Agente Carrai, da Boston a Tel Aviv con amore

Carrai, spiega Brunetta, «è un amico personale del premier, con il rischio palese di trasformare un servizio pubblico di delicatezza e importanza enormi in un’arma privata potentissima di controllo».

Per una volta siamo concordi con Brunetta, appassionato e critico lettore di Leo Rugens, oggi nostro alleato nella madre di tutte le battaglie: impedire a Carrai Marco, l’affitta camere, di concentrare nelle sue mani un potere senza precedenti, ovvero il controllo del web in Italia.

Carrai, l’uomo che vuole farsi spione e blindare le sue aziende di cyber security, non ci piace da sempre, soprattutto perché è intimo di quel Ledeen (grande storico, forse, mestatore, di sicuro) considerato a suo tempo “sgradito” dal capo dei servizi, l’ammiraglio Fulvio Martini.

Ora mi domando e dico, come mai gli uomini del Presidente Obama lasciano che in Italia scorrazzi gente del calibro di un Luttwak e di un Ledeen, per non dire di un Kissinger, intimissimo addirittura del massone-comunista Presidente Napolitano?

Sono o non sono costoro ostili alla politica dei democratici? Sì che lo sono.

Faccio presente che Kissinger è stato buttato fuori dal board di una grande azienda USA dopo che “Obama” la ebbe salvata dal fallimento e che in quella azienda avesse “prestato servizio” da più di quaranta anni. Perché? Forse perché qualcuno si era stufato dei suoi maneggi. Per toglierselo dai piedi è bastato abbassare a 72 anni l’età massima dei membri del board e il gioco è stato fatto. Non si potrebbe fare altrettanto con Ledeen rispetto all’Italia?

Sempre a proposito di Carrai, l’aspirante spione di Firenze, giova domandarsi quali competenze abbia in materia, domanda che il super esperto Umberto Rapetto (lui sì figura all’altezza di un compito così delicato, lo tenga presente il cittadino Angelo Tofalo) pone indirettamente e intelligentemente:

… quando si pensò di nominare il “cyber-czar” – gli americani scelsero un personaggio che aveva avuto a che fare con gli aeroporti, un tizio che aveva cominciato la sua carriera militare nell’US Air Force nel 1967, si era fatto tre campagne di guerra in Vietnam, aveva scelto la carriera governativa civile nel 1974 occupandosi di direzione del trasporto e gestione delle risorse in alcuni basi aeree. Quel signore – Howard A. Schmidt – ha poi fatto lo sbirro per una decina di anni (era uno degli SWAT nel Chandler Police Department in Arizona) e nel 1994 comincia a lavorare nel Computer Exploitation Team dell’FBI. Lo stesso anno diventa direttore del Computer Forensic Lab e della Divisione Computer Crime & Information Warfare dell’Air Force Office of Special Investigations. Un curriculum impressionante, che lo vede tra l’altro a capo della security informatica di Microsoft e poi in mille altre posizioni di responsabilità nel settore.

Una laurea in scienze dell’organizzazione all’Università di Phoenix, un’altra honoris causa in lettere, un dottorato di ricerca alla Idaho State University, la docenza al Georgia Institute of Technology: questi alcune notazioni sui suoi trascorsi scolastici.

Il 22 Dicembre 2009 Schmidt – senza aver mai diretto, nemmeno ad interim, un quotidiano sportivo come Il Romanista, requisito indispensabile per diventare Digital Champion dalla nostre parti – viene nominato “Top Computer Security Advisor” del presidenteBarack Obama per poi assumere il ruolo di Cyber-Czar degli Stati Uniti d’America.

Nel maggio del 2012, forse conscio di non aver mai visto l’Arno, Schmidt rassegna le dimissioni. Al suo posto, sospiro di sollievo, viene sistemato un personaggio meno qualificato. Finalmente.

Ma vediamole le competenze in materia di cyber world del Carrai illustrate da lui stesso a Salvatore Merlo sul Foglio a febbraio 2015:

a) Qualche mese dopo lavoravo al Mit di Boston, come consultant. A volte la laurea non serve. Un cervello ce lo dà nostra madre quando ci mette al mondo, l’altro ci viene dallo studio, ma il terzo ci viene da una vita giusta”. E di che ti occupavi a Boston? “Mi occupavo di innovazione e digitalizzazione applicata ai servizi di pagamento bancario”.

b) In questa azienda [la sede è a Milano] cosa si fa? “Ci occupiamo di consulenza strategica e di analisi dei big data. Siamo una delle prime società del mondo nel campo dei big data, lavoro con partner americani e israeliani, anche con il Mit di Boston”. Casa dov’è? “A Firenze. Poi viaggio. Un giorno alla settimana lo passo a Roma, due li passo a Milano, e il resto sono in giro, spesso vado a Tel Aviv”.

c) Ancora non ho capito che lavoro fate qui. “Analizziamo i dati su internet. Dall’analisi dei dati puoi capire tutto del mondo e delle persone. Sai quanti byte vengono trasferiti nel mondo in un solo giorno?”. No. “50 miliardi di miliardi. E’ come se ogni giorno ‘Guerra e Pace’ venisse stampata centocinquanta miliardi di volte. Se tu analizzi tutte queste informazioni, se le studi, puoi rendere la vita delle persone e della società molto più semplice. Puoi rispondere ai bisogni”. E insomma, dice, con l’analisi dei big data è come se tutta questa imprecisa agglomerazione di futuro, sospesa sul mondo, trovasse all’improvviso uno scopo, contraendosi in un presente ben delimitato e affrontabile. “Noi adesso abbiamo elaborato un software che fa predizioni, cioè analizza i social network e ti dice quale prodotto devi proporre sul mercato per avere maggiori chance di vendita”. La sua cotta per le scienze della new economy, le scienze della natura digitale, gli è maturata nella persuasione di una loro onestà e validità. […] Anche quelli sono big data… Ma tu lo sai come funzionava la campagna elettorale di Obama? Lui analizzava i big data, e sapeva che in un determinato caseggiato c’erano 200 appartamenti: 100 di repubblicani, 50 di indecisi, e 50 di democratici. Lui andava lì, e già sapeva dove bussare”. E qui arriviamo a una certa filosofia di vita, che forse è anche quella di Renzi, chissà. “Prendi Twitter”, mi dice. “Twitter è un grande rivelatore di dati e di informazioni”. Testa ordinata linearmente, Carrai cerca di far quadrare i dati, salvo alzare da questa pedana i suoi voli speculativi: “Twitter sta ai giornali come la politica moderna sta a quella antica. Twitter rapprensenta la velocità, i giornali la profondità, come i nuovi sistemi economici sono la velocità mentre i vecchi la profondità. La banca, l’istituto banca, dal 1500 in poi ha fondato la sua economia sul banco, dove le persone gestiscono le operazioni con un rapporto personale nei confronti del bancario. Ma ora si fanno sorpassare da Apple pay.

Però, che titoli e che esperienza! Notevole l’attenzione a Apple pay, gioverà sapere che AMEX ci ha già messo un piede sopra.

Chiudiamo o apriamo la questione ripescando un vecchio articolo (2005) nel quale ritroviamo l’amico di Carrai, Ledeen, e osserviamo con quale spregiudicatezza fosse “leccato” da un Capezzone o da un D’Alema (altro che amico di Hezbollah).

Un nostro lettore, SC, si domanda a chi faccia da ufficiale di collegamento l’anziano studioso del fascismo: a nessuno, a nostro avviso, essendo alquanto anziano e di conseguenza difficilmente comandabile da qualcuno.

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Capezzone: D’Alema apprezza i neocon? Abbiamo stravinto

ROMA – «Abbiamo stravinto», Daniele Capezzone, a nome dei radicali, brinda a Massimo D’ Alema e gli dà il benvenuto «su quelle che sono state per anni le nostre posizioni. Non siamo più isolati». E’ da una settimana che Radio Radicale aveva ripreso a martellare sui neo-con, demonizzati dalla destra e dalla sinistra in Italia. La riabilitazione fatta dal presidente dei Ds al convegno di Firenze – «preferisco i nuovi conservatori che lottano per la democrazia ai vecchi conservatori che sostenevano le dittature» – sembra musica alle orecchie radicali. E in particolare a Daniele Capezzone che all’American Enterprise Institute, il think tank neocon, presentò tre anni fa il suo libro Uno choc radicale per il XXI secolo. «Bene, bene. I neo-con non sono più i perfidi mangiatori di bambini, i principi delle tenebre. Mi fa piacere sentire queste parole di D’Alema come anche quelle così ragionevoli di Fassino e di Prodi sull’Iraq». La politica estera dell’Unione è un punto molto delicato del programma, sta cambiando qualcosa? «Trovo un filo positivo nelle prese di posizione degli ultimi giorni. Mi resta un piccolo dubbio su Giuliano Amato, che due anni fa ci riprese perché apprezzavamo i neo-con». Ma neppure D’Alema si è convertito, dice che sono meglio dei vecchi conservatori e basta. «Attendo le stesse parole anche da Amato. Le parole di D’Alema sono importanti perché finisce finalmente la demonizzazione di Michael Ledeen e Richard Perle e si riconosce che la loro è una delle poche realtà nel mondo che si interroga sulla promozione della democrazia». I neo-con parlano di «esportazione della democrazia». «Alcuni, è vero. E a me non piace. Ma da qui a identificarli con l’amministrazione Bush come è stato fatto in Italia, ne passa». Ma non può negare che sono unilateralisti e militaristi. «E’ vero, ma non tutti. Io credo però che sia importante interloquire con loro, cogliendo l’ ottimo delle loro riflessioni e provando con loro a immaginare strumenti diversi dalla carta unilaterale e militare. Ho detto al Foglio qualche giorno fa: se si prende un testo di Ledeen e si traduce in italiano, può diventare una mozione del centrosinistra». Lei è un provocatore. «Sull’Iran, per esempio, Ledeen non propone interventi militari, chiede di puntare sull’ uso dei media per dare la parola ai democratici iraniani». L’Iraq e ora la riabilitazione dei neo-con vi inducono ad altri passi nell’Unione? «La Rosa nel pugno sta creando un’atmosfera positiva nel centrosinistra. Noto con amarezza che il governo italiano è stato assente al convegno in Barhein su democrazia e Medio Oriente: Fini ha preferito restare a Milano a fare un comizio sulla legge sulla droga». Gianna Fregonara (14 novembre 2005) – Corriere della Sera

Dionisia

P.S. Meriterebbe un post a parte e lo faremo, per ora un assaggio della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi – 54a SEDUTA – MERCOLEDI’ 6 OTTOBRE 1999 Presidenza del Presidente PELLEGRINO indi del vice presidente MANCA

MARTINI. Quando io arrivai, da capo del servizio cercai di instaurare un rapporto diverso con il Comitato parlamentare di controllo, che era allora presieduto dall’onorevole Gualtieri. Pecchioli era uno degli otto membri del Comitato, come pure il Presidente Violante. Allora il Comitato parlamentare di controllo non registrava, come fa adesso, e quindi si parlava a braccio; naturalmente il capo del servizio doveva essere autorizzato dal Presidente del Consiglio per andare al Comitato parlamentare di controllo. Io, tra l’altro, dissi, su domanda, che avevo chiesto all’ambasciata americana di non far entrare Mike Ledeen in Italia: era un tizio che lavorava ai margini della CIA. Naturalmente questa mia uscita dopo un paio di giorni fu riportata su un articolo de “L’Espresso”. Siccome io ho una certa capacità professionale, nel giro di poche ore seppi l’origine dell’articolo; e quindi feci le mie rimostranze sia al Presidente della Camera, che era l’onorevole Nilde Iotti, sia al senatore Pecchioli, che era il capo della pattuglia del PCI. Da questo nacque un rapporto che fu abbastanza cordiale, pur sapendo ognuno dei due che si militava in campi avversi. Ma io avevo un elevato concetto di lui. Lui probabilmente aveva un elevato concetto di me; a Natale ci si scambiava un libro, di solito, e la cosa finisce qua. Non vedo perché non posso avere un rapporto personale di stima o di quasi amicizia con l’onorevole Pecchioli. Devo dire che ho avuto un eccellente rapporto personale con l’onorevole Tortorella, che fu il successore di Pecchioli: non è che consideravo che tutti i comunisti fossero inavvicinabili. Mi scusi, ma mi sembra un po’ strana la domanda.

TARADASH. Non lo penso nemmeno io, però Pecchioli era il capo dell’organizzazione para militare del Partito comunista.

PRESIDENTE. Ammiraglio Martini, perché aveva dato questo parere sulla inopportunità che Ledeen venisse in Italia?

MARTINI. Intanto quando Ledeen veniva in Italia andava direttamente dal Presidente della Repubblica, che aveva conosciuto quando era Ministro dell’interno. E la cosa non mi piaceva. Secondo, perché Ledeen aveva avuto da uno dei miei predecessori 100.000 dollari [do you remember Luttwak-Pollari?] per fare delle conferenze sul terrorismo, che erano assolutamente rubati. E poi perché era un individuo che lavorava a margine della CIA, e la cosa non mi piaceva. Era un professore dell’Università di Georgetown negli Stati Unti.