici di Palazzo Cenci, dove, in sincera amicizia, accogliemmo le persone che lui ritenne di doverci presentare, anche Israele, senza “cultura” sarebbero arrivati tempi difficili. Io parlavo, in assoluta amicizia; lui, come dopo si è dimostrato, molto meno. Il tempo, viceversa, che amico sincero della verità, mi sta dando ragione e la – a noi – carissima Israele, sta dimostrando i limiti di una politica che per troppo tempo ha ritenuto l’approccio culturale non più necessario alla sicurezza dello Stato e dei suoi coraggiosi cittadini. Solo armi, tecnologia e repressione. Non formula evidentemente sufficiente per il bene di Israele, degli ebrei, e di tutti noi mediterranei, amici della tolleranza reciproca e della convivenza pacifica. Responsabilità non da poco alla luce di quanto ogni giorno di più accade e potrebbe sempre di più accadere. A prescindere dagli scazzi (di vecchissima data) tra sunniti e sciiti. Per semplificare.

Senza cultura transdisciplinare e consapevole di cosa sia la complessità, amico Pakin, l’Intelligence non solo risulta cieco ma anche, alla lunga, poco intelligente. Il che ci appare una grave contraddizione nei termini. Come ci eravamo permessi di anticipare.

Oreste Grani che cresciuto grazie agli insegnamenti di Paolo Milano prima, di Amnon Barzel dopo, passando per Dan Segre e Rav Scialom Bahbout, non si meritava da Pakin un tale trattamento, doppio e arrogante.