Situazione sempre più cazzuta in Pakistan! Altro che “battito di farfalle” o “volo di anatre selvagge”, dall’altra parte del Mondo

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“Mozzo e tarmato”. Così il padre fondatore del Pakistan, Mohammad Ali Jinnah, definiva nel 1947 (il Paese ha la mia età!) la creatura appena nata in un drammatico parto cesareo predisposto dai ginecologi britannici “in fuga” mentre veniva giù il loro impero quando Gandhi li aveva da poco tempo messi alla porta della sterminata India.

Da quegli anni di esordio sembrano passati secoli ma un dato nei decenni è emerso: la maggioranza dei Pakistani detestano gli americani perché attribuiscono gran parte dei loro “guai” proprio alle amministrazioni Usa che negli anni hanno sempre sottovalutato la complessità di quella regione “pretendendo ” da quelle popolazioni di accettare presenze e sacrifici che in molti ritengono eccessivi rispetto agli aiuti profusi. Molti pensano (ormai la maggioranza degli ambienti pakistani influenti) che gli americani usino il loro Paese come “un pannolino” dimostrandosi prevalentemente dei padroni e non degli amici come recitava un libro uscito alcuni anni addietro: Friends not Masters. Per questo tipo di approccio che è primariamente di tipo culturale (vedete che siamo sempre allo stesso punto?)  in molti ritengono che da quelle parti dilaghino l’estremismo che è l’anticamera del terrorismo e dell’insorgenza diffusa.

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In queste ore è in corso un attacco nei perimetri dell’Università di Charsadda, nel nord ovest del Paese. che ospitava, proprio oggi, un Festival con presenze di ospiti stranieri. L’attacco potrebbe divenire l’ennesima vetrina di reclutamento e di propaganda di chi gioca, con grande scaltrezza, le carte di un posizionamento geopolitico che si rivelerà determinante per gli assetti di quella parte del mondo.

Ormai si dice che potrebbe essere troppo tardi per la diplomazia statunitense stabilire dei rapporti basati sul rispetto e amicizia reciproci con i pakistani. A di la delle chiacchiere (sarebbero ogni tanto le dichiarazioni ufficiali) gli USA (amministrazione più, amministrazione meno) hanno sempre ritenuto superfluo lasciare sviluppare la democrazia in Pakistan. Ora potrebbe essere troppo tardi dicono quelli che se intendono.

Che invece ritengono che i rapporti tra Cina e Pakistan siano basati proprio su fattori culturali (sempre lo stesso ritornello questo Leo Rugens) che hanno portato quasi ad una forma di amicizia devota che potrebbe riservare sorprese che non chiameremo, né buone, né cattive ma  certamente, novità. Nel 1971 gli USA vollero la nascita del Bangladesh e ancora da molti pakistani questo “distacco” è considerato un evento geopoliticamente catastrofico. Per intendersi quando gli avvenimenti del ’71 entrarono nella fase cruciale, i pakistani si aspettavano  l’arrivo della VII Flotta USA che impedisse la disgregazione (così l’hanno vissuta) del loro Paese. E ancora ritengono che questo sia avvenuto per e con la complicità dell’India che agognava un Pakistan indebolito. Scelte, mosse, alleanze di un tempo ma ormai difficilmente rimovibili nell’immaginario di quelle persone. Per quello i “terroristi” (passateci l’espressione), da quelle parti, ci sguazzano e crescono per numero, audacia, ferocia e consenso. A dicembre 2015, sono stati uccisi 146 giovani (anche giovanissimi) studenti, tutti figli di ufficiali dell’esercito. Oggi è in corso un attacco ad un Campus universitario dove la strage sarà altrettanto feroce.

E, l’immensa Cina, sta a guardare ponendosi certamente anche il problema del suo PIL che cresce solo del 6,9% (!) ma pronta a ben altre intelligenti interazioni con tali sommovimenti.

India e Cina (attualmente in guerra tra loro), da sole, fanno metà degli abitanti di questo pianeta. E il Pakistan (come la Cina e l’India) hanno eserciti dotati di armi nucleari. La pace con l’Iran (anche di noi italiani), era urgentissima perché la partita del Governo del Mondo non si gioca solo nel nostro tormentato Mediterraneo che, comunque, è sempre più impellente  arrivare a pacificare. Quanto prima o sarà troppo tardi.

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Pakistan, quindi, in marasma e sotto attacco permanente ( un giorno capiremo da parte di chi); l’Indonesia con i suoi milioni di musulmani, sotto attacco e, anche in quel caso, capiremo di chi; la Cina che non riesce a fornire ai suoi abitanti servizi, istruzione, cultura e poi anche wc profumati che invece sono pronti a produrre in grande quantità per loro i giapponesi. Tra “cessi profumosi” e domanda di istruzione (di cultura  quindi) che sorge dal mercato interno cinese, si gioca il destino del Mondo.

Proviamo a dare, come italiani, il nostro contributo creativo.

Perché non basta saper produrre “cessi”  per non vedere crollare il valore dei propri titoli azionari come, anche oggi, la Borsa di Tokio dimostra: – 3,71%.

Il Mondo e le questioni che bollono in pentola, sono più complesse di come anche lontanamente uno si immagina che siano. Forse ci troviamo di fronte a qualcosa di irrisolvibile se non con una catarsi dolorosissima. Forse. Oggi, vedo nero e si vede.  Anche perché è morto Ettore Scola che aveva solo 84 anni e oggi non posso non sentirla per questo, una “giornata particolare” cominciando così ad omaggiare Scola. Con la sua dipartita, il grande uomo di cinema, mi conferma che il Granchio d’Acciaio non guarda in faccia nessuno e considera gli ottantaquattrenni già buoni da rottamare.

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Ho deciso di sfruttare, con coraggio ritrovato, il tempo che mi sarà concesso. E questo è soprattutto un avvertimento “leale” nei confronti di chi non mi ha voluto bene e ha teso a rendermi la vita difficile in tutti i modi. A me ma soprattutto alle persone che amo.

Uomo avvisato, mezzo salvato. O accoppato? Come ho detto, oggi mi è presa così.

Oreste Grani che, rileggendosi, si accorge che questa mattina ha ragionato come fosse lui stesso un “ipertesto”. Forse anche troppo o forse no!