Ma questi Colaninno ancora per quanto tempo devono essere lasciati liberi di fare danni?

From Dna to cell

Nell’autolesionistico (così mi appare) scagliarsi di alcuni piddisti/piddini contro gli esponenti del M5S (attività permanente ma in queste ore particolarmente accesa e certamente figlia di regia e di qualche complicità che potrebbe più avanti venire alla luce facendo fare ai nostri eroi un imbarazzante figura di merda) spiccano due campioncini, entrambi, per loro destino personale – come si diceva un tempo – figli di papà: Matteo (non ci badate perché ormai si chiamano quasi tutti così) Colaninno e Andrea Marcucci, che non si chiama Matteo ma, come quasi tutti i renziani di ferro, è almeno toscano.

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In altri momenti di questo blog, abbiamo fatto cenno al rapporto genetico tra padri e figli per altri e alti motivi e oggi aggiungiamo che esiste certamente un rapporto tra denaro dei padri e denaro dei figli. Anzi, mentre la genetica può comandare sul rampollo di un grande campione di salto in alto o di un attore, o di un cantante, o di una donna di facili costumi o di un diabetico, non è detto che funzioni scientificamente in altro caso.  Viceversa, i soldi, tra padri e figli, pesano come macigni. Dico questo perché entrambi i dirigenti politici  a cui è dedicato il post, sono cresciuti in famiglie un tempo miliardarie, oggi milionarie, ma solo perché la ricchezza si calcola, nel nuovo millennio, in euro. Potrei forse sbagliarmi e scoprire che i patrimoni dei Colaninno e dei Marcucci, superano il miliardo e quindi possono essere considerati legittimamente dei miliardari. Due cucciolini i nostri che appartengono, inopportunamente anche retribuiti dalla collettività ( cioè da voi tutti), ad un mondo (quello del PD in parte già DS, PDS, PCI) erede “geneticamente” e culturalmente di quella sinistra anche destinata e per decenni votata (e quindi finanziata dallo Stato) per la difesa dei lavoratori e delle classi subalterne.

Ogni tanto, dicevo, in tv e negli altri media, si fa parlare Matteo Colaninno che a questo punto del post va chiarito essere per me, sentite le cose che dice e come le dice ormai da alcuni anni (ho con tutta la buona volontà cercato di non avere pregiudizi nei suoi confronti ma non ci sono riuscito e questo non mi fa onore!), solo e esclusivamente il figlio di Roberto Colaninno. Non dico che lo considero come il “trota” figlio di Bossi, ma poco ci manca. Almeno, sia Bossi padre che chi manovrava “il trota”,  cercavano di non mostrare troppo il loro campioncino spendaccione e taroccatamente laureato. Il Colaninno figlio, evidentemente, non ci riesce nessuno a tenerlo nascosto.

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Mi dicono che ho qualche lettore giovane per cui è mio dovere ricordare loro chi sia il padre di Matteo Colaninno. Non Matteo Renzi che – comunque – anche lui ha un padre niente male.

Il genitore del fiero avversario di Beppe Grillo e del M5S, si chiama, come ho detto, Roberto Colaninno ed è stato uno dei “capitani coraggiosi” (per tali una definizione di D’Alema ce li fece conoscere) di questo Paese di mezze seghe e cacasotto.  Finamente qualcuno che si farà avanti in difesa degli interessi dell’Italia, avrà pensato inopportunamente qualcuno di voi.

Massimo D’Alema (figli d’arte pure lui) era da pochi mesi presidente del Consiglio, quando un gruppo di imprenditori del Nord diede vita a una cordata e lanciò un OPA (Offerta Pubblica di Acquisto) su Telecom Italia, azienda che deteneva il monopolio della telefonia e che era per una pluralità di motivi compresi quelli chiamiamoli di Sicurezza nazionale, sotto il controllo, finanziario e manageriale, di Mediobanca. Tra gli interessati al business spiccavano i nomi del finanziere Roberto Emilio Gnutti e, appunto, dell’imprenditore mantovano Roberto Colaninno, padre dell’odierno acerrimo nemico di Grillo. Roberto Colaninno era all’epoca amministratore delegato della Olivetti. Che fine abbia fatto la gloriosa Olivetti, anche a grazie a quanto ha fatto/non fatto, Colaninno padre lo si può trovare nel racconto insito nel post solo apparentemente dedicato a Carlo Fulchir e alle sue vicende giudiziarie. Ma uno che si chiama  Colaninno come fa a parlare senza aver drammaturgicamente rinnegato il padre? In realtà, quello della fine ingiusta della nostra Olivetti e uno dei tanti momenti in cui penso che ognuno di quelli che hanno lavorato perché morisse il “pensatoio” di Ivrea andrebbe punito come si faceva un tempo, prima della nascita delle banche, mettendo alla prostituzione mogli e figlie e figli dei rei e degli indebitati, fino a quando non avessero scontato il debito. In questo caso quello che hanno con voi tutti per aver ucciso l’Olivetti. D’Alema ordì e, lancia in resta, decine di piccoli imprenditori seguirono i due. Per questo gesto eroico quel disinteressato di Massimo D’Alema li definì “capitani coraggiosi” e da capo del Governo li sostenne. L’operazione si concluse con un successo, ma appena due anni dopo la proprietà di Telecom fu ceduta a quel capolavoro di Marco Tronchetti Provera in quel momento maggior azionista e dominus della Pirelli. Lo svecchiamento del mondo imprenditoriale italiano e il superamento del potere delle famiglie storiche del capitalismo nostrano per il momento non si realizzò. Si realizzarono solo una montagna di soldi per alcuni e il passaggio di una infrastruttura strategica per il Paese nelle mani di gentaccia che ebbe modo di organizzarsi (fino a persone tipo il fratellino – della bella e, per alcuni versi, misteriosa Afef) intorno al Provera fino, passo dopo passo, a far diventare il cuore del tessuto connettivo di una qualunque società evoluta e complessa, un “niente organizzato” come oggi è ridotta la Telecom Italia. Se doveste chiedere, anche sotto tortura, ad un italiano medio, preso per strada e trascinato in luoghi segreti, per estorcergli i nomi di chi controlla la telefonia del vostro Paese, quel poveraccio non lo saprebbe e non riuscirebbe a salvarsi la pelle. Ditemi che non è così e legittimamente metto mano alla pistola e vi tolgo di mezzo perché non avete diritto ad arrivare vivi al prossimo turno elettorale Cittadini disinformati non dovrebbero più avere diritto di votare. Questo è il dramma del dogma egualitario che ci fa sembrare tutti uguali e consapevoli ma che realtà drammaticamente non lo siamo. Fidatevi di uno che si è fatto vecchio aspettando di scoprire che i propri compatrioti, sapendo chi fossero i Colaninno, i Tronchetti Provera, i Marcucci (tre esempi tra i mille che sarebbe necessario fare) agissero di conseguenza.

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Roberto Colaninno, se fossimo capaci di istituire tribunali ad hoc, verrebbe imputato di questi effetti domino, non come mandante perché quello fu D’Alema a pensare tutto e a farlo mettere in atto dai suoi ragazzotti imprenditori (come fu lui a far nascere il gruppo dei Lotar che ancora stanno in giro a fare danni primi fra tutti Velardi e Rondolino) ma come esecutore fedele di disposizioni che venivano dall’alto.

Colaninno è uno che prima ancora di divenire patron dell’Alitalia (continuate ad associare i nomi e i cognomi così capirete, quando arriverete all’odio viscerale di Matteo Colaninno contro il M5S  che, fino a  prova contraria, è il luogo politico ideato e realizzato da Giuseppe Beppe Grillo da Genova cioè quell’italiano che denunciava queste cose quando ancora era un attore (lui un comico e loro tragici grassatori) costretto a calcare i palcoscenici dei teatri, luoghi formativi come vi ho sempre detto e di democrazia. Matteo Colaninno odia personalmente Beppe Grillo e il M5S perché banalmente è cresciuto in una famiglia che vedeva Grillo come il fumo negli occhi. Quando si è figli di uno che ha fatto scempio di ogni cosa dove si è avvicinato al solo fine di arricchirsi (Telecom/Alitalia/Is Molas e il cemento) è naturale (arriviamo a dire, comprensibile) provi odio per quello che spernacchiava suo padre. Comprensibile ma intollerabile che difenda l’onore indifendibile del genitore spesato dalla collettività e cercando di infangare una realtà come quella dei cittadini che si sono organizzati intorno al M5S, realtà che rappresenta l’ultima speranza della Repubblica. Ma da che pulpito parla questa mezza sega che non potrebbe avere scarpe da allacciare se suo padre non avesse fatto ripetutamente la marionetta di Massimo D’Alema e se gli italiani raggirati (non c’è solo il caso Banca Etruria) non avessero pagato pegno con le azioni (chiamiamole così) Telecom, Alitalia e prima ancora Olivetti. Trovatemi un solo posto di lavoro pre-pensato e realizzato dai Colaninno!

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Dove passano i Colaninno non cresce più non la solita erba ma neanche si ritrova una discarica di rifiuti dove, affamati, andare a cercare qualcosa da vendere perché non rimane nulla neanche gli incarti e gli scarti putrescenti. Dal loro agire e servire, ogni volta si salvano solo soldi per loro e per avere modo di crescere degli insulsi individui come i loro figlietti messi a “fare politica”. Gramsci si rivolta nella tomba: questi non sono neanche industriali con gli stivali e il frustino. Macché capitani coraggiosi, macché cultura d’impresa! Sono dei mercanti di sofferenze altrui, capaci solo di sfruttare il bene pubblico. I loro figli, o rinnegano pubblicamente i padri o non hanno diritto di parlare, soprattutto se campano – in aggiunta ai patrimoni di famiglia – con quelle migliaia di euro al mese che gli passa il Parlamento repubblicano. Denaro sufficiente per le loro cravatte e cannoli alla crema di cui, viste le rotondità che presentano, dovrebbero essere anche golosi. La verità, caro figlio di cotanto padre, che ti va di lusso perché i cittadini organizzati nel M5S sono troppo democratici con i democratici come te e, invece di applicare il codice barbaricino (nei prossimi giorni potrebbero arrestarmi per questa citazione!), ti fanno gratuitamente sproloquiare. Dico il codice barbaricino perché i Colaninno hanno anche interessi evoluti (cemento) in Sardegna.

Di Andrea Marcucci e della sua famiglia ben inserita nel settore che Le Carrè – sagacemente – ha denominato “Big Pharma”, parliamo un’altra volta perché, come si dice, il troppo stroppia.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Stia tranquillo Colaninno figlio che il Codice barbaricino a cui faccio scherzosamente riferimento, nel suo caso, visto la pochezza dell’autore dell’offesa, prevede solo quattro (non cinque come le stelle del Movimento) sonori calci in culo. In fin dei conti, sempre poca cosa rispetto a quelli che la sua famiglia ha rifilato agli italiani che hanno comprato le azioni delle società dove suo padre, Roberto il “Coraggioso” (sembra un nome normanno!), si è attivato con il culo degli altri. Forse l’espressione triviale e omofoba, è un’altra.  Preferisco non ricordarmela per non essere frainteso.