… tanto da rimetterci la vita

Palio di Siena

Nel post (PERCHÉ ESSERE (STATO) AMICO DI STEFANO BISI POTREBBE DIVENTARE SEMPRE PIÙ SCONVENIENTE?) che tanto successo di lettori sta avendo  (ovviamente soprattutto a Siena grazie agli accessi canalizzati verso Leo Rugens provenienti da ereticodisiena.it/2015/12/31/auguri-danteschi-sapia-emblema-della-senesita-e-record-di-ps/ e da scoop.it/t/monte-dei-paschi-di-siena) ho fatto riferimento al “metodo” denominato M.O.C.C.I. (Modello Operativo Criminalistico Criminologico Investigativo) messo a punto dal professor Carmelo Lavorino. Ho scelto M.O.C.C.I per un problema valutativo e, passatemi il termine, anche “affettivo”. Valutativo perché è un metodo ad altissimo tasso di scientificità che, se applicato, difficilmente non consentirebbe di trovare “il criminale”. Il perché “affettivo”, se permettete, sono fatti miei.

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Partiamo dalla considerazione di tipo generale che ubi societas, ibi jus. “Ubi” nel senso di “dove” e non “Ubi” quale Unione bancarottieri italiani. La precisazione perché trattandosi di un caso in cui potrebbe essere anche implicato un ex presidente dell’ABI non vorrei che qualcuno, preso dall’entusiasmo, prendesse fischi per fiaschi. Il Metodo M.O.C.C.I.  serve proprio per evitare questi “svarioni” finendo per “appendere -investigativamente – l’asino dove chi di dovere (a volte il padrone) vuole”.

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Dicevamo, Ubi societas, ibi jus, dove c’è la società c’è il diritto e penso che questo sia vero anche per Siena; dove c’è la società c’è il crimine e questo penso che sia vero anche e soprattutto a Siena; dove c’è il crimine c’è l’investigazione intesa come attività dell’ingegno e di ricerca per scoprire l’autore del crimine. Perché mai regole così basilari non dovrebbero avere valore anche a Siena? Dove c’è il crimine infatti si sente il bisogno di prevenirlo, combatterlo e reprimerlo ovunque nel mondo civile e quindi, sono certo, anche a Siena. Anche nella Città del Palio c’è bisogno di scoprire e punire il reo!

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Anche a Siena vale, anzi, deve valere, il binomio inscindibile “repressione (del reato) mediante investigazione” in quanto ovunque ci sia civiltà giuridica questo binomio è in realtà una manifestazione culturale, scientifica primaria. Senza ricerca del reo, nulla ha un senso. La ricerca del reo ha bisogno di investigazione razionale, logica e sistematica e, da quando al cavernicolo rubarono la selvaggina fino a quando il povero Rossi è “volato di sotto”, si lavora per trovare il colpevole in successione di attività che per semplicità si riassumono in questi sette fasi:

1) Constatazione del fatto avvenuto ed analisi immediata del fatto.

2) Assunzione di conoscenza, consapevolezza e territorialità dell’ambiente, della scena e delle vie d’accesso relative il crimine e i fatti.

3) Verifica del “cosa è accaduto”; verifica del danno; esame ed analisi delle tracce del danno (un omicidio è un danno, così come un suicidio); controllo delle vie e dei punti di accesso e dei percorsi dell’autore del crimine.

4) Ricerca delle tracce di qualunque tipo dell’iter criminale (anche il suicidio è un atto criminale) con uno sforzo di rappresentazione mentale; tale momento è  molto delicato e va affrontato con la massima attenzione, tantomeno  pregiudizio perché ci si dovrà anche misurare con elementi che possono fuorviare quali i “si dice, si pensa, potrebbe essere”.

5) Sistematizzazione finale di tutti gli elementi. Accostamento e comparazione mentale e possibilmente fattuale di tutte le tracce trovate e ritenute essere riconducibili all’autore/i del crimine.

6) Ricerca degli elementi di prova; ricerca delle testimonianze; unione dei sospetti alle risultanze.

7) Azioni consequenziali alle analisi ed alle decisioni intraprese.

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Questi sono solo i “titoli” dei sette capitoli che introducono al metodo di cui ho fatto cenno.

Questo o un’altro ma escludo che gli investigatori preposti non siano all’opera con un approccio scientifico in un fatto di tale gravità quale è il suicidio/omicidio di David Rossi.

A mio modesto avviso non posso immaginare che gli investigatori non siano ormai silenziosamente vicini a scegliere definitivamente una delle due ipotesi: suicidio o omicidio.

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Se dovessero propendere per l’omicidio, scarteranno alcuni moventi ma approfondiranno tutti gli altri.

E, trovato il movente, troveranno mandanti ed esecutori, nel caso che i “pupari” non siano loro stessi stati capaci di afferrare per i polsi/avanbracci il povero Rossi e portare a termine l’omicidio, in prima persona.

Delitto sovrano che, da quando il mondo è mondo, si decide di compiere spinti esclusivamente da uno di questi moventi:

per difesa;

per denaro;

per il successo;

per gioco e per divertimento;

per fastidio;

per piacere sessuale;

per vendetta;

per invidia;

per emulazione;

per induzione;

per compassione;

per follia;

per gelosia;

per rifiuto o per motivi strumentali.

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Difficile uscire da questo elenco. Anzi, impossibile. Se vi sembra che nessuno al mondo possa aver desiderato la morte di David Rossi per uno dei “moventi” che sono stati elencati, stiamo parlando di un’altro Rossi, di un’altra banca e di un’altra città.

Viceversa, se con questo elenco ci stiamo avvicinando a qualcosa di possibile, sappiate che gli assassini (qualora esistessero e Rossi non si fosse suicidato) non avrebbero scampo.

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Anzi, anche se non sono giocatore e mi scuso con le persone che hanno amato David Rossi per questo accostamento irriguardoso,vi confesso che ho scommesso con la mia tasca destra contro la sinistra che Rossi è stato ucciso, che il movente sarà facilmente individuato e che, una volta tanto, anche a Siena, la giustizia trionferà.

Comunque, se non lo avete capito, continuerò a dare delucidazioni sul metodo investigativo ideato dal professor Carmelo Lavorino con modalità tali che vi sarà facile capire, passo dopo passo, cosa possa essere riconducibile al “caso David Rossi” e alla sua morte grazie a tale approccio.

Comunque la si voglia valutare, morte atroce e ingiusta. A prescindere dalla erogazione di qualunque somma sia uscita dalla  direzione da lui presieduta quale gettito pubblicitario o altra forma promozionale.

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Oreste Grani/Leo Rugens che se fosse stato David Parenzo (e non lo sono), almeno per “simpatia” portando lo stesso nome proprio (David entrambi), una mezza domanda al Gran Maestro del Goi, Stefano Bisi, sulla tragica fine del “suo carissimo amico Rossi”, gliela avrei fatta durante la trasmissione della “La7” a cui il Bisi era stato invitato. Anzi, gli avrei chiesto – d’esordio – cosa pensasse di questo strano, inspiegabile suicidio. Ma Parenzo non è Biagi, assomigliando, in questo caso, più ad un Maurizio Costanzo prono e alle prese con un Licio Gelli che al signore del giornalismo italiano scomparso sempre troppo presto.

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