Moventi anche troppi. Vediamo se arriva il resto

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Un tempo, se un giornalista avesse scritto un articolo come quello che oggi, recuperato in rete, vi ripropongo nell’ambito di quel atipico dossier che mi preparo a confezionare al solo scopo di individuare nessi e prove logiche (quelle che io almeno tali considero) intorno alla morte di David Rossi, sarebbe venuto giù il mondo e quell’altro. Nella mia marginalità e ininfluenza, raccolgo comunque frammenti in modo che vengano fatti circolare quanto più possibile a sostegno di quella che mi appare la tesi più probabile: l’omicidio del testimone scomodo. Sarebbe venuto giù il mondo, soprattutto se la testata fosse stata autorevole e affidabile e il giornalista non fosse stato un cantastorie. In questo caso ci siamo perché chi ha scritto il pezzo è Rita Pennarola che di “fragile”, per essere considerata un’ottima giornalista d’inchiesta, ha solo il cognome.  Tenendo conto che ho conosciuto un dirigente di banca (Unicredit) che si chiamava “Malandrino” e nonostante il cognome risultò essere un ottimo elemento. Mi scuso comunque con la signora per la pessima battuta e colgo l’occasione per complimentarmi invece per il suo volume “2008 – L’anno che ha stravolto l’Italia”, non tanto per cosa racconta a difesa di Pecoraro Scanio di cui so poco, avendo inoltre difficoltà nella materia trattata (l’ambiente) ma perché mi piace chi trova il coraggio di raccontare le vicende anche con i “se”: se… le cose sarebbero andate diversamente. Io che non sono nessuno, ritengo infatti che la Storia, ogni tanto, anzi, spesso, se non sempre, andrebbe accompagnata da quanti più “se” possibili. Ma non sono nessuno e tanto meno uno storico. Sono solo uno che se dico che c’ero, c’ero. Certo, se quando ho preso contatto con Pierluigi Piccini lo avessi trovato (come ritenevo che fosse) non solo (come invece drammaticamente mi è sembrato in quei cento giorni della primavera 2011 che ho passato a Siena) ma in rapporto intelligente con gli Ascheri e con il prefetto Vittorio Stelo, forse quella figura di merda che ho incassato (con tutti gli annessi e connessi) non l’avrei subita.

Vedremo, quando mi andrà e trovando tempo, come tornare su come mi hanno raggirato a Siena. Altro che qualche conto che sono stato costretto, avendo finiti i soldi, a non pagare.

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Ora fermiamoci qui e godetevi il pezzo della  Pennarola uscito il 15 marzo 2014 che aiuta a sperare, per tornare a David Rossi al meno colpevole di tutti, ad avere fiducia nella magistratura ma, per non saper né leggere, né – tantomeno – scrivere (così in effetti è, visto i miei limiti), io continuo a raccogliere informazioni e riflessioni, indicazioni di rizomi arborei, e riscontri di oggettive frequentazioni. Poi farò due+due+due+due e deciderò quanto fa e cosa farne della somma.

E, nell’articolo della Pennarola, di rizomi, di percorsi carsici, di oggettive frequentazioni che si possano ricondurre a quel momento investigativo che nel post “… tanto da rimetterci la vita” ho indicato essere attinente ai “si dice, si pensa, potrebbe essere”, elementi di indagine anch’essi, che mai si devono trascurare se si vuole arrivare ai colpevoli, ce ne sono a sufficienza. Non bisogna farsi sopraffare dai “si dice, si pensa, potrebbe essere” ma guai a non tenerne conto nella ricerca della verità. Così come ogni sospiro di quello che chiamo “il si dice” deve essere ritenuto in funzione soprattutto di quanto possa essere accaduto dopo il crimine con quella che viene chiamata la presa di distanza delle prove del crimine o di una qualunque ulteriore alterazione delle scena che comunque l’assassino/gli assassini dopo aver abbandonato, a caldo, la scena del crimine, potrebbero aver tentato di fare. Tracce elettroniche comprese come dicemmo fin dai primissimi giorni successivi alla tragedia. L’assassino (o gli assassini) se esistono, sarnno stati  (e potrebbero esserlo ancora) in attesa degli eventi. Ci potrebbero essere – se qualcuno è assassino in città – eventuali mosse determinate dal coinvolgimento emozionale-personale e da una, scusatemi il termine, ruminazione del crimine. Certamente, se qualcuno ha ucciso, da quel momento ha messo in atto un attenzionamento a quanto si arrivava a capire e ad attuare, dal punto investigativo, intorno all’omicidio. Questo nel tentativo di prendere le distanze ulteriori dal fatto e dai suoi tempi. E in quel cercare di allontanare da se i sospetti spesso si trova, se riscontata e provata tale attività, il primo vero indizio utile per arrivare a scoprire il/i colpevoli. Sarà dura, ma possibile. Se lo meriterebbe la moglie che qualcuno ha voluto vedova (espressione tipica del glossario massonico), i senesi estranei a tutto questo schifo, il Paese che da questo sacrificio potrebbe averne un beneficio se si dimostrasse che gli assassini non la fanno sempre franca. Se ci sono degli assassini. Il movente/i ci sono tutti. Rimaniamo in vigile attesa.

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Proviamo a non rimuovere le affermazioni fatte con fermezza e coraggio civile dalla brava Rita Pennarola. Dicevo in esordio del post che se fossimo stati ai tempi di Jannuzzi/Scalfari, un articolo del genere, uscito sull’Espresso, avrebbe fatto rivoltare l’Italia. Vediamo se, più semplicemente, riusciamo a mantenere “accesa la luce” sul delitto Rossi.

Oreste Grani/Leo Rugens


Monte Paschi – ROSSI E IL GROVIGLIO ARMONIOSO

15 marzo 2014 autore: Rita Pennarola

C’è  stata la mano “illuminata” dei massoni toscani, dietro il volo di 30 metri a testa in giù del capo comunicazione Mps, Davide Rossi, sulla cui fine pochi giorni fa il gip ha deciso l’archiviazione? Qui ricostruiamo i legami tra Rossi e il collega, come lui giornalista professionista, Stefano Bisi. Che nelle stesse ore in cui si scriveva la parola fine sull’indagine per Rossi, assurgeva al vertice del Grande Oriente d’Italia come nuovo Gran Maestro.

Pietra tombale. Caso chiuso. La morte del capo comunicazione Mps David Rossi, volato giù dalla finestra del suo ufficio proprio mentre, a marzo 2013, lo scandalo dell’istituto senese stava dilagando, è avvenuta per suicidio. Lo scrive pochi giorni fa nel provvedimento di archiviazione il gip di Siena Monica Gaggelli. La famiglia non ci sta e annuncia ricorso, esibendo elementi che lasciano non pochi interrogativi sul presunto suicidio. Così il caso di David si avvia ad entrare nel novero dei misteri rimasti senza colpevoli. Come quello di Adamo Bove: il manager Telecom, per anni alla Dia, piombò a corpo morto da un ponte della tangenziale di Napoli nel pieno della spy story che travolgeva il gigante telefonico. Era il 26 luglio 2006 e Bove, che era pedinato da giorni, si accingeva a rendere nuove verbalizzazioni in procura. Suicidio, diranno alla fine i pm. Nel caso Rossi, però, i particolari che inquietano sono anche altri. A cominciare dal pubblico ministero titolare delle indagini, Aldo Natalini, lo stesso che ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione.

UNA TELEFONATA DI TROPPO
Trentotto anni, viterbese di nascita, nel 2013 il sostituto procuratore di Siena Natalini viene per caso intercettato nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura di Viterbo su un giro di appalti truccati nel Lazio, mentre si dilunga al telefono con un indagato. E’ il suo amico e collega di università Samuele De Santis, avvocato. A Samuele Natalini non solo fornisce dettagli sull’inchiesta giudiziaria senese in merito all’imminente crack di Monte Paschi, ma spiega anche quali strategie difensive potrebbero essere adottate a favore dei dirigenti del Pd coinvolti, oltre ai vertici dell’istituto Giuseppe Mussari e Fabrizio Viola.
Una telefonata privata, certo. Che però insospettisce il pm di Viterbo Massimiliano Siddi, il quale ad agosto 2013 consegna personalmente a Natalini un avviso di garanzia con l’ipotesi di violazione del segreto istruttorio. Poche ore dopo si andrà già verso l’archiviazione.
Peraltro l’intercettazione, realizzata casualmente, resta sostanzialmente un unicum, dal momento che il gip di Siena Ugo Bellini, titolare dell’inchiesta su Monte Paschi, aveva negato l’autorizzazione ad intercettare i principali indagati, fra cui l’allora sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, benché questi avesse ricostruito lo scenario dei summit in cui i big del Pd decidevano le sorti della banca, da Piero Fassino a Francesco Rutelli, da Massimo D’Alema a Walter Veltroni, fino a Pierluigi Bersani.

A TESTA IN GIU’
Classe 1961, giornalista professionista, David, che non era fra gli indagati nell’inchiesta su Mps e non rischiava di perdere il lavoro – come hanno confermato all’epoca della morte i vertici della banca – fa un volo di trenta metri a testa in giù, di spalle, dalla finestra dietro la scrivania, nel suo ufficio di Rocca Salimbeni. Sul tavolo gli inquirenti trovano gli occhiali e i telefonini. Poco prima aveva telefonato alla moglie per dirle che alle 20,30 sarebbe stato a casa. 
Ma per il gip Gaggelli, «nessun punto oscuro può ritenersi sussistere e nessun dubbio» sulla morte di Rossi, il quale si gettò «volontariamente» e non è stato «spinto di sotto con violenza da terze persone dalla finestra». Un «sovraccarico emotivo», per il gip, quello del giornalista, divenuto «una sorta di ossessione» dopo la perquisizione subita il 19 febbraio 2013. Un provvedimento che, per la moglie di Rossi Antonella Tognazzi e per il suo avvocato, Luca Goracci, non spiega ad esempio come il volo sia avvenuto radente al muro del palazzo, circostanza poco credibile per un lancio autonomo nel vuoto, senza contare le tracce sulle scarpe, che risulterebbero non compatibili con quelle trovate sul davanzale, o alcuni segni sul corpo. Questo ha dichiarato Antonella ai microfoni del Tg1 poche ore dopo la notizia dell’archiviazione, ricordando che David amava la vita e non aveva alcun motivo per farla finita.

DAVID E IL GRAN MAESTRO BISI
Ci sono però particolari che non hanno mai trovato spazio nelle indagini della magistratura senese. E che tornano a galla con forza dirompente all’indomani delle elezioni del nuovo gran maestro del Grande Oriente d’Italia (per coincidenza, avvenute nelle stesse ore in cui si definisce l’archiviazione per il caso Rossi). E’ il 5 marzo scorso quando i massoni italiani decidono che il trono dell’uscente Gustavo Raffi dovrà essere occupato da Stefano Bisi, giornalista professionista, senese e direttore del Corriere di Siena. La sua lista ottiene il 46,26% delle preferenze degli 11.490 votanti sui 16.059 aventi diritto, con una adesione al voto del 71,55%.
Bisi era solo un collega, come tanti, del povero Rossi? Non proprio. 
Per capire come Bisi e Rossi si conoscessero ed avessero a lungo lavorato insieme, anche dentro il groviglio Mps, riportiamo il lungo brano dal blog “Fratello Illuminato”, gestito e scritto dai confratelli che si oppongono al predominio dei massoni in orbita Partito Democratico, a Siena ed oltre. Il brano risale a tempi non sospetti: giugno 2012.
«L’inizio dell’era Mussari alla banca coincide con l’inizio del groviglio armonioso capeggiato da Stefano Bisi. Sono supposizioni? No, sono i fatti che parlano senza commentarli nemmeno tanto. Ovvio, che gli amministratori comunali e provinciali hanno le loro responsabilità, ma detto questo, bisogna evidenziare che il peso della gestione Mussari supportato dai due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi ha condizionato i partiti, le giunte comunali e l’informazione cittadina».
Più avanti viene spiegato come e perché questo sia accaduto. «Dal 2006 al 2011 la banca Mps ha speso 355 milioni di euro in pubblicità attraverso l’area comunicazione gestita da David Rossi. Quanti organi d’informazione hanno beneficiato della pubblicità? Forse è solo una coincidenza, ma verso la fine della presidenza Mussari sono stati assunti all’area comunicazione di Mps la fidanzata del Bisi e un altro collaboratore del Corriere di Siena. E stranamente il responsabile dell’area comunicazione di Mps (David Rossi, ndr) non ha perso tempo nel rilasciare attraverso un video pubblicato da Siena News parole di elogio al medesimo giornale online (con direttore responsabile Stefano Bisi)». 
Poi, sempre a proposito del già potentissimo Bisi, i blogger massoni così continuano: «Vogliamo parlare dei legami stretti del Bisi con gli ex vertici dell’aereoporto di Ampugnano o del cda dell’università? Vogliamo ricordare gli articoli di elogio scritti dal Bisi sull’acquisto di banca Antonveneta? Il groviglio armonioso ha messo in ginocchio la città. E oggi che strategia si sono inventati i due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi? Minimizzare e tentare di salvare le sorti del Ceccuzzi, non perchè amano il Ceccuzzi, ma solo con la speranza di custodire il loro ruolo».
Atteggiamenti che in quel periodo non piacciono al gruppo dei massoni dissidenti. I quali, in seguito, arriveranno a più miti consigli (vedi l’elezione di Bisi al vertice nel 2014), o resteranno una sparuta minoranza. Perché? Intanto seguiamo ancora cosa scrivono, sempre nel blog di giugno 2012, a proposito del futuro gran maestro. «Tutto questo protagonismo del Bisi crea soltanto imbarazzi dentro la massoneria. A testimonianza di questo citiamo alcune dichiarazioni di un esponente storico del Grande Oriente d’Italia, Delfo Del Bino, che ha ricoperto il ruolo di Gran I Sorvegliante con l’allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Armando Corona. Per la cronaca ricordiamo che Armando Corona è colui che decretò l’espulsione di Licio Gelli dal Grande Oriente d’Italia». «Amiamo l’Europa dei popoli e dei saperi, non quella delle banche», era la dichiarazione di Del Bino. Dalle cui parole apprendiamo anche che «il Grande Oriente d’Italia in tutte le sedi, anche e soprattutto in contesto europeo ove ormai da due anni partecipa al Meeting delle Organizzazioni Filosofiche non Confessionali, a Bruxelles, presso la Commissione Europea presieduta da Manuel Barroso, ha sempre insistito sulla centralità dei princìpi fondativi dell’unione tra i popoli europei, sulla cultura e sulla difesa dei diritti umani prima che sulle ragioni prettamente economiche».

IL PESO MASSONICO
Può aver avuto un peso, nella morte di David Rossi, la stretta vicinanza con il futuro capo della massoneria? O il giovane giornalista amante della cultura e dell’arte era stato tirato dentro un gioco ben più grande di lui, dal quale non riusciva ad uscire?
La Voce si era occupata di Bisi in un pezzo di luglio 2013 dedicato ad esplorare il fitto sottobosco della massoneria rossa in Toscana.  A cominciare dagli interessi del GOI nella Urbs, la società immobiliare amministrata dal tesoriere del Grande Oriente Enzo Viani, fiorentino, nonché ex dipendente Mps. «Pur passando per conservatore – scrivevamo – Viani non aveva esitato ad appoggiare la candidatura a sindaco di Firenze dell’ex Pci Graziano Cioni, che sarebbe poi stato sconfitto dal moderato Matteo Renzi. Viani, del resto, era stato prescelto come presidente dell’aeroporto senese di Ampugnano da Franco Ceccuzzi, deputato Pd e per anni sindaco di Siena, prima di rassegnare le dimissioni, a maggio 2012, per lo scandalo Mps». 
Sulla vicenda piomba poi il servizio di Report, che tira in ballo due alti dirigenti del GOI: proprio «Enzo Viani, presidente dell’Urbs, la cassaforte del GOI», e Stefano Bisi, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Toscana. «Giornalista del Corriere di Siena – ricostruiva la Voce – il 1 giugno scorso Bisi ha presieduto a Massa Marittima il convegno dal titolo “Massoneria ed impegno nel sociale”, cui ha portato il suo saluto il sindaco di Massa, la bersaniana Lidia Bai».
Un intreccio inestricabile, quello fra massoni e potere finanziario, nelle regioni rosse.  Basti ricordare che era stato il bersaniano Franco Ceccuzzi, prima di diventare sindaco di Siena, a prescegliere il massone Viani come presidente dello scalo senese. E quando diventa primo cittadino, Ceccuzzi è reduce da una campagna elettorale sponsorizzata dal Corriere diretto da Bisi. Direttore editoriale del Corriere di Siena è poi l’ex deputato Pdl Rocco Girlanda. Più volte intercettato mentre parla al telefono con l’amico Denis Verdini, Girlanda è stato sottosegretario ai trasporti nel governo di Enrico Letta, che lo volle anche a capo del Cipe.