Domenico Spinella e la “verità in testa”

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Il 19 gennaio 2016 La Stampa di Torino ha pubblicato un articolo che considero particolarmente importante per ciò che esplicitamente racconta e soprattutto per quanto il giornalista implicitamente ritiene.

Dodici ore prima del rapimento Moro chiese aiuto alla polizia

Fabio Martini scrive cose estremamente impegnative da leggere in un momento della mia vita in cui dedico non poco tempo a ricordare e cercare di capire come siano andate alcune cose a cui ho assistito e che ritenevo di conoscere nei dettagli. Oggi, ad esempio, nell’articolo citato e che riproduco, leggo che Domenico Spinella sarebbe stato informato di quanto stava per avvenire a Via Fani.

Ho frequentato Domenico Spinella il quale, pur conoscendo la mia vera identità (il mio passaporto dell’epoca venne rilasciato con il suo beneplacet e dal suo ufficio), per anni mi ha presentato ai suoi collaboratori, alla Questura prima e al Ministero dell’Interno dopo, come il dottor Messina.

Conoscevo Spinella dai tempi di Valle Giulia (cioè dieci anni prima degli avvenimenti che si riferiscono al sequestro Moro) e tutto posso immaginare di lui tranne che fosse un doppiogiochista al servizio di forze oscure della reazione in agguato.

Spinella era (spero che sia ancora vivo, avendolo visto un po’ malandato, l’ultima volta, in occasione del funerale in Piazza Euclide di Umberto Improta) un persona per bene, lo definirei un democratico, mai violento nell’adempimento dei suoi impegni di “poliziotto” e certamente non depositario di segreti inconfessabili altrimenti, tanto per dirne una, avrebbe fatto altra carriera rispetto a quella fatta.

Se ben ricordo era un ufficiale di marina prestato alla Polizia di Stato. Certo lo vidi più di una volta frastornato dalla complessità delle indagini a cui era costretto in quelle ore (non solo quelle specifiche legate al sequestro Moro tenendo conto che stiamo parlando di anni vissuti senza un attimo di pace o di sicurezza personale e per la propria famiglia) ma  mai nelle decine di incontri avuti gli ho sentito indulgere con parole inopportune perfino nei confronti dei più feroci tra i terroristi latitanti. Solo contro Natalia Ligas gli sentii dire parole dure che rivelavano una grande preoccupazione rispetto alla determinazione all’uso spietato delle armi della giovane/piccola sarda assassina. Aveva ragione Spinella a volerla trovare a qualunque costo soprattutto alla luce delle complicità che la latitanza della brigatista, a sua volta ferita in un conflitto a fuoco, successivamente hanno rivelato: il potente medico massone Domenico Pittella.

Pittella, l’amico dei brigatisti che ci è costato 1,5 milioni
Medico, padre dell’europarlamentare Gianni e del governatore lucano Marcello, è stato condannato a 12 anni per aver ricoverato una terrorista nella sua clinica. Ma il suo vitalizio da 4,5mila euro al mese in quanto senatore non si è fermato
Gian Maria De Francesco, Giuseppe Marino – Il Giornale 20/05/2015
Roma – Aveva prestato soccorso, senza denunciarla, alla brigatista latitante Natalia Ligas, ferita nell’attentato poi fallito all’avvocato del pentito Patrizio Peci.
Per il giudice Rosario Priore egli stesso era un «brigatista a tutti gli effetti» in quanto nella sua ex casa di cura i terroristi venivano ospitati senza troppi problemi. Avrebbe anche architettato nel 1981 un tentativo di sequestro del presidente della Basilicata Schettini. Lui stesso fu latitante per sei anni tra Francia e Belgio prima di costituirsi a Rebibbia nel 1999. Si tratta di Domenico Pittella, per tutti Mimì, padre del vicepresidente dell’Europarlamento Gianni e dell’attuale governatore lucano Marcello, ma soprattutto senatore per tre legislature dal 1972 al 1983 e, quindi, titolare di un vitalizio di 4.581,48 euro mensili che, nel corso degli anni, hanno prodotto un disavanzo della posizione «pensionistica» di oltre 1,5 milioni di euro.

Veniamo all’articolo della Stampa e a una data che non torna:

ALLARME, 25 GIORNI PRIMA

Da decenni l’enigma resta senza risposte chiare: è mai possibile che non scattò nessun allarme preventivo nelle settimane che precedettero l’assalto a Moro e alla sua scorta? La Commissione di indagine ha compiuto diverse scoperte. La prima è un documento, rimasto secretato per 37 anni. Il 18 febbraio 1978 (l’azione Br scatterà 25 giorni più tardi, il 16 marzo) un agente dei Servizi di stanza a Beirut scrive un cablogramma ai superiori di Roma, nel quale riferisce quanto appreso da un suo «abituale interlocutore» del Fronte per la liberazione della Palestina Habbash: «Organizzazioni terroristiche europee» si sono riunite per pianificare «una operazione terroristica di notevole portata che potrebbe coinvolgere» l’Italia. Scrive nel suo rapporto, la Commissione: «È evidente che se fosse accertata una relazione con il sequestro Moro, il documento aprirebbe prospettive allo stato imprevedibili», a partire dal fatto che occorrerebbe «riconoscere che si era in presenza di un quadro di elevata allerta, i cui segnali furono probabilmente percepiti dallo stesso Moro». Perché alla Commissione ritengono che l’autore del cablogramma possa essere stato Stefano Giovannone, l’uomo di Moro in Medio Oriente. Che evidentemente avvisò, oltre ai superiori, il suo leader di riferimento. I superiori “sottovalutarono”.

Se leggete quanto Antonino Arconte scrive in L’ultima missione di G-71 la data del cablogramma da Beirut non torna (G-71 riceve il documento con data 2 marzo e lo consegna il 6), mentre tornano i personaggi (Mario Ferraro, morto in circostanze strane e il gen. Stefano Giovannone):

«Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Dovevo consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. Non era mio compito impicciarmi, ma vidi che c’era scritto di cercare contatti con i gruppi terroristici mediorientali affinché si attivassero presso le Br, allo scopo di ottenere la liberazione di Moro». Il gladiatore consegnò la busta contente il documento “a distruzione immediata”, datato 2 marzo 1978 nella mani dell’agente G-219, alias capitano (all’epoca) Mario Ferraro. «Ricordo che prese nota e si allontanò: solo qualche giorno dopo, lasciata Beiruth, durante la navigazione verso Alessandria d’Egitto, seppi dell’agguato di via Fani». Il capo della stazione Sismi a Beirut, in codice G-216 era il colonnello Stefano Giovannone, uomo di fiducia di Moro. «Chi dava gli ordini al comandante di Gladio, in codice Ulisse, era Aldo Moro…

Riassumendo: il 18 febbraio da Beirut arriva un messaggio forse inviato da Giovannone mentre il 6 marzo G-71 parte per Beirut con un documento datato 2 marzo. Se così fosse il documento ha viaggiato avanti e indietro da Beirut. Troppo complicato, anche perché Ferraro e Giovannone avrebbero notato l’incongruenza. Aspettiamo di vedere altre carte.

Che i servizi sapessero che Moro doveva essere rapito fa scattare l’idea che i servizi parteciparono al rapimento di Moro o che nulla fecero per impedirlo. Questo ragionamento, il più semplice da farsi, non è corretto, altrimenti qualcuno potrebbe sostenere che Dionisia, il 3 dicembre 2015, sapesse che Carrai avrebbe costituito un “caso” il 19 gennaio 2016 perché è amico di Carrai o perché ascolta Carrai o perché qualcuno nell’inner circle di Carrai gli spiffera le cose (ci piacerebbe ma non è così, forse), in realtà Dionisia fa analisi e prevede, così come qualcuno, molto intelligente, capì che Moro era nel mirino e diede l’allarme. Purtroppo le cose non andarono per il verso giusto, ma questa è un’altra faccenda: stupidità o sabotaggio?

Cercare tra le carte la verità che si ha in testa è un grave errore metodologico giacché porta l’investigatore ad “aggiustare”, “piegare” e leggere i dati in modo a volte sbagliato.

Oreste Grani e La redazione

P.S. Cosa ci fa Antonino Arconte presso la sede dell’ONU a New York e perché “La Voce di New York” gli da così tanto credito? Risponderanno alcuni: perché la CIA vuole allontanare da sé il sospetto di essere implicata nel sequestro Moro, che diamine!