Aurelio Voarino (e non solo) al centro di una vicenda italo-kazaka 

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Salone Internazionale del Libro di Torino, maggio 2015

Che io chieda inutilmente di chi siano gli immobili che circondano l’Ossario dei Cappuccini di Via Veneto e se uno di quei beni immobiliari è adibito a casinò per le slot mangia soldi e distruttrici di famiglie (devo segnalare questa eventualità ai solerti organizzatori dell’imminente manifestazione romana in difesa della famiglia) ha un senso in quanto ho da tempo dichiarato la mia ostilità al malaffare che si nasconde dietro a questi luoghi di riciclo ma che io, da qualche settimana, mi interessi delle vicende legate a come si stesse disegnando ed attuando un progetto culturale bilaterale italo-kazako e poi come improvvisamente tutto il lavoro sia andato in fumo, va assolutamente spiegato alle poche decine di visitatori che raggiungono, nella più assoluta casualità, questo arrogante e pretenzioso blog.

Che cosa c’entri un Leone Ruggente con il Kazakhstan che è meravigliosa terra di cavalli e di fiere aquile è il primo quesito che deve avere risposta. C’entra, c’entra e come se c’entra.  E di questo “entrarci” da oggi, con ancora con più determinazione di ieri, proviamo a fornire all’amica rete (di cui non temiamo il giudizio) elementi di conoscenza e valutazione. Anzi, per essere sicuri di essere ben letti ed valutati nelle nostre affermazioni impegnative, invece di aspettare i riscontri dei provvidenziali analisti che comunque abbiamo certezza (ve ne abbiamo accennato ieri) sono già all’opera per cercare di capire gli elementi di questo racconto che comincia a comparire nel web, inviamo a tutte le ambasciate e i consolati nel Mondo che il presidente Nazarbayev ha ritenuto opportuno aprire per salvaguardare gli interessi del suo amato Paese, l’indirizzo elettronico del nostro blog, perché, se qualcuno ha piacere, può appassionarsi a questa vicenda italo-kazaka, non circoscrivendo le notizie provenienti dal nostro Paese solo alle traversie del caso Shalabayeva e della mancata cattura del criminale/dissidente Ablyazov che doveva avvenire, come ricorderete, proprio in Italia dalle parti di Casal Palocco.

C’è altro (e anche di positivo) che vale la pena di essere raccontato. Dicevamo che la cattura di Ablyazov doveva avvenire dopo che inutilmente in molti avevano tentato di accopparecil latitante kazako più volte in giro per il mondo. Particolare macabro (il latitante si era sempre salvato ma c’erano scappati i morti negli inutili assalti) che il carneade (fino a qualche giorno addietro ma ora per la rete non più) Aurelio Voarino, non solo non ignorava ma, anzi, fu la prima cosa di cui mi parlò (per impressionarmi?) quando comuni (ma non persone comuni) conoscenti ci presentarono.

L’incontro avvenne negli uffici romani del Voarino siti in una prestigiosa strada limitrofa alla universalmente nota Via Veneto, arteria dove, tra l’altro, ha sede l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America.

Il Voarino, quando è romano (dal martedì sera al giovedì nel tardo pomeriggio), svolge la sua attività (ma quale è la sua attività?) proprio triangolando tra l’albergo a 5 stelle dove è lautamente spesato dal suo generoso datore di lavoro antistante l’avamposto diplomatico statunitense e l’ufficio dove svolge funzioni legate alla sicurezza (ormai tutti si interessano di tale disciplina) di un gruppo imprenditoriale che fa capo, per motivi che ancora mi incuriosiscono non avendo avuto dagli avvenimenti che mi accingo a narrare risposte chiare, ad uno dei tanti consoli onorari che nel Mondo svolgono – per i più diversi motivi – attività simil-diplomatica e comunque doverosamente riconducibile agli interessi, sia del Paese che il console di nomina onoraria rappresenta che del Paese che ospita questi atipici mediatori. Cioè persone che stanno in mezzo. E come persona che stava in mezzo al guaio appena scoppiato dell’espulsione illegale della signora Shalabayeva e di sua figlia, mi fu presentato il Voarino. Come potete immaginare (ma sono pronto a parlarne più avanti nel racconto qualora ne sentissi la necessità o qualcuno me ne chiedesse conto) non capita passeggiando per le strade romane di essere casualmente fermato e introdotto a qualcuno che d’emblée vi parla del fatto che ha l’incarico di rintracciare, a qualunque costo (solitamente vuol dire a qualunque prezzo), il fuggiasco più ricercato d’Europa. Tale era Ablyazov, in quel momento, dopo la figura imbarazzante che il figlio di Umberto Improta, a nome e per conto della Repubblica italiana, aveva fatto irrompendo, a vuoto, in una villetta adocchiata come rifugio sicuro , senza trovare l’oggetto del desiderio “amorevole” del Presidente Nazarbayev, vero committente della ricerca.

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra l’Ambasciatore della Repubblica del Kazakhstan in Itala S.E. Andrian Yelemessov

Forse, Maurizio Improta, ricordava la gloriosa e vincente irruzione di suo padre e dei suoi migliori uomini “romani”, quando, anche lui irrompendo (ma in un covo di terroristi), salvò il generale statunitense Dozier, fatto prigioniero, improvvidamente, dalle Brigate Rosse. Ma, come la vita insegna, ci sono irruzioni e irruzioni e mentre quella che salvò l’americano decretò la fine operativa delle BR con tutti gli encomi possibili per Improta, per chi lo aveva supportato e opportunamente, in modo circostanziato, informato, quella alla vana ricerca di Ablyazov, fece fare a tutta l’Italia investigativa e legata, per attività istituzionale, ai settori della sicurezza, una figura di merda. O di merde, come direbbero i francesi che poi, come vedremo nel prosieguo del racconto, si cuccarono loro l’imbarazzante nemico di Nazarbayev. Noi la figura da coglioni e loro quella degli abili poliziotti. I francesi, arrestarono, dopo qualche settimana, la Pantera kazaka, in piena ed ovvia Costa Azzurra. Evidentemente, da quel momento, con oneri ed onori per l’operazione ben condotta.

Come si comincia a capire vi voglio parlare di un intrigo internazionale complesso o meglio, come si dice per le autorità preposte (e voi opinione pubblica per me lo siete l’autorità di riferimento), di cui vi devo rendere edotti. Facciamo un passo laterale (come in queste ore ha detto di se Beppe Grillo) e ci soffermiamo a leggere un volumetto che uscì, nei primi mesi di settembre del 2013, per i tipi elettronici della Adagio, casa editrice del Gruppo pentastellato di Casaleggio. Il libro venne immesso nella rete, evidentemente per vendere copie ma anche e soprattutto per testimoniare una complessità che la sensibilità di un intellettuale quale si rivelò essere il suo autore Alberto Massari, colse subito nella trama dispiegatasi intorno al fatto dell’espulsione della signora Shalabayeva (per niente una puttana russa come fu apostrofata durante l’irruzione) troppo cretinamente e maldestramente attuata per essere vera.

Vi giro qualche brano del libro Shalabayeva – Il caso non è chiuso, scusandomi con l’editore per il saccheggio ma come vedremo nelle puntate successive quanto vi racconterò, non potrà certo dispiacere, né all’uno né all’altro che, coraggiosamente (ritengo intuitivamente) accettò, da un illustre sconosciuto quale era Massari, un testo tanto atipico e segnato da considerazioni (soprattutto quelle legate agli ambienti dei servizi segreti) che non potevano in nessun modo essere state messe in un istant-book elettronico, senza la precisa finalità di far riflettere gli eventuali lettori sull’urgenza che anche in quel settore tanto delicato (l’Intelligence) facesse irruzione un cambiamento paradigmatico di tipo culturale, finalizzato, sul piano tattico, a evitare follie autolesionistiche del tipo attuate nel caso in esame ma, soprattutto, sul piano strategico, ad immaginare l’ideazione e lo sviluppo di altri canali diplomatici per coltivare relazioni tra gli Stati che, in modo affine, sentissero l’attrazione per l’arte del rispetto reciproco, riconoscendosi il ruolo di promotori, ognuno nella propria dimensione e storia pregressa, di dialogo, convivenza pacifica e di status di coraggiosi costruttori di Pace.

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Brani tratti dall’introduzione di Shalabayeva – Il caso non è chiuso

Perché, come si vedrà nel divenire del racconto, di coraggio, per costruire proposte di Pace, ce ne vuole una maxi petroliera piena. Quello che riprenderò quanto prima è sostanzialmente il racconto di come un pugno di donne e uomini intelligenti (e coraggiosi) hanno tentato di mettere a punto ed attuare un progetto di pace da proporre agli ambienti politici che oggi reggono le sorti di uno dei paesi più importanti del Mondo (il Kazakhstan) e una Italia che utilizzando la cultura si potesse smarcare dai soliti legami affaristici dipendenti dai su e giù (ora giù come poche altre volte) del gas e del petrolio, scegliendo sempre elementi energetici ma di natura “superiore” per favorire lo sviluppo, al tempo, sia di quell’immenso Paese e della nostra piccola/grande Italia. Ma piccoli ometti e donnine non pensandola  così hanno evidentemente deciso di sabotare questa impresa meritoria per appiattirsi su ordini o interessi di piccolissimo cabotaggio.  Di questo sabotaggio, quell’arrogante del Leone Ruggente vi vuole parlare. E lo vuole fare passando ad esaminare i comportamenti di tutti i protagonisti incontrati in questi anni dedicati al “Viaggio in Italia e ritorno”, cominciando da tale Paolo Pasi, ravennate, passando per la sempre ben vestita Ludmilla Kovaleva, finendo al funzionario della ambasciata kazaka a Roma Nurlan Khassen e alla sua, mi dicono quelli che l’hanno dovuta frequentare, sempre gentile moglie, dottoressa Anar Dutbayeva. Ma soprattutto vi voglio narrare quello che chiamo, da tempo non sospetto, il comportamento sabotatore del misterioso (si fa per dire!) collezionista appassionato di cose napoleoniche, Aurelio Voarino che, non fumando, non ha compreso il significato della frase che più volte negli ultimi mesi gli ho detto o fatto pervenire per scritto che non avrei mai accettato che ci lasciasse il cerino in mano. Io non mi scotterò così gli avevo promesso e così sarà. Tanto che da oggi il cerino è passato di mano e, come è legittimo e doveroso che sia, la vicenda che riguarda gli interessi del nostro Paese, è resa pubblica. Nel modo che a noi piace: affidandola alla Rete. Se non dovesse bastare siamo pronti a dare risposte e documentazione in e a qualunque sede istituzionale il “sabotatore” dovesse ritenere di doversi rivolgere per difendere il suo onore e l’amica Verità.

Oreste Grani che raramente ha firmato una “dichiarazione” con lo stesso piacere con cui oggi firma questa.

Fine della Prima puntata.

ambasciate kaz

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DA DOMANI, DAL BASSO VERSO L’ALTO, COME LATOMISTICAMENTE È DOVEROSO FARE.