In Israele, alla luce degli ultimi avvenimenti l’Intelligence potrebbe cominciare a mostrare i limiti imposti da una vista miope e strabica

Israele+Palestina

Stanno per scadere le 24 ore che ci eravamo permessi di indicare come limite/indizio di una eventuale inadeguatezza della “rete” di intelligence e sicurezza in Israele rispetto alla vicenda di Nashad Milhem e del suo mitra Spectre Falcon (se è quello). Se entro poche ore non si trova i giovane terrorista, dalle mie parti si dice che “gatta ci cova” e che, delle due l’una: o Milhem non è uno pischello psicolabile, o lo è, ma, allora, non è più il solo dalle parti di Tel Aviv. Lo dico con assoluto affetto e rispetto per la fatica che le donne e gli uomini di Israele fanno tutti i giorni nel dover gestire e contrastare “i mostri antisemiti” che li circondano e che li vogliono sterminare. Ma anche preoccupato per la stanchezza che devono provare a dover essere governati da personaggi che, quasi fossero una quinta colonna, non riescono più ad avere il senso del divenire delle cose. Cioè, per la prima volta dal 1947, la cultura e la comprensione della complessità è merce rara in Israele e, soprattutto, tra i suoi attuali governanti. Come ci eravamo permessi di dire al dr. Itzhak Pakin anni addietro, durante le nostre sistematiche frequentazioni, presso gli uffici di Palazzo Cenci, dove, in sincera amicizia, accogliemmo le persone che lui ritenne di doverci presentare, anche Israele, senza “cultura” sarebbero arrivati tempi difficili. Io parlavo, in assoluta amicizia; lui, come dopo si è dimostrato, molto meno. Il tempo, viceversa, che amico sincero della verità, mi sta dando ragione e la – a noi – carissima Israele, sta dimostrando i limiti di una politica che per troppo tempo ha ritenuto l’approccio culturale non più necessario alla sicurezza dello Stato e dei suoi coraggiosi cittadini. Solo armi, tecnologia e repressione. Non formula evidentemente sufficiente per il bene di Israele, degli ebrei, e di tutti noi mediterranei, amici della tolleranza reciproca e della convivenza pacifica. Responsabilità non da poco alla luce di quanto ogni giorno di più accade e potrebbe sempre di più accadere. A prescindere dagli scazzi (di vecchissima data) tra sunniti e sciiti. Per semplificare.

Senza cultura transdisciplinare e consapevole di cosa sia la complessità, amico Pakin, l’Intelligence non solo risulta cieco ma anche, alla lunga, poco intelligente. Il che ci appare una grave contraddizione nei termini. Come ci eravamo permessi di anticipare.

Oreste Grani che cresciuto grazie agli insegnamenti di Paolo Milano prima, di Amnon Barzel dopo, passando per Dan Segre e Rav Scialom Bahbout, non si meritava da Pakin un tale trattamento, doppio e arrogante.


NASHAD MILHEM ARABO ISRAELIANO IN FUGA PUÒ DIVENIRE UN CASO ATIPICO

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Per essere uno psicolabile – come lo descrivono prudentemente i parenti -Nashad Milhem mi sembra buono sia nella scelta dell’armamento che nell’uso dello stesso, tra la gente; ottimo nello sgancio; eccellente nel far perdere le tracce nel territorio più militarizzato e monitorato (anche telematicamente) del mondo. Note di qualifica (se esistessero per i terroristi e i matti) più che positive, quindi. Il “Forrest gump” degli attentatori latita da oltre 48 ore e potrebbe divenire un “caso atipico” se, nelle prossime 24, non venisse catturato.

Oreste Grani/Leo Rugens


PERCHÉ NELLE MANI DEL TERRORISTA/SOLDATO IN AZIONE IN ISRAELE COMPARE UN MITRA SPECTRE FORSE MODELLO FALCON?

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Se ho ben capito in Israele ieri il terrorista oggi in fuga dopo aver ucciso e ferito a suo piacimento, ha usato una Spectre (un nome, una garanzia e un programma!), in versione Falcon, o in quella Ranger, mitra (spara ad una velocità teorica di 850 colpi al minuto) micidiale a saperlo usare. La macchina (se è lei) è di fabbricazione italiana e, a sentire quelli che se ne intendono, poco diffusa nei territori israeliano-palestinesi. Fu ideata e fabbricata a Torino, quando esisteva la SITES. Pochi esemplari in funzione di ingaggi speciali antiterrorismo, servizi per scorta e autodifesa ravvicinata sia in Italia che in Svizzera, negli anni ’80/’90 e poi un po’ di fortuna grazie (si fa per dire) agli orrori serbi-croati-bosniaci-erzegovini. L’arma, se fosse lei, potrebbe spuntare da quei mondi dal momento che, viceversa, non la si sente spesso nominare nella zona di cui ragioniamo. Il filmato inoltre dice che il terrorista/soldato sapeva dominare la Spectre a suo piacimento e che la usava impugnandola, ad altezza di sguardo e lontana da se, come pochi dovrebbero saper fare. La Spectre Falcon, in particolare, è un “ferro” che quando spara, ad alta velocità, sembra animarsi, quasi fosse vivo. Sempre a detta di quelli che ne capiscono. La scelta del modello e delle modalità dell’attacco quindi devono suggerire qualcosa a tutti quelli che seguono professionalmente la vicenda israelo-palestinese. Comunque, a me dice che si aggirano attentatori (o agenti provocatori) tanto ben addestrati da essere capaci di scegliere un Falcon e di saperlo usare pur di aumentare i gradi di aggressività in un territorio già tanto martirizzato. Arrivando anche – inaspettatamente – a “farla franca” dove in teoria questo non sarebbe possibile vista la militarizzazione della zona dove è avvenuto l’attacco.

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Mi pesa pensare che l’animo umano arrivi a tanta crudele doppiezza ma, quell’arma, qualora risultasse essere proprio lei, mi lascia perplesso e intravedo tra le pieghe della cronaca di questo ennesimo eccidio, l’inizio di una sequenza di possibili azioni sotto falsa bandiera messi in atto da non si sa chi. Non a caso sono lo Shin Bet e l’Aman che prendono doverosamente in mano la situazione per timore di trovarsi di fronte a verità inconfessabili. Dico questo con l’augurio sincero che si tratti solo di un terrorista “eccentrico” nella scelta delle armi assassine.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Trovata l’arma non si potrebbe provare a risalire a chi, a suo tempo, vendette tale strumento di morte questa volta senza rimuovere il dettaglio che il “Falcon” venne fabbricato, come ho detto, in Italia e in particolare a Torino? Chissà chi, tra i potenti “piazzisti” che già operavano su quella piazza in quegli anni, fece affari con la ex Jugoslavia insanguinata?